Il re del plagio: Roberto Trifirò nella riflessione assoluta sull’arte di Jan Fabre

Il re del plagio (ph: Alessandro Villa)
Il re del plagio (ph: Alessandro Villa)

Un monologo sul cuore oscuro della creazione, che è al tempo stesso denuncia e illuminazione. In prima nazionale fino al 9 marzo all’Out Off di Milano

Il palco del Teatro Out Off di Milano diventa la scenografia di una riflessione spietata, complessa, eppure di straordinaria bellezza sull’arte e sulla sua autenticità. Un’opera che smaschera l’ambiguità dell’artista, travolgendo lo spettatore con la forza di una parola che non ha paura di entrare nei luoghi più bui dell’anima. Questo è “Il re del plagio”, un testo scritto da Jan Fabre e interpretato magistralmente da Roberto Trifirò.

Il monologo di Fabre, ormai più che ventennale, non è un’analisi oziosa, ma un grido, una protesta contro il vuoto di un mondo che sembra aver perso il senso della bellezza autentica. L’artista diventa l’emblema di una condizione esistenziale sempre più precaria. Non è più il genio solitario romantico, ma una figura fragile e lacerata, stretta tra la disperazione della creazione e la cruda realtà della sua impossibilità. Trifirò prende in mano questo testo restituendone tutta l’urgenza. Non è solo attore: è un medium che fa emergere il cuore pulsante di un dramma universale.

Il corpo dell’attore si fa strumento di una verità non edulcorata. Non recita il testo: lo divora, lo assorbe, lo vive. Ogni movimento è carico di tensione. Ogni parola ha il peso di una riflessione che attraversa il tempo e lo spazio. Il suo corpo danzante, ora lacerato, ora sospeso in un canto allucinato, ora sovrapposto a una voce fuori campo, è la metafora di un angelo che cerca di diventare uomo. L’incontro tra l’idea di purezza e quella di umanità è un conflitto che Trifirò incarna senza paura, senza concessioni.

La scenografia minimalista di Gianni Carluccio è il terreno di questo incontro impossibile. Le pietre bianche, in teche di vetro sospese nell’aria, sono simboli ineluttabili. Sembrano sospese, come sospesa è la stessa esistenza dell’artista. Il bianco dominante, il contrasto tra luce e ombra, le ombre dei manichini appesi: ogni elemento evoca l’illusione di perfezione, mentre tutto intorno si sgretola. Le pietre adagiate anche sulla scena sono un peso insostenibile, ma anche una possibilità di rinascita, di purificazione. L’atto di lanciare una pietra, di riceverla, è un rito catartico che unisce l’artista con il pubblico e, al contempo, con sé stesso. La pietra non è solo una metafora: è l’oggetto di un desiderio di purezza e di una realtà ineluttabile.

La figura del plagio, che nel mondo dell’arte è spesso considerata un peccato, qui è una necessità. Un atto di sopravvivenza. Fabre dipinge l’artista non come un santo, ma come un umano vulnerabile, costretto a imitare, a copiare, a rubare da ciò che già esiste. Il plagio diventa un atto di umiltà, una condizione per mantenere viva la creazione in un mondo che rifiuta l’imperfezione. Ecco l’incredibile attualità del testo: la riflessione sull’autenticità dell’arte diventa il punto di partenza per una discussione più ampia, che oggi, più che mai, risuona forte nelle sfide poste dall’intelligenza artificiale.

La performance di Trifirò non è solo fisica, ma intellettualmente potente. Ogni parola che pronuncia sembra squarciare il velo della verità, rivelando l’impotenza e la grandezza dell’artista. Non c’è spazio per il superfluo. Ogni movimento, ogni sguardo è concentrato sull’essenza del discorso. Non ci sono spettacolarizzazioni, solo l’essenza di un’idea che scivola sotto pelle e ci costringe a guardare oltre.
Le luci, delicate e sfuggenti, contribuiscono a rendere l’atmosfera sospesa in un tempo liquido, ineffabile. Il contrasto tra il buio e la luce evoca il percorso dell’angelo, che non riesce mai a liberarsi dal peso della sua immaterialità. La scena si trasforma in un abisso che risucchia l’essere umano, eppure è lì, nella tenebra, che l’artista cerca la sua salvezza. La luce che si affievolisce lentamente, fino a lasciare il pubblico in un’oscurità senza redenzione, è l’immagine di un sogno che non può compiersi. L’arte, come l’angelo, è destinata a rimanere incompleta, sospesa tra il desiderio di elevarsi e la realtà di un essere terreno.
Le ombre, poi, sono protagoniste assolute. I manichini appesi sullo sfondo, simboli di una umanità frammentata, inerte, sono come immagini spezzate di ciò che l’angelo vorrebbe abbracciare. Sono i resti di un mondo che si è perso in una ricerca ossessiva di perfezione, ma che non riesce più a riconoscersi. Ogni ombra è una contraddizione, un frammento, una parte di ciò che siamo, ma anche di ciò che non siamo più.

E così, alla fine, quando Trifirò invita il pubblico a lanciare la prima pietra, l’invito non è solo a giudicare, ma a riconoscersi nelle contraddizioni, nella fragilità. È un atto di coraggio, ma anche di complicità. Un invito a fare i conti con la propria imperfezione. E l’eco delle controversie che hanno attraversato la figura di Fabre assume una nuova dimensione, quella di una riflessione che non può non coinvolgere lo spettatore in una resa dei conti con la propria umanità e le proprie contraddizioni.

“Il re del plagio” è una riflessione che non solo interroga l’arte, ma la nostra stessa condizione umana. La realtà della creazione, oggi, si scontra con la tecnologia, con l’automazione, con l’intelligenza artificiale. Ma la domanda rimane la stessa: cosa significa essere autentici? Cosa significa essere umani? Fabre, attraverso la forza dell’interpretazione di Trifirò, ci fa immergere in questa ricerca incessante. Il risultato è un’esperienza che non lascia indifferenti, che colpisce nel profondo e provoca, stimolando una riflessione senza fine sull’arte, la bellezza, e la colpa.
Un’opera che si staglia come un faro nel panorama teatrale contemporaneo. Un monologo che non si limita a raccontare, ma che invita il pubblico a vivere, a confrontarsi con l’arte, con la creazione, con la ricerca di significato. Trifirò, con la sua generosità e la sua energia, ci restituisce una performance di rara intensità, in grado di scardinare ogni certezza. Il pubblico, alla fine, resta in bilico, sospeso tra luce e ombra, tra la bellezza e l’inquietudine. Un viaggio che non lascia scampo, ma che offre una bellezza che solo l’imperfezione dell’essere umano può donare.

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IL RE DEL PLAGIO
Di Jan Fabre
Regia, interpretazione Roberto Trifirò
Scene, costumi, luci Gianni Carluccio
Traduzione e drammaturgia Roberto Trifirò
Assistente alla regia Tommaso Di Pietro
Collaborazione ai movimenti Franco Reffo
Tecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri
Foto Alessandro Villa
Produzione Teatro Out Off
Spettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro.

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 23 febbraio 2025
Prima nazionale

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