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Pier Luigi Pizzi firma “Il ritorno di Ulisse in patria” al Ravenna Festival

Il ritorno di Ulisse in patria (ph: Ravenna Festival © Zani Casadio)

Il ritorno di Ulisse in patria (ph: Ravenna Festival © Zani Casadio)

L’opera di Claudio Monteverdi vede la direzione musicale di Ottavio Dantone con l’Accademia Bizantina

A Ravenna, nell’ambito del festival dedicato a Claudio Monteverdi, abbiamo assistito, dopo averlo molto apprezzato a Cremona con la regia di Fanny & Alexander, al “Ritorno di Ulisse in patria”.
L’occasione ci è stata data dalla consueta “Trilogia d’autunno” che il Ravenna Festival dedica, ad ogni approssimarsi dell’inverno, ad un autore o a un immaginario musicale, che quest’anno si è concentrato sul tema “Eroi Erranti in Cerca di Pace”.

Così, dopo l’esibizione del controtenore Jakub Józef Orliński, impegnato in pagine di autori barocchi sull’argomento proposto, e “Didone e Enea nel giorno di Santa Cecilia” con musiche di Purcell, la scelta è caduta su “Il ritorno di Ulisse in patria”, anche per il tema trattato da quest’opera a noi così cara eppure poco rappresentata.

L’opera, composta di un prologo e tre atti, fu musicata da Monteverdi sul libretto in rima di Giacomo Badoaro, che la trasse dai libri XIII-XXIII dell’Odissea. La prima rappresentazione avvenne a Venezia nel 1640. L’unica copia manoscritta che ci rimane è conservata a Vienna, ed è purtroppo redatta da un copista. La precisa ricostruzione della sua genesi, in cui bisognava rinvenire l’armonia e la strumentazione, è stata fatta solo nel 2007 sulla base dei dodici libretti originali manoscritti, non sempre coerenti tra loro.

“Il ritorno di Ulisse in patria” è la prima scritta da Monteverdi per un teatro di Venezia. E’ un’opera complessa, ricca di sfumature, in cui i personaggi, in tutte le loro sfaccettature umane, sono rappresentati dal librettista in perfetto connubio con Monteverdi: parole, canto e musica si uniscono per ridonarci un teatro dei sentimenti allo stato puro.
La vicenda che vede Ulisse protagonista è preceduta, come accade sempre in Monteverdi, da un prologo in cui l’Humana Fragilità, contrapposta al Tempo, alla Fortuna e all’Amore, deplora la sua condizione mortale.
Durante i tre atti che compongono l’opera viene raccontato il ritorno di Ulisse ad Itaca dopo la guerra di Troia e le sue famose peregrinazioni sul mare.
Ne seguiamo l’arrivo ad Itaca, camuffato da vecchio mendicante, con la vendetta sui Proci dopo la famosa prova dell’arco, aiutato dal figlio Telemaco e dal fedele pastore Eumete.
L’opera si conclude con l’incontro dell’eroe greco con la moglie Penelope, che dopo i primi tentennamenti finalmente, con l’aiuto della vecchia balia Euriclea, lo riconosce.
Della partita sono anche l’ancella Melanto e il suo amante Eurimaco, e Iro il pitocco, che si contrappone a lui in una gara di lotta.
Ovviamente su ogni cosa vegliano gli Dei, spesso vendicativi, altre volte di grande generosità: Giove, Nettuno, Minerva e Giunone.

La musica agisce come pura e fulgente rappresentazione dei 19 personaggi, restituendocene sulla scena la loro intima natura, con l’intrecciare sublime di recitativi e arie.
Molti i momenti da incorniciare di questo capolavoro misconosciuto, di rara e difficile rappresentazione: il lamento iniziale di Penelope (“Di Misera Regina”, con la ripetizione di quel “Deh torna, Ulisse, torna” che entra nel cuore), l’abbraccio commovente e commosso tra Ulisse e il figlio Telemaco (“O padre sospirato, O figlio desiato), il meraviglioso lamento di Iro il pitocco, personaggio secondario che viene nobilitato da un’aria colma di melanconia nella sua apparente stoltezza (“O dolor, o martir che l’alma attrista ), il riconoscimento di Penelope con il marito (“Sospirato mio sole! Rinnovata mia luce!… Del piacer, del goder venuto è ‘l di. Sì, sì, vita, sì, sì core, sì, sì!”).

La regia dell’opera a Ravenna è stata affidata al maestro più che novantenne Pier Luigi Pizzi, che colloca la maggior parte degli avvenimenti in un ambiente bianco e rettangolare, con cinque porte, mentre il soffitto lasca presagire un firmamento. Le tre porte al fondo si aprono per lasciare spazio agli avvenimenti di raccordo, illuminati da colori che ne esprimono i sentimenti.
Tutto viene raccontato in modo assolutamente scevro da ogni possibile barocchismo, con pochissimi segni che definiscono in modo preciso personaggi e situazioni. Ecco quindi il telaio, il letto nuziale, il trono di bianca e semplice geometria per Penelope, il fulmine che caratterizza Giove con l’evidenza del suo fisico possente, accompagnato da un vero meraviglioso falcone, il tridente per Nettuno, l’elmo per una Minerva di bianco vestita, un bastone per il mendicante, un grande arco che inutilmente i tre Proci cercano di utilizzare.
Tutto è espresso attraverso una eleganza formale di autentica meraviglia nella sua estrema semplicità di accenti.

Gli interpreti sono davvero encomiabili, attraverso un canto così desueto e particolare come il recitar cantando monteverdiano, ben espresso davvero da ognuno, a cominciare da Ottavio Mauro Borgioni come Ulisse e Delphine Galou (Penelope), che riescono ad esprimere in modo congruo tutti i variegati sentimenti che li contraddistinguono.
Troppi sarebbero i nomi da enumerare con grande risalto; ci piace allora, tra gli altri, ricordare Valerio Contaldo come Eurimaco, Arianna Vendittelli come Minerva, Luca Cervoni come fedele Eumete e, con particolare adesione, il tenore inglese Robert Burt, capace di esprimere tutti i sentimenti che invadono Iro nel suo celebre lamento.
Ed infine che dire, per l’ennesima volta, della direzione di Ottavio Dantone e della sua Accademia Bizantina, se non un grazie sentito per averci donato un’altra volta la musica del Divino Claudio.

Trilogia d’autunno: Eroi erranti in cerca di pace
Il ritorno di Ulisse in patria
tragedia di lieto fine in un prologo e tre atti
poesia di Giacomo Badoaro
musica di Claudio Monteverdi
(I rappresentazione Venezia, Teatro SS. Giovanni e Paolo, Carnevale 1640)
Edizione critica a cura di Bernardo Ticci

Accademia Bizantina
direttore Ottavio Dantone
Pier Luigi Pizzi regia, scene, costumi
Oscar Frosio luci

L’Humana fragilità Danilo Pastore
Tempo Gianluca Margheri
Fortuna Chiara Nicastro
Amore Paola Valentina Molinari

Giove Gianluca Margheri
Nettuno Federico Domenico Eraldo Sacchi
Minerva Arianna Vendittelli
Giunone Candida Guida

Ulisse Mauro Borgioni
Penelope Delphine Galou
Telemaco Valerio Contaldo

Antinoo Federico Domenico Eraldo Sacchi
Pisandro Danilo Pastore
Anfinomo Jorge Navarro Colorado

Eurimaco Žiga Čopi
Melanto Charlotte Bowden
Eumete Luca Cervoni
Iro Robert Burt
Ericlea Margherita Maria Sala

Visto a Ravenna, Teatro Alighieri, il 18 novembre 2024

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