Tra gli ospiti dell’ultimo fine settimana del festival a Cuneo: Natiscalzi, Twain, EgriBiancoDanza, Teatro Nucleo, Hippana Maleta, Abbondanza/Bertoni
E’ Don Chisciotte una delle figure guida dell’immaginario del festival Mirabilia: ecco perché la quarta giornata si apre con un approfondimento teorico dedicato al personaggio creato da Cervantes.
Il convegno (presenti il filologo Aldo Ruffinato, la docente Iole Scamuzzi e un panel di ricercatrici ispaniste) si interroga sulla risemantizzazione del mito e la sua straordinaria tenuta nel tempo.
Ripercorrendo la genesi del primo romanzo della letteratura europea moderna, il professor Ruffinato ricorda l’esistenza travagliata di Cervantes: dalla fuga dalla Spagna all’arruolamento nell’esercito, fino al contatto con la cultura italiana, la letteratura cavalleresca e la Commedia dell’Arte. Una materia viva che l’autore trasforma in un’opera rivoluzionaria, capace di spezzare le tradizionali catene spazio-temporali.
Tra la prima parte del testo e la seconda si consuma uno scarto fondamentale: se nel 1605 Don Chisciotte combatte i suoi giganti, nel seguito del 1615 – nato anche per rispondere a un apocrifo – l’eroe acquisisce una piena autoconsapevolezza, sapendosi ormai “personaggio”.
Attraverso l’ironia e lo stratagemma del manoscritto ritrovato, Cervantes smaschera così le convenzioni letterarie e le ipocrisie del suo tempo.
L’incontro evidenzia come la vita di un mito sia legata alla sua capacità di trasformarsi, assumendo la natura di un vero e proprio mitologema. Nel Novecento, sotto le dittature europee e in particolare nella Spagna franchista, l’arte è stata asservita alla propaganda e l’eroe piegato a paladino reazionario; in Italia viene letto come cavaliere della fede che si sacrifica per un ideale, mentre in contesti come quello argentino diventa un sognatore inguaribile che usa l’immaginazione per sfuggire alla carcerazione. Dopo la svolta di Miguel de Unamuno, che gli restituisce una statura tragica, le reinterpretazioni si susseguono fino alla lettura di Erri De Luca, che in Don Chisciotte individua la figura dell’invincibile: colui che non si arrende e continua a lottare nonostante tutto.
Nel pomeriggio, la riflessione sulla figura del cavaliere errante si trasferisce nella suggestiva cornice del chiostro della Chiesa di Santa Croce con il ritorno a Mirabilia di Horacio Czertok, regista e cofondatore del Teatro Nucleo. A un anno dalla riproposizione dello storico “Don Quijote” in piazza Galimberti, Czertok torna con “Contra Gigantes”, un’intensa narrazione per attore. In scena, la presenza carismatica del regista – vero gigante di memoria e mestiere teatrale – incarna e sovrappone continuamente la figura di Cervantes e quella del suo eroe, dialogando con il pubblico per esplorare i giganti reali e simbolici contro cui la società contemporanea continua a combattere, a partire da quello più insidioso: l’indifferenza.
Tra sogno, immaginazione e testimonianza civilmente impegnata, l’intervento di Czertok smonta con lucidità il luogo comune di Chisciotte come figura strutturalmente perdente. Analizzando l’esito dei suoi celebri scontri, emerge una dinamica in perfetto equilibrio: un 50% di vittorie e un 50% di sconfitte dove, tuttavia, a una lettura più profonda si scopre che, quando l’eroe sembra aver vinto, in realtà perde, e quando appare sconfitto finisce invece per trionfare. Una legge contorta e paradossale che non appartiene soltanto alla finzione letteraria, ma rispecchia fedelmente i meccanismi stessi dell’esistenza.

Poco distante, nel cortile del Complesso Monumentale di San Francesco caratterizzato da una scultura raffigurante due mani intrecciate, la Compagnia EgriBiancoDanza propone la performance site-specific “Arrival”. Il lavoro, firmato dal coreografo Raphael Bianco e nato da un progetto con l’artista Maria Teresa Alves, riflette sulla capacità della natura di riappropriarsi gradualmente degli spazi antropizzati. Nel perimetro minerale del cortile, tre danzatori sono accompagnati dal vivo dal violino della musicista cuneese Cristina Mercuri. Mantenendo un dialogo serrato con l’architettura e con l’opera centrale, i corpi dei performer evocano forme e dinamiche del mondo vegetale e animale – insetti, volatili e piante – convergendovi dai quattro lati del cortile.
“Arrival” si rivela così un invito ad attraversare lo spazio con uno sguardo nuovo e un ascolto profondo, al fine di intrecciare corpi, territori e percezione degli spettatori.
A questa densa esplorazione fisica è idealmente legata la performance “Altredirezioni – 20 anniversary” di Twain Physical Dance Theatre, che celebra due decenni di attività attraverso una proposta che assume il proprio passato come punto di partenza, senza trasformarlo in un esercizio nostalgico.
La compagnia guidata da Loredana Parrella porta nello programmazione del festival una scrittura coreografica energica, fisicamente impegnativa, costruita su un rapporto serrato fra precisione e potenza. I giovani performer si muovono come se la superficie urbana fosse una grande mappa da riscrivere. I loro percorsi producono linee, deviazioni, incroci e improvvise interruzioni; sono traiettorie che non si limitano a occupare lo spazio, ma sembrano interrogarlo. Il movimento assume un valore quasi architettonico: i corpi disegnano forme che durano soltanto il tempo dell’azione, lasciando tuttavia nello sguardo dello spettatore una sorta di traccia invisibile. Il ventennale diventa, in questa prospettiva, non tanto un punto d’arrivo quanto una soglia. Guardare ciò che è stato significa prepararsi a immaginare ciò che ancora può essere. La fisicità atletica dei danzatori e la rigorosa costruzione della partitura restituiscono un’idea della danza come pratica capace di confrontarsi con un presente instabile, attraversato da fratture e contraddizioni.
Anche qui la città non rimane sullo sfondo: entra nella coreografia e ne modifica la percezione.
Il festival riprende poi la sua traiettoria più dinamica con la prima nazionale di “Runners” della compagnia Hippana Maleta, capace di introdurre nel programma una componente insieme acrobatica, comica e surreale. Due giocolieri e un musicista polistrumentista si trovano alle prese con due tapis roulant che, invece di essere semplici oggetti scenici, diventano una vera e propria trappola. La macchina impone ai performer un movimento continuo. Non basta correre: bisogna correre per restare dove si è, una condizione apparentemente paradossale che contiene una delle immagini più efficaci dello spettacolo. Il gesto ripetuto, l’affanno, la necessità di mantenere l’equilibrio e l’impossibilità di fermarsi trasformano una situazione comica in una riflessione sulla condizione contemporanea.
La giocoleria aggiunge un ulteriore livello di difficoltà: mentre i corpi cercano di non essere trascinati all’indietro, gli oggetti continuano a volare, ruotare e cambiare traiettoria. Il risultato è un gioco scenico di grande precisione, nel quale il virtuosismo tecnico non cancella mai la componente ironica. Anzi, è proprio il contrasto fra la difficoltà dell’impresa e la leggerezza con cui viene affrontata a generare la comicità. Sotto il divertimento emerge però un’immagine tutt’altro che rassicurante: quella di un individuo costretto a correre incessantemente per non perdere la propria posizione.
Le strade di Cuneo tornano poi a trasformarsi in un grande palcoscenico a cielo aperto. Con “Il Palombaro”, Alessandro Vallin gioca sulla possibilità di modificare radicalmente lo sguardo con cui si attraversa un luogo quotidiano. La strada diventa un fondale marino immaginario e il protagonista, immerso in questa nuova realtà, coinvolge lo spazio e chi lo abita. Il meccanismo è semplice solo in apparenza. La performance funziona perché introduce una frattura nel paesaggio abituale: ciò che pochi istanti prima sembrava ordinario viene improvvisamente percepito come altro. I passanti diventano interlocutori involontari, gli elementi architettonici assumono nuove funzioni e la città si trasforma in un ambiente fantastico.
Al Teatro Toselli, la presenza di Abbondanza/Bertoni assume invece una forma più intima e stratificata con “Replica”, progetto speciale affidato alla coreografia di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi. In scena, Michele Abbondanza e Antonella Bertoni tornano a mettere a disposizione i propri corpi e la propria memoria performativa, lasciandosi attraversare dallo sguardo. Il titolo contiene già il cuore dell’operazione: replicare non significa riprodurre fedelmente, ma entrare in una forma, attraversarla e inevitabilmente modificarla. Il gesto, quando viene trasmesso, non rimane mai identico a sé stesso.
Lo spettacolo si sviluppa così come un racconto metaforico del loro sodalizio professionale, ma soprattutto come un confronto fra memoria e trasformazione. I corpi dei due interpreti sembrano a tratti riconoscersi, rincorrersi, riflettersi, squarciarsi, sfuggirsi, in un gioco in cui l’identità individuale finisce per confondersi con quella dell’altro. La ripetizione diventa allora uno strumento di conoscenza: attraverso il gesto reiterato emergono somiglianze, differenze, resistenze e possibilità inattese.
L’ultima giornata della tappa cuneese di Mirabilia The Festival si apre con una mattinata interamente pensata per le famiglie con lo spettacolo “Ricciolo di Luna”, allestito nel giardino dell’asilo Girasole dal Teatro Viaggiante. Sull’erba si raccoglie una folla di bambini anche molto piccoli, accompagnati da genitori e nonni, per ascoltare una fiaba intessuta di giocoleria, modulazioni vocali e animali parlanti. Negli sguardi incantati dei bambini, nelle loro bocche spalancate e negli interventi spontanei si coglie la meraviglia, alimentata da una narrazione fortemente partecipativa. Si palesa così la forza autentica della favola, capace di parlare con registri diversi a generazioni differenti, unite nello stesso gioco teatrale.
A poche decine di metri, l’attenzione si sposta sulla replica di “Fidati di me” dell’artista cileno Mistral. Sfruttando la tecnica del palo cinese e un’assoluta padronanza del teatro di strada, Mistral dimostra la propria abilità nel plasmare lo spettacolo sulla risposta emotiva della piazza. Se l’esibizione richiede la forza fisica di otto adulti per sorreggere la struttura, l’artista intreccia al contempo un dialogo di pura complicità con i bambini, chiamati in scena a spostare gli oggetti scenici e, con un gioco ironico, a sorreggergli la testa dopo una rocambolesca discesa dal palo. Una complicità che estende l’esperienza a tutte le età, chiudendo una mattinata densa di sguardi e relazioni.

Nel pomeriggio, sfidando un caldo opprimente e la superficie rovente dei metalli, i britannici Motionhouse occupano piazza Galimberti con “Wild”. In una scenografia dominata da un’imponente foresta di pali alti e perpendicolari, sei danzatori-acrobati fanno il loro ingresso vestiti da normali cittadini, con abiti formali, valigette da lavoro e il passo accelerato di chi attraversa la città senza alzare lo sguardo. L’impatto con la struttura d’acciaio interrompe la routine automatica: addentrandosi tra i pali, i performer smarriscono gradualmente le sovrastrutture urbane per riscoprire una dimensione primordiale e ancestrale. Attraverso movenze feline e posture animalesche, sospese tra la curiosità della scoperta e la vertigine della paura, i corpi si riappropriano del movimento organico, arrampicandosi verso l’alto per osservare il mondo da prospettive inedite e svelare ciò che a terra rimane invisibile.
Uno spettacolo dalla forte potenza visiva e simbolica, che invita a riconsiderare il nostro rapporto con l’ambiente e la natura profonda che ci appartiene.
La dimensione festosa della giornata dedicata alle famiglie tocca il suo culmine con un evento speciale: la millesima replica de “La battaglia dei cuscini”, pietra miliare del teatro di strada firmata da Dispari Teatro (storicamente compagnia Il Melarancio). Ritmo incalzante, countdown e musiche travolgenti fanno da preludio al lancio di centinaia di cuscini soffici sul pubblico, scatenando un’esplosione liberatoria e inoffensiva. In questo ludico rito collettivo, i ruoli tradizionali sono sfumati del tutto: piccoli e adulti immersi nella medesima tempesta d’aria e stoffa, per poi adagiarsi stremati ed entusiasti su un unico, enorme telo colorato.
A fare da raffinato controcanto a questa grande dinamica di piazza interviene il versante tecnologico e crossmediale curato da UTplay – UniTo/StudiUmlab, che arricchisce i percorsi di ricezione del festival attraverso due interventi. Il primo, “Rivoluzione a 33 giri”, prende le mosse dall’oggetto analogico e dalla cultura dell’ascolto per interrogare, indirettamente, il rapporto che oggi abbiamo con il tempo. Il vinile, con la sua materialità, la sua durata e il gesto fisico necessario per utilizzarlo, diventa il punto di partenza per una riflessione sui ritmi della contemporaneità.
In un sistema culturale dominato dalla disponibilità immediata dei contenuti, dalla velocità dello scorrimento e dalla continua sovrapposizione di stimoli, recuperare una modalità di ascolto più lenta significa anche chiedersi cosa accade alla nostra capacità di attenzione.
Il secondo tassello, “Don Chisciotte della Mancia e l’AI”, genera un brillante cortocircuito fra tradizione e futuro. La figura del cavaliere errante e il suo rapporto con la realtà diventano il terreno ideale per mettere in comunicazione l’immaginario di Cervantes con quello dell’intelligenza artificiale. Il celebre confine fra ciò che è reale e ciò che viene prodotto dall’IA assume così una nuova attualità. Se Don Chisciotte scambia i mulini a vento per giganti, cosa accade quando siamo noi a confrontarci quotidianamente con immagini, testi e mondi generati da sistemi artificiali? Il cortocircuito è particolarmente significativo proprio perché non propone una contrapposizione semplicistica fra antico e moderno. La tecnologia diventa piuttosto uno strumento attraverso cui tornare a interrogare questioni che appartengono da sempre all’esperienza umana: il desiderio di credere, la costruzione della realtà, il rapporto con l’immaginazione e il confine sempre più sfumato fra esperienza e rappresentazione.
A questa leggerezza fa da contrappunto “Coro” di Amalia Franco, nel quale la relazione fra corpo umano e teatro di figura si fa più misteriosa e stratificata. L’artista costruisce un universo scenico abitato da marionette ibride, realizzate dalla stessa artista, creando una comunità di presenze in cui non è sempre immediato stabilire dove finisca l’interprete e dove inizi il personaggio. Al centro dello spazio, un cubo diventa contemporaneamente struttura teatrale, baracca, contenitore e dispositivo simbolico. Attorno a questo elemento si sviluppa una sorta di universo in miniatura, dove corpi e figure artificiali entrano continuamente in relazione. La performer non è più una presenza isolata, perché le creature che porta in scena diventano quasi prolungamenti del suo stesso corpo.
“Coro” lavora dunque sulla moltiplicazione dell’io e sul bisogno dell’altro. La solitudine dell’artista viene progressivamente trasformata in una dimensione collettiva, quasi rituale. La maschera che indossa, le marionette e il movimento costruiscono una comunità immaginaria, fragile ma necessaria. È un teatro che recupera qualcosa di arcaico e, proprio per questo, riesce a parlare al presente: l’idea che stare insieme, condividere uno spazio e riconoscersi reciprocamente siano gesti tutt’altro che scontati.

Sul versante opposto, “Jump’in a round” di Django Juggles riporta in primo piano la dimensione spettacolare, sfruttando l’immediatezza della giocoleria, l’acrobazia e un’estetica dichiaratamente pop. Il ritmo è quello di una festa urbana: i corpi accelerano, gli oggetti vengono lanciati e recuperati, le traiettorie si moltiplicano e l’attenzione del pubblico viene continuamente sollecitata. Il virtuosismo non viene presentato come una dimostrazione fredda di abilità, ma come un modo per costruire energia condivisa. È una performance che lavora sul piacere immediato dello spettacolo, sulla sorpresa e la capacità della piazza di diventare un luogo di aggregazione.
Ancora una volta, Mirabilia dimostra di non avere paura di accostare linguaggi molto diversi: alla riflessione su corpo e identità può seguire la comicità, alla tecnologia il circo, alla danza il teatro di figura.
Ultimo appuntamento del nostro percorso a Mirabilia è “Antigone” della compagnia Natiscalzi, che riporta il festival verso una dimensione politica. Il mito sofocleo viene qui ripreso e trasferito nel presente attraverso una scrittura scenica in cui i corpi dei performer, filmati e riprodotti in diretta sul fondale, diventano il principale strumento di confronto e conflitto. Antigone, del resto, continua ad essere una figura capace di parlare al nostro tempo perché pone una domanda che non ha perso la propria urgenza: cosa accade quando la coscienza individuale entra in collisione con la legge, con il potere, con le regole stabilite dalla comunità? Portare questo conflitto nello spazio scenico significa trasformare la città, che diventa il luogo nel quale il dissenso può manifestarsi, il luogo della discussione, dell’incontro e anche dello scontro.

È forse proprio qui che risiede la forza più significativa della manifestazione: nella capacità di mettere in discussione le abitudini dello sguardo. Mirabilia non propone un unico modo di intendere la scena contemporanea, ma costruisce un mosaico in cui danza, circo, teatro di strada, di figura, musica, video e tecnologia possono incontrarsi senza perdere la propria identità. E mentre gli spettacoli si susseguono, Cuneo diventa per alcuni giorni un organismo scenico aperto, attraversato da corpi, immagini e soprattutto domande.
