Lo spettacolo ha vinto il Premio della Giuria e il Premio Internazionale Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri
Mentre il pubblico entra in sala, Francesca Astrei è già lì, seduta sul palco, in attesa. Non appena si fa buio raggiunge un microfono appeso a testa giù, che cade dall’alto. Si alza in punta di piedi e inizia a cantare a cappella alcuni versi in inglese. Senza preavviso il microfono s’abbassa, costringendo l’attrice ad abbassarsi a sua volta per continuare a cantare. C’è un certo imbarazzo, la sua voce si fa tremula. Il microfono scende ancora, lentamente, inesorabilmente, e con lui la performer: per riuscire a cantare deve abbassarsi sempre più, fino a ritrovarsi schiacciata per terra col microfono pendulo sulla faccia.
Un incipit breve, secco, lapidario.
Il microfono tornerà alla fine dello spettacolo per chiudere la narrazione con la medesima struggente canzone, “Hurt”, del gruppo industrial rock Nine Inch Nails, resa famosa dalla ripresa di Johnny Cash.
L’esibizione di Astrei (Premio Ubu 2025 come migliore attrice under 35) sarà accolta dalla platea, a fine serata, con entusiasmo e tre minuti di applausi. In molti assisteranno al dialogo con l’attrice, condotto da alcune allieve dei corsi di recitazione del Teatro dell’Argine.
È una serata particolare, carica d’eccitazione, come sottolinea una signora tra il pubblico: “Che bella coincidenza vedere questo spettacolo oggi, nell’anniversario della scomparsa di Sylvia Plath”.
L’autrice statunitense, morta suicida nel suo appartamento 63 anni fa, è fonte d’ispirazione per uno spettacolo che tocca il tema della depressione con garbo e delicatezza, ma anche con ironia e ilarità. I riferimenti alla sua opera letteraria (in particolare i “Diari” e il corpus poetico) li ritroviamo già a partire dal titolo, preso in prestito dalla poesia “Io sono verticale”, in cui Plath esprime la volontà di compiere un viaggio mistico al di là dell’esperienza terrena, pur col desiderio di “essere orizzontale”, ossia di rimanere ancorata alla natura.
L’ambiguità insita in questa poesia diventa modus operandi nella ricerca di Astrei, che si muove contestualmente tra piani diversi: l’umano e il divino, il sacro e il profano. Dà così vita a una drammaturgia poliedrica che s’immerge nella visione esistenziale di Sylvia Plath, un viaggio sensoriale attraverso i sintomi della depressione, a cui sovrappone, senza indugi, la parabola della resurrezione di Lazzaro, rivolta in chiave ironica.

Il testo cambia continuamente registro, passando dal linguaggio poetico a quello grottesco, che l’autrice/attrice cavalca al galoppo di un intenso lavoro ritmico e vocale.
In scena interpreta un’ampia gamma di personaggi: Lazzaro, ancora morto, poco prima della resurrezione, e tutta una serie di figure che lo presenziano in quel momento a vario titolo (le sorelle Marta e Maria, Gesù, gli apostoli, la signora Cleofe, il nipote Beniamino…) che sono chiamate a fare i conti con l’immobilità di questo Lazzaro, che indugia e si crogiola nel dolore della depressione.
Una depressione viscerale, totalizzante, che monopolizza i pensieri e intrappola il corpo. Gesù continua a ripetere perentorio: “Alzati e cammina”; la sorella Marta cerca d’intrattenere i presenti durante l’attesa; l’altra sorella Maria piange disperata; Beniamino spara domande a raffica per capire come mai lo zio sia così triste; una pecorella dall’accento abruzzese commenta le azioni degli uomini in chiave animalista…
Ed è proprio nell’alternarsi di situazioni esilaranti e momenti di intima introspezione che l’attrice si dispiega in tutta la sua duttilità interpretativa. Un talento che negli ultimi anni è stato riconosciuto da diversi premi, e che incontra il gusto del pubblico, in particolare dei seguaci del teatro di narrazione.
“Io sono verticale” aderisce in toto a questo format: in una scena vuota e rimanendo seduta, l’attrice interpreta un testo-fiume, sostenuta solo dalle sue abilità vocali, dalla mimica facciale e da pochi gesti essenziali con le mani.
Gli unici momenti in cui Astrei si concede d’uscire da questo schema sono l’incipit e la fine dello spettacolo, lasciando emergere un corpo che diventa una presenza ricca di possibilità, in grado di instaurare una diversa relazione con lo spazio scenico.
Astrei, giovane per età ma non per determinazione, sembra avere le carte in regola per continuare ad emergere seguendo il proprio estro artistico e la necessità di sperimentazione.
Io sono verticale
Di e con Francesca Astrei
Con il sostegno di Pallaksch ETS
si ringraziano Fondazione Teatro di Roma, Carrozzerie N.o.t. e NidOramai
Durata: 56’
Applausi del pubblico: 3’
Visto a San Lazzaro di Savena (BO), ITC Teatro, il 12 febbraio 2026
