Site icon Krapp’s Last Post

La regista iraniana Shirin Neshat dirige un intenso “Orfeo ed Euridice”

Orfeo ed Euridice

Orfeo ed Euridice

I tre atti di Gluck presentati al Teatro Valli di Reggio Emilia con la direzione musicale di Alessandro De Marchi

Ascoltare un’opera che amiamo in modo particolare, e che difficilmente viene rappresentata, è sempre una grande gioia. Per questo siamo partiti per Reggio Emilia per assistere, al Teatro Municipale Valli, all’“Azione teatrale per musica” in tre atti di Christoph Willibald Gluck, composta su libretto di Ranieri de’ Calzabigi.

L’opera fu rappresentata per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762, per merito del direttore generale degli spettacoli teatrali, il conte Giacomo Durazzo.
“Orfeo ed Euridice” rappresenta, nella storia del melodramma, uno snodo molto importante perché, nel solco di una vera e propria rivoluzione che conosciamo come riforma gluckiana, cambiò letteralmente la forma dell’opera. Il compositore tedesco, il librettista livornese e lo stesso conte Durazzo si proponevano infatti, con quest’opera, di modernizzare il teatro lirico, non solo superando le stramberie dei libretti precedenti, ma lavorando anche su un rapporto più equilibrato tra parola e musica, che acquisisce qui nuova importanza con anche l’inserimento di danze e cori, e con i recitativi, sempre accompagnati, che si allargano naturalmente nelle arie.

L’opera ebbe diversi rimaneggiamenti e versioni, e noi vi racconteremo quella eseguita al Valli, proposta per la prima volta a Vienna nel 1762, in italiano, con la parte del protagonista scritta per contralto castrato, ora controtenore.
La più nota e spesso eseguita è invece quella dell’agosto 1774, con libretto tradotto in francese, ed ampliato da Pierre Louis Moline, con nuova orchestrazione e un più largo spazio dato alle danze.

La trama ha al suo centro il sublime cantore Orfeo, celebre per la sua arte, capace d’incantare non solo gli uomini ma anche tutti gli esseri del creato. La sua amata, Euridice, all’inizio dell’opera è già morta, morsa da un serpente, e il cantore ne piange l’immatura scomparsa (“chiamo il mio ben così”), mentre un coro di pastori e ninfe si unisce a lui intorno alla tomba della donna, intonando un lamento funebre (“Ah se intorno a quest’urna funesta”). E’ qui che giunge Amore, comunicando ad Orfeo che gli Dèi, impietositi, gli concedono di discendere agli Inferi per tentar di riportare in vita la moglie, ponendogli la famosa clausola: lui non dovrà rivolgerle lo sguardo finché non saranno tornati fuori (“Ti si vieta il mirar”).

Orfeo ed Euridice

Orfeo dunque giunge negli Inferi, luogo oscuro e misterioso, visto con sospetto da chi vi abita (“Chi mai dell’Erebo fra le caligini sull’orme d’Ercole e di Piritoo, conduce il piè”). E accompagnandosi con la sua lira, orchestralmente resa con l’arpa, chiede pietà in uno dei momenti più significativi dell’opera (“Deh placatevi con me, furie, larve, ombre sdegnose”). Piano piano, dopo un iniziale diniego, tutti si commuovono e così gli vengono aperte le porte dell’Ade.
Poco dopo egli arriva ai Campi Elisi, e qui accade uno dei momenti musicali che rappresentano i vertici dell’intera storia del melodramma, l’arioso “Che puro ciel”, in cui il dialogo tra diversi strumenti affida all’oboe il tema principale.

Il cantore è preoccupato perché Euridice non è ancora comparsa, e chiede agli eroi e alle eroine che lo popolano di condurgliela. La sua sposa arriva, ma quando i coniugi stanno per uscire, Euridice, prima entusiasta di ritornare vicino al suo sposo, non riesce più a capire l’atteggiamento del marito, che rifiuta di guardarla. La donna così recalcitra, esprimendo tutti i suoi contrastanti sentimenti nell’aria “Che fiero momento”, la più difficile e significativa per il personaggio di Euridice.
L’uomo, incapace di resistere, si gira e la guarda, provocandone di nuovo la morte. Disperato, si profonde nell’aria più famosa dell’opera, la struggente “Che farò senza Euridice”, e decide di uccidersi per riunirsi infine con lei nell’Ade.
A questo punto, però, Amore riappare e preso dall’ostinazione amorosa di Orfeo, ridona una seconda volta la vita ad Euridice (“Di tua costanza maggior prova non chiedo”).

Come si evince dalla trasposizione del mito, per un regista è assai difficile ma altrettanto suggestivo rendere teatralmente una simile storia e la sua ambientazione. La scelta, in chiave intimamente femminista, della curatrice dell’allestimento Shirin Neshat (con la drammaturgia di Yvonne Gebauer), artista iraniana alla sua seconda prova – dopo un’Aida a Salisburgo nel 2017 – è molto personale e foriera di nuove ed intense emozioni, con risultati davvero di grande risalto.

Per introdurre le sue scelte ci piace rimandare a due contributi filmici, proprio perché anche la regista inizia l’opera coraggiosamente, con una sequenza in cui viene rappresentata una coppia che ha perso un figlio (le immagini sono curate da Rodin Hamidi): al dolore immenso della donna, che si uccide gettandosi dalla finestra, corrisponde la freddezza del marito, che in qualche modo la respinge.
Questo spezzone ci riporta alla mente “Improvvisamente l’estate scorsa” di Mankiewicz, in cui Katharine Hepburn afferma che non vi è nel vocabolario una parola che esprima il dolore di una madre che perde un figlio. E un dramma così immenso capita anche a William Shakespeare e a sua moglie, rivisto nel recente film “Hamnet”, solo che lì il dolore viene alla fine condiviso, venendo esorcizzato dal teatro.

Qua invece, la morte di Euridice diventa in modo contemporaneo un grido feroce e divisivo sulle ragioni del dolore e dell’assenza. Orfeo (in doppia presenza con un attore, Aran Garcia, come per Euridice, Victor Vasquez Jurado) è presentato come un marito indifeso che sembra non essere profondamente ferito dal lutto che lo ha colpito con la morte del figlio, non riuscendo fino in fondo a condividere la sofferenza della moglie. Gli Inferi sono una specie di corte di giudizio che processa il Cantore, visto poi su un letto durante un’operazione chirurgica che gli asporta il cuore.
Sempre tra sogno e realtà, seppur con fatica, Orfeo riesce alla fine a portare fuori Euridice. Ma la donna, che tutti vestono di fiori colorati, non è per nulla felice, e quel vestito se lo strappa di dosso, non volendo tornare a vivere con Orfeo: preferisce tornare nel mondo delle ombre, con la presenza sempre in agguato del figlio che appare a tratti.

Ogni momento è reso con una pulizia formale di grande efficacia, dando forza ai sentimenti che percorrono il racconto in stretta sintonia con la musica.
Tra riferimenti a Dreyer, Cocteau e Rembrandt, un bianco e nero con sfumature di grigio avvolge ogni scena, spesso attraversata da luce abbagliante. La scenografia di Heike Vollmer e i costumi realizzati da Katharina Schlipf vengono valorizzati dalle luci di Valerio Tiberi, che donano ad ogni ambiente una giusta e pertinente atmosfera. Le danze sono rese con pochi e precisi movimenti da Claudia Greco.

Orfeo ed Euridice

Lo spettacolo trova, anche vocalmente, prestigio nella presenza di Carlo Vistoli, uno dei pochissimi controtenori italiani, capace di rendere così intensamente la parte del protagonista chiuso nel suo dolore, che ci viene restituito con melanconica e straziante commozione. Corretta Francesca Pia Vitale come Euridice; mentre Theodora Raftis, Amore, dotata di bellissime ali bianche, è efficace sia scenicamente che vocalmente.

A Reggio Emilia la direzione dell’orchestra Modo Antiquo è affidata ad Alessandro De Marchi, che dirige con la giusta energia e partecipazione un ‘opera di difficile costruzione, così inserita tra antico e apertura a una nuova era, e nel medesimo tempo colma di pathos. L’ottimo coro del Teatro Regio di Parma, con alla guida Martino Faggiani, riveste una parte molto importante, risultando sempre coinvolgente e ben inserito, per un ascolto e una visione davvero da ricordare.

Orfeo ed Euridice
Musica di Christoph Willibald Gluck
Direttore, Alessandro De Marchi
Regia, Shirin Neshat
Scene, Heike Vollmer
Costumi, Katharina Schlipf
Luci, Valerio Tiberi
Coreografie, Claudia Greco
Drammaturgia, Yvonne Gebauer
Maestro del coro, Martino Faggiani
Nuovo allestimento
Coproduzione Fondazione Teatro Regio di Parma, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

Orfeo, Carlo Vistoli
Euridice, Chiara Maria Fiorani
Amore, Theodora Raftis

Modo Antiquo
Coro del Teatro Regio di Parma

Visto a Reggio Emilia, Teatro Valli, il 12 aprile 2026

Exit mobile version