Alessandro Cadario dirige l’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini in quest’opera con un’ambientazione contemporanea ma non realistica
E’ una delle opere liriche che più amiamo e di cui conosciamo a memoria ogni verso. Ecco perché ci siamo fiondati subito a Reggio Emilia, al Teatro Valli, per assistere a “L’italiana in Algeri” di Gioachino Rossini.
Con “Il Barbiere di Siviglia”, “La Cenerentola” e “Il Turco in Italia”, questo capolavoro forma una trilogia di opere che rappresentano uno dei monumenti indiscutibili dell’opera buffa italiana.
Dramma giocoso in due atti, su libretto di Angelo Anelli, “L’italiana in Algeri” venne rappresentata per la prima volta al Teatro San Benedetto di Venezia il 22 maggio 1813, ed ebbe subito grande successo.
La storia è una tipica “turcheria” in voga in quegli anni (ricordiamo l’illustre precedente del mozartiano “Il ratto dal Serraglio” del 1782).
All’aprirsi del sipario vediamo come, ad Algeri, il Bey Mustafà sia stanco della moglie Elvira e decida di darla in moglie al suo giovane schiavo, l’italiano Lindoro, ingiungendo loro di partire.
Capita poi, per sua sfortuna, e capiremo dopo il perché, che proprio in quei giorni approdi ad Algeri un vascello su cui viaggia, rapita dai pirati, l’italiana Isabella, introdotta in scena dalla celebre cavatina “Cruda sorte amor tiranno”, una donna amata – e ricambiata, quando erano in Italia – proprio da Lindoro: ed ecco qui l’inghippo. Con lei c’è anche Taddeo, suo compagno di viaggio e preteso spasimante, che per non destar sospetti viene fatto passare per lo zio di lei, personaggio buffo sempre in balia degli eventi.
Mustafà s’infatua subito della bella Italiana. Intanto Lindoro ed Elvira giungono a salutare il Bey prima della partenza, con Isabella che d’incanto riconosce il suo perduto amore; ma lo stupore palesato dei due non sfugge ai presenti, che però non comprendono l’accaduto. E qui si pone uno dei momenti musicali più straordinari della storia dell’opera, di una modernità sconcertante: quando, nel riconoscimento tra Isabella e Lindoro, davanti al comprensibile smarrimento di tutti, il cervello degli astanti non trova più ragioni per capire ciò che sta accadendo, dando adito prima ad un momento di assoluta calma, a cui segue uno sconvolgimento assoluto del testo, che la musica asseconda in un turbinio di invenzioni che non ha eguale nel melodramma italiano. Un procedimento, questo, che troviamo anche nel “Barbiere di Siviglia” e in “Cenerentola”, sempre del pesarese: in “Cenerentola” con lo stupore degli astanti al riconoscimento di Cenerentola da parte del principe, e nel “Barbiere di Siviglia” nel finale dell’atto primo, quando Don Bartolo non comprende più cosa sta avvenendo intorno a lui.
Ma proseguiamo con la storia. Isabella, donna tosta e poco remissiva, avendo saputo del ripudio di Elvira, non ci sta, e riesce ad ottenere da Mustafà che Elvira rimanga ad Algeri, e che Lindoro diventi suo schiavo personale.
Lindoro intanto rassicura Isabella del suo amore: le spiega di non avere intenzione di sposare Elvira, e di avere accettato solo per poter tornare in Italia e rivederla. Così Isabella si accorda con lui su come fuggire da Algeri con il resto degli schiavi italiani.
La donna si inventa una perfetta stramberia, nominando il Bey “Pappataci”, carica molto particolare che gli impone che, qualsiasi cosa succeda, egli dovrà solo mangiare, bere e dormire. E così accadrà.
Isabella, dopo aver incitato gli schiavi ad essere italiani (con un’aria di grande difficoltà interpretativa di stile serio, il rondó “Pensa alla patria”) fugge con Lindoro. Intanto il deluso Taddeo, anche lui insignito del titolo onorifico di Kaimakan, di cui con orgoglio si fregia, lascia l’ascoltatore amareggiato perché l’opera sta per concludersi e vorrebbe altra musica.
Mustafà, decidendo suo malgrado di procedere a un taglio netto con le amanti italiane, si dichiara pronto per tornare all’amore di Elvira. E qui non dobbiamo tralasciare di ricordare la celebre aria di un personaggio minore, Haly, che sbotta con “Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre”, offertaci a Reggio Emilia da Giuseppe De Luca.
E qui sveliamo una curiosità: le uniche arie dedicate ad un personaggio minore venivano chiamate “del sorbetto” perché potevano permettere liberamente al pubblico di mangiare il sorbetto senza perdersi i momenti cruciali dello svolgimento della trama.
Ci troviamo di fronte ad un plot che più assurdo non si poteva concepire, eppure tratto paradossalmente da un fatto accaduto davvero: il rapimento, nel 1805, di una signora milanese da parte di corsari, portata poi nell’harem del Bey di Algeri Mustafà-ibn-Ibrahim, e infine ritornata in Italia.
La musica rossiniana travolge ogni cosa, creando un meccanismo perfetto, in cui musica e parola sono tutt’uno. E’ un’opera che tra l’altro stravolge il ruolo della donna, certo in balia dei desideri maschili, ma con Isabella che diventa icona di una femminilità piena di carisma, che invita le altre a non farsi sottomettere e che, con la sua determinazione, ottiene la vittoria.
Fabio Cherstich, per questo suo allestimento di un’opera che rompe gli schemi, ci immette in un contemporaneo che non ha però un’accezione realistica: non esistono più regge o principi arabi, ma tutto avviene – per ribaltamento – in una villa in costruzione, con tanto di impalcature e betoniera: “Un luogo indefinito, assolato, fermo nel tempo”, lo definisce il regista.
Qui Mustafà, spesso dai toni volgarotti, è una specie di capo cantiere che tratta bruscamente i suoi sottoposti e anche il povero Lindoro. Isabella arriva su un grande gommone pieno di scartoffie, mentre poco alla volta la scena diventa una grande spiaggia, con tanto di tavolini, sdraio e giochi gonfiabili, in cui la livornese sembra trovarsi davvero a suo agio, prendendovi il sole in bikini.
A collegare ogni cosa ci pensa il mimo Julien Lambert con le sue acrobazie.
Ad assecondare il disegno registico contribuiscono le scene di Nicolas Bovey e i costumi di Arthur Arbesser, che si diverte ad esempio a tratteggiare con gusto estroso e pertinente i Pappataci, mentre le luci di Alessandro Pasqualini sottolineano, spesso in modo cangiante, i diversi momenti di questa scatenata rappresentazione. In tale contesto forse si sarebbe potuto addirittura osare di più, rompendo in modo più deciso la scena, ma ogni passaggio è davvero tratteggiato con estro figurativo e registico di parossistico pregio.
Passando agli interpreti, veramente di altissimo livello il comparto maschile, che sta al gioco del regista imbevendo il proprio canto di corroborante ironia. Giorgio Caoduro è un Mustafà straffotente e pieno di sé, il tenore Ruzil Gatin accompagna le sue due arie (“Languir per una bella” e “Oh come il cor di giubilo”) con giusto afflato amoroso, e infine Marco Filippo Romano è davvero bravissimo a tratteggiare la stolta dabbenaggine di Taddeo.
Mentre il mezzosoprano Laura Verrecchia, come Isabella, con autorevolezza canora ed interpretativa irretisce, con le sue astuzie, tutto il cosiddetto potere maschile.
Alessandro Cadario, a capo dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, con Martino Faggiani maestro del Coro Claudio Merulo, ci restituiscono con grande freschezza questa partitura, tra l’altro nella sua definitiva e originale stesura, una delle più inventive e insolite del repertorio operistico italiano.
Molto interessante che il nuovo allestimento sia una coproduzione della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia con i Teatri di Piacenza, Modena, Ravenna, la Fondazione Haydn di Trento e Bolzano e il circuito OperaLombardia che, dopo questo debutto, potrà essere quindi gustato dagli spettatori e dalle spettatrici delle diverse sedi coproduttrici.
L’italiana in Algeri
Musica di Gioachino Rossini
Interpreti
Mustafà, Giorgio Caoduro
Elvira, Gloria Tronel
Zulma, Barbara Skora
Haly, Giuseppe De Luca
Lindoro, Ruzil Gatin
Isabella, Laura Verrecchia
Taddeo, Marco Filippo Romano
Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia
Direttore, Alessandro Cadario
Regia, Fabio Cherstich
Scene, Nicolas Bovey
Costumi, Arthur Arbesser
Luci, Alessandro Pasqualini
Maestro del coro, Martino Faggiani
Nuovo allestimento
Coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione Ravenna Manifestazioni/Teatro Alighieri, Fondazione Haydn di Trento e Bolzano, Teatri di Operalombardia
Visto a Reggio Emilia, Teatro Valli, il 20 febbraio 2026
