L’approdo dell’archivio dell’artista belga a Lecce divide il mondo della cultura. Da Marco Petroni a Roberto Trifirò, da Franco Ungaro a Cinzia Spanò e Ivana Trettel, emerge una domanda: dove finisce il diritto di creare e dove comincia la responsabilità delle istituzioni nel decidere chi celebrare?
Il caso Jan Fabre è diventato qualcosa di molto più grande di una polemica locale. La decisione di accogliere nel Polo biblio-museale di Lecce l’archivio dell’artista belga ha aperto un dibattito che riguarda il rapporto tra arte, responsabilità e istituzioni pubbliche. Non si discute soltanto di un autore controverso, ma del significato stesso che attribuiamo oggi alla memoria culturale.
Da una parte c’è chi ritiene che una condanna per molestie e violenza sul lavoro renda inopportuna qualsiasi forma di riconoscimento pubblico. Dall’altra c’è chi sostiene che il giudizio sull’opera debba restare distinto dal giudizio sulla persona e che un’istituzione culturale non possa trasformarsi in un tribunale morale.
Sono due posizioni entrambe legittime. Su cui in parte KLP tornerà anche domani con l’articolo di Tommaso Zaccheo sulla “Trilogia Cadela Força” dell’artista brasiliana Carolina Bianchi, presentata qualche settimana fa al Festival di Avignone.
Ma forse, qui, la domanda decisiva è ancora un’altra. Esiste una differenza tra il diritto di un artista a continuare a creare e la scelta di un’istituzione pubblica di celebrarne l’opera? È una distinzione che spesso viene trascurata, e che invece cambia completamente i termini della discussione.
Nessuno può impedire a Jan Fabre di continuare a produrre arte. Sarebbe incompatibile con una società democratica immaginare che una condanna penale comporti automaticamente la perdita del diritto all’espressione artistica. Ma un archivio pubblico, una grande mostra, una retrospettiva, una personale rappresentano qualcosa di diverso. Non sono semplici occasioni espositive. Sono atti culturali e simbolici attraverso i quali una comunità decide che un determinato autore merita di essere consegnato alla memoria collettiva.
È qui che nasce il conflitto. Fabre è stato condannato dalla giustizia belga per molestie e violenza sul lavoro nei confronti di collaboratrici della sua compagnia. Le vittime sono vive, il dibattito è ancora aperto, e lo stesso artista non ha mai compiuto un percorso pubblico di riconoscimento delle proprie responsabilità che molti ritengono necessario. Per una parte del mondo culturale, dunque, il problema non è la libertà dell’artista, ma il messaggio che trasmette un’istituzione quando sceglie di investirlo di un nuovo riconoscimento.
Non è un’obiezione marginale. La cultura contemporanea, soprattutto dopo il movimento #MeToo, ha smesso di considerare l’artista come una figura separata dalla propria biografia. L’autore non è più soltanto colui che produce opere, ma anche un soggetto pubblico il cui comportamento entra inevitabilmente nella valutazione complessiva della sua presenza nello spazio culturale.

Marco Petroni, teorico e critico del design, intervenendo nel dibattito, contesta proprio l’idea sostenuta dal critico Giacinto Di Pietrantonio secondo cui l’opera dovrebbe essere separata dalla vicenda personale dell’autore. Di Pietrantonio è il curatore della mostra “Borrewed Time”, dedicata all’artista belga, aperta al pubblico alla Biblioteca Bernardini di Lecce fino al 9 maggio 2027. Secondo Petroni, il mondo dell’arte contemporanea ha ormai messo in discussione quella distinzione attraverso le riflessioni postcoloniali, femministe e decoloniali che hanno trasformato profondamente il modo di leggere le pratiche artistiche. Per questa impostazione, le relazioni di potere non sono un elemento esterno all’opera, ma ne costituiscono una parte integrante.
È una prospettiva che merita attenzione. Ma non è l’unica. Molti operatori culturali continuano a difendere la distinzione tra giudizio morale e giudizio estetico. Roberto Trifirò, attore e regista che ha lavorato sulle opere di Fabre al Teatro Out-Off di Milano, che nel 2025 gli ha dedicato una “personale”, sostiene che spetti a ciascuno decidere liberamente se assistere a uno spettacolo o visitare una mostra. Per lui l’opera va giudicata come opera, mentre la persona va giudicata sul piano delle responsabilità individuali. Confondere i due livelli significherebbe attribuire all’arte una funzione che non le appartiene.
Una posizione analoga, ma più articolata, arriva da Franco Ungaro, che da anni lavora nei laboratori teatrali del carcere di Lecce. Ungaro racconta il proprio smarrimento davanti alle condanne di Fabre, un artista che aveva profondamente ammirato. Eppure invita a interrogarsi sul significato della pena e sulla possibilità della trasformazione. La sua domanda è semplice e insieme difficile: una persona coincide per sempre con il proprio errore?
È un interrogativo che riguarda anche il teatro nelle carceri. Chi lavora quotidianamente con detenuti condannati per reati gravissimi racconta come l’arte possa diventare uno strumento di ricostruzione personale. Se crediamo davvero nella funzione rieducativa della pena, possiamo sostenere che un individuo debba essere escluso per sempre dalla vita culturale?
Ma è proprio qui che il caso Fabre mostra tutta la propria specificità. Il paragone con gli artisti detenuti o con gli ex detenuti rischia infatti di essere fuorviante, ed è stato contestato dal collettivo “Il Sesto Archivio”, formato da artiste, operatori culturali e attivisti, che a Lecce sta contrastando l’apertura del centro studi di Jan Fabre.
Fabre non è stato incarcerato. Ha continuato a lavorare, a essere prodotto e a esporre in molti contesti internazionali. Soprattutto, le molestie per cui è stato condannato sono avvenute all’interno del rapporto artistico stesso, in una relazione di potere con le persone che collaboravano con lui. È questo elemento che rende il caso diverso da molti altri esempi storici.
Anche i confronti con Caravaggio, Wagner, Céline o Polański, devono essere maneggiati con cautela. Non perché siano irrilevanti, ma perché ogni vicenda ha una propria specificità storica, giuridica e morale. Non esiste una graduatoria dei reati che possa risolvere automaticamente il problema. Il punto non è stabilire quale comportamento sia più grave di un altro, ma chiedersi con quali criteri una comunità decide oggi di attribuire prestigio pubblico a un autore.
La questione diventa ancora più delicata quando si tratta di un artista vivente.
La distanza storica modifica inevitabilmente il nostro sguardo. Caravaggio appartiene ormai alla storia dell’arte; Fabre appartiene al presente. Le persone coinvolte sono vive, le ferite non sono archiviate, il conflitto non è concluso. Una retrospettiva dedicata a un autore contemporaneo viene inevitabilmente percepita anche come un riconoscimento della persona, non soltanto del valore delle opere.
È probabilmente questa la vera differenza. Non tra autore e opera, ma tra conservare un patrimonio e scegliere di celebrarlo mentre la vicenda umana che lo accompagna è ancora aperta.
Su questo punto interviene con forza anche Cinzia Spanò, attrice e attivista di Amleta, che sposta il discorso sul piano politico e sociale delle conseguenze.
Alla domanda se un’istituzione culturale possa programmare un artista condannato senza mancare di rispetto alle vittime, la sua risposta è netta: no. Le scelte non sono neutre. Programmare o celebrare un autore condannato significa, secondo Spanò, contribuire a una normalizzazione della violenza e indebolire il lavoro di chi ha avuto il coraggio di denunciare.
In questo quadro, la questione non riguarda soltanto il passato dell’artista, ma il presente delle vittime. Le donne che denunciano, ricorda Spanò, si espongono a percorsi lunghi, dolorosi e spesso traumatici. Sostenere pubblicamente chi ha subito abusi significa anche riconoscere il valore della loro azione e prendere posizione nel conflitto sociale che la denuncia inevitabilmente apre.
Da qui deriva anche una precisazione importante sul linguaggio: parlare di “censura” in questi casi è, secondo Spanò, improprio. La censura implica un potere che impedisce la libertà di espressione. Qui, invece, si tratta di scelte culturali e politiche che possono essere criticate, ma che non impediscono a nessuno di creare. L’unica forma di cancellazione davvero problematica, semmai, è quella che silenzia le vittime.
Una prospettiva ancora diversa arriva da Ivana Trettel, regista di Opera Liquida, la compagnia teatrale della Casa di Reclusione di Milano Opera, che da quasi vent’anni lavora quotidianamente con persone detenute. La sua esperienza introduce una distinzione significativa rispetto all’idea, spesso evocata, della funzione rieducativa dell’arte.
Trettel racconta che il suo lavoro comincia sempre sospendendo il giudizio sul reato. «Non mi occupo del reato quando incontro un nuovo aspirante attore. Da sempre lavoro in colleganza e assenza di giudizio. Mi interessa, dal momento dell’incontro in poi, il materiale creativo che genereremo, uno spazio di libertà, anche dal pregiudizio». Non si tratta, però, di dimenticare ciò che è accaduto, ma di delimitare con precisione il campo dell’azione artistica.
Proprio per questo prende le distanze da una lettura che attribuisce al teatro una missione rieducativa. «Non credo nella funzione rieducativa dell’arte, perché non credo le si debba attribuire una funzione, oltre alla sua potenza comunicativa». Osserva che il teatro produce molti «effetti collaterali positivi»: responsabilità, consapevolezza, capacità di relazione, trasformazioni personali. Ma questi non rappresentano l’obiettivo dell’arte. Sono conseguenze possibili di un processo che resta, prima di tutto, artistico. Ogni persona, dice, sceglie come attraversarlo e quale cambiamento farne nascere.
Questa riflessione introduce anche una differenza importante rispetto al caso Fabre. «Un artista condannato possiede già tutti gli strumenti, spesso anche posizioni di potere. Rimane un artista perché è nella sua natura». Per Trettel, dunque, il nodo non è stabilire se una condanna inibisca la capacità creativa di un autore: nessuno smette di essere artista per effetto di una sentenza. La questione riguarda piuttosto il modo in cui quel talento viene esercitato e il contesto relazionale entro cui prende forma.
È qui che il suo ragionamento si avvicina, pur con accenti propri, a quello di Cinzia Spanò. «Servono atti politici di sconsiderata bellezza», afferma, sintetizzando una convinzione maturata nel proprio percorso. Ogni azione è politica, aggiunge. Anche la programmazione culturale. Anche la scelta di invitare o celebrare un artista. Le istituzioni, dunque, non possono sottrarsi alla responsabilità delle proprie decisioni, perché ogni selezione costruisce inevitabilmente un’idea di comunità.
Trettel introduce anche un’ultima sfumatura, particolarmente pertinente al caso Fabre. «Non è l’arte a poter essere messa in discussione. Accade che, a volte, l’artista, nel suo isolamento, confonda i limiti tra arte e vita. Arrogandosi il diritto di travalicarli, anche violentemente. Trasformando il luogo della bellezza, della sicurezza, della crescita, in qualcosa di molto più torbido». In questa prospettiva, il problema non è l’opera in sé, ma la rottura dello spazio di fiducia che dovrebbe rendere possibile il processo creativo. Proprio per questo, conclude, «un teatro deve consapevolmente, politicamente ed eticamente scegliere».
Dunque, il problema non è solo il rapporto tra opera e autore, ma il tipo di società che si vuole costruire. Se l’obiettivo è contrastare la violenza e gli abusi di potere, allora le istituzioni culturali non possono considerarsi neutrali. Ogni scelta di programmazione diventa una presa di posizione.
Per questo il caso Lecce non può essere ridotto né a un atto di censura né a una battaglia ideologica. Le istituzioni culturali hanno il diritto di compiere le proprie scelte, ma hanno anche la responsabilità di motivarle pubblicamente, sapendo che ogni decisione costruisce un’idea di patrimonio e di memoria.
Forse è proprio questo il contributo più utile che il caso Fabre può offrire. Obbligarci a distinguere tra il diritto di un artista a continuare a creare e il diritto di una comunità a decidere quali figure trasformare in simboli culturali del proprio tempo. Sono due diritti diversi. Confonderli significa semplificare un problema che, invece, chiede alla cultura di abitare le proprie contraddizioni senza pretendere di risolverle con slogan o sentenze definitive.
