Il ruolo di un’istituzione culturale? Il rischio. Kireńczuk saluta Santarcangelo

Imbosco a Santarcangelo 26
Imbosco a Santarcangelo 26

Ultimo anno a Santarcangelo Festival per il direttore polacco, che fa un bilancio di quest’esperienza partita nel 2022. Per il futuro lo attende Vienna, ma rimanendo in dialogo anche con artisti italiani

A due giorni dalla chiusura della 56^ edizione di Santarcangelo Festival, che ha coinciso con l’ultimo mandato per Tomasz Kireńczuk, abbiamo deciso di fare un bilancio complessivo di questa esperienza romagnola con il curatore, drammaturgo e critico teatrale polacco. Il tutto dopo due intense giornate di spettacoli, di cui leggerete su queste pagine a breve.

Com’è nata l’idea del claim di quest’anno: Deep Pressures?
La procedura è stata la stessa degli anni precedenti. Non lo scegliamo a priori, a tavolino, ma solo quando abbiamo già definito tutti gli spettacoli. Quando chiudiamo il programma, più o meno a febbraio, comincio a riguardare i lavori nell’insieme. Cerco di trovare elementi che li uniscono o che raccontano il festival in modo ampio. Per noi è importante ci sia coerenza nella programmazione e, visto che è abbastanza vasta, è utile dare un frame che aiuti le persone a navigare nel festival.
Il processo per trovare il claim è un percorso lungo, anche doloroso. Il programma si fa da uno spettacolo all’altro, da un artista all’altro. A volte i dialoghi con gli artisti durano molto tempo. Per esempio, abbiamo lavorato due anni per riuscire a portare “Undersang” di Harald Beharie a Santarcangelo, ci servivano molte economie. Altro artista importante per questa edizione, con un lavoro abbastanza complesso, è Ali Chahrour. È dal primo anno che avevo voglia di presentarlo al festival. Quando faccio queste scelte non sono ancora influenzate da un pensiero connesso alle tematiche.

Ali Chahrour (ph: Christophe Raynaud De Lage)
Ali Chahrour (ph: Christophe Raynaud De Lage)

Nel programma di quest’anno ci sono stati artisti che abbiamo già ospitato al festival, come Catol Teixeira, Wojciech Grudziński, Ewa Dziarnowska. Ma quando li abbiamo invitati a tornare, i loro lavori non esistevano ancora. Wojtek ha debuttato ad aprile, Eva ha fatto una prima condivisione pubblica durante il festival… Quindi non sappiamo esattamente come saranno i lori spettacoli, abbiamo un concetto, un’idea e conosciamo la pratica dell’artista. Così, nel momento in cui ci mettiamo a guardare il programma nell’insieme, spesso scopriamo cose che prima non avevamo visto.
Abbiamo iniziato a lavorare al claim a gennaio, alla soglia della scadenza ministeriale. Sembra una cosa tecnica, ma alla fine è una scadenza utile: arriva il momento in cui bisogna costruire il programma e chiudere.
La prima idea sul claim era: “Deep Present”, in riferimento alla presenza fisica dei corpi e al caos che stiamo vivendo. Ma temevo fosse poco connesso alla densità del programma. Due mesi dopo siamo arrivati a “Deep Pressure”. Mi piaceva, ma non volevo fosse limitante. Non esiste una sola pressione, le pressioni sono tante, non siamo tutti uguali. A un certo punto, durante una riunione, ci siamo accorti che bastava aggiungere una S per aprire il discorso e raccontare pienamente il concetto generale di quest’edizione.

Mi ha colpito in particolar modo il respiro, il suono di questo atto vitale, presente in molti spettacoli… Come si collega questo elemento?
Mi fa piacere che l’hai notato. Per me la questione del respiro è fondamentale. All’inizio, quando mi confrontavo con gli altri per capire se il claim riuscisse a portare avanti questo messaggio, molte persone mi dicevano che era difficile risalire all’elemento del respiro. Il termine “pressioni” lo collochiamo subito nella dimensione politica, sociale, o anche nel contesto dei conflitti politici attorno alla cultura. Ma non era questa la mia volontà, io volevo che avesse una dimensione più ampia. Ora, in questi giorni, dopo aver visto gli spettacoli, in molti mi hanno detto: “Adesso ho capito il claim diversamente”.
All’incontro dell’altro giorno, Dahkan ha affermato che il respiro è fondamentale, è l’unica cosa che unisce tutti, e ha fatto questa battuta: “Come artista ho viaggiato molto, ma non ho mai visto in nessun Paese qualcuno che respirasse con due inspirazioni e una sola espirazione”. Tutti respiriamo nello stesso modo. Le pressioni che sentiamo influiscono sul modo in cui viviamo, sul nostro corpo e su come respiriamo, anche nel senso più metaforico del termine. Quando siamo sotto pressione non siamo più in grado di respirare correttamente, ed è lì che nasce il pensiero: “Cosa faccio? Accetto la situazione oppure no? Reagisco o non reagisco?”.
Mi sono reso conto che nel programma ci sono tantissimi artisti che sperimentano il respiro come elemento drammaturgico: come atto di protesta, o come atto di cura. È una cosa molto potente. Respirare è un gesto significativo, una cosa su cui riflettere: alcune persone possono respirare insieme, altre invece non possono farlo.

Il direttore durante uno spettacolo (ph: Pietro Bertora)
Il direttore durante uno spettacolo (ph: Pietro Bertora)

Quali sono le pressioni che hai dovuto affrontare in questi anni come direttore di Santarcangelo e le battaglie che hai combattuto?
Devo dire che qui non ho vissuto molte pressioni, a parte quella ministeriale dell’anno scorso, che è stata molto violenta e stressante. Sentivo la necessità di rispondere alla valutazione politica del programma, che minava anche il concetto vero e proprio del festival.
Una delle cose più belle di quest’esperienza è stata vedere che esistono posti in cui c’è unione tra i diversi attori pubblici, che si riuniscono per sostenere un’istituzione culturale. In questi anni abbiamo discusso su diversi elementi del festival con il CDA e con il Comune di Santarcangelo. È sempre stato un dialogo aperto, anche dal punto di vista critico. A me interessava capire cosa mancava o cosa non funzionava dal punto di vista del Comune e dei cittadini. E’ stato uno scambio senza pressioni. Ed è la prima volta che faccio un’esperienza di questo tipo. Comune, Regione e gli altri soci che sostengono il festival non hanno mai cercato di imporsi con il loro potere istituzionale. Mentre questo, spesso, è invece un aspetto molto presente, e non solo in contesti dove governa la destra.
Qui invece siamo in una terra felice, c’è grande coscienza sulla natura del festival e sul suo ruolo. Quando il sindaco Filippo Sacchetti dice che questa manifestazione porta il mondo a Santarcangelo e porta Santarcangelo nel mondo… mi viene quasi da piangere, perché c’è una vera comprensione del suo peso. E sappiamo bene che non è un festival facile per chi lo sostiene dal punto di vista istituzionale, perché il programma è politico e molto sperimentale. Non è un festival che fa guadagnare voti, è un festival che devi difendere. Ciò non vuol dire che non funzioni con il pubblico. Al Supercinema, per “Clap & Slap” di Igor e Agnietė, la maggior parte degli spettatori erano santarcangelesi. Anche “Bow”, un lavoro molto impegnativo, lo abbiamo potuto presentare in un luogo così esposto come la piazza centrale. C’erano famiglie, bambini, anziani, tutta la varietà della popolazione. Une delle cose più importanti che porterò via con me da qui è che se un festival così può esistere in un comune di 22mila abitanti, dovrebbe esistere anche in contesti più metropolitani.

Come hai vissuto la relazione con la politica?
L’anno scorso, quando scoppiò il conflitto con il Ministero attorno alle votazioni, ci fu da subito una grande unione tra le istituzioni che sostengono il festival, ma non fu solo un atto politico. L’assessore alla cultura Gessica Allegni e il sindaco Sacchetti fecero discorsi di qualità, che difendevano una certa visione di cultura. La protesta che abbiamo fatto non era soltanto per noi, ma per difendere un determinato pensiero sulla cultura. Questo è uno spazio libero, aperto, che porta persone anche con pensieri diversi o lontani dai nostri, e non dovrebbe dipendere da chi governa. Il governo ha altri ruoli, non decide i programmi, dovrebbe soltanto amministrare i fondi pubblici.

E i rapporti con le altre istituzioni culturali?
In questi anni siamo riusciti a costruire un certo tipo di ecosistema. È stata un’esperienza molto bella creare progetti come Fondo [un network per la creatività emergente con sostegni alla produzione e periodi di residenza, ndr]: ci siamo riuniti con una quindicina di partner, molto diversi tra loro dal punto di vista amministrativo, strutturale ed anche estetico. Questa progettualità ci ha permesso di sostenere ogni anno due artisti in un loro progetto, al di là del risultato, perché l’obiettivo è sostenere quelli emergenti nella fase creativa e di ricerca.
In modo analogo, grazie al progetto Bloom produciamo ogni anno un lavoro one-to-one [una fruizione pensata per uno spettatore alla volta, ndr] realizzato da un artista italiano.
Le alleanze istituzionali, all’interno del mondo della cultura, sono state molto importanti, ci hanno fatto capire come possiamo diventare più forti attorno alle progettualità.

Cosa ti ha dato Santarcangelo in questi anni? Cosa porterai con te?
Domanda complessa. Quando sono arrivato ero un’altra persona, sia a livello personale che professionale. Ho imparato come lavorare nello spazio pubblico. Ho potuto sperimentare, provare cose che in altri contesti non avevo la possibilità di fare perché mancava la libertà (o la volontà) di prendersi dei rischi. Qui ho imparato che il rischio è il ruolo di un’istituzione culturale. Se il rischio non lo prendono le istituzioni culturali, chi può farlo? Non ci si può aspettare che siano solo gli artisti. 
Un altro aspetto a cui avevo sempre pensato, e che qui ho vissuto, è che il lavoro di ricerca, con un linguaggio progressista, è un lavoro accessibile. Dopo cinque anni qui so che ‘sperimentale’ non vuol dire ‘non accessibile’. Spesso si dice: “Non faccio questo spettacolo perché il pubblico non è pronto, perché è troppo rischioso, perché è troppo difficile da capire”. Qui non è così. Ho visto il lavoro di Wojciech Grudziński in piazza, davanti a una grande diversità di persone. È un lavoro difficile, disturbante. Le persone si fermano e lo guardano perché c’è la forza di una presenza corporea anche se non è spiegato, anche se non dicono niente, se non raccontano una storia.
Qui ci sono le prove che il lavoro che parte dal corpo, dalla presenza, è la modalità più semplice di connettersi con il pubblico.

Qual è stato il tuo contributo più significativo a Santarcangelo?
Credo che dopo questi cinque anni il festival sia più forte, più stabile, nonostante tutti i problemi economici e politici che gli ruotano attorno. Lo abbiamo rinforzato dal punto di vista istituzionale, sia a livello nazionale che internazionale. Con i miei colleghi siamo riusciti a costruire un sistema di protezione attorno, grazie all’aiuto di molte istituzioni che ci hanno permesso di continuare anche quando le cose non sono andate bene. E il festival è cresciuto anche dal punto di vista della visibilità internazionale.
Per me è stato importante portare avanti una riflessione su un festival che prende posizioni politiche. Usare la visibilità di un festival per dire certe cose, per fare domande, per presentare modalità di lettura della realtà è una scelta. Questo aspetto qui esisteva anche prima, ora direi che non viene più messo in discussione, siamo riusciti a rinforzarlo e renderlo ancora più visibile.

Com’è stato l’incontro con il futuro direttore, Luigi Noah De Angelis?
L’incontro è andato molto bene. E’ importante che questi passaggi di consegna vengano fatti in modo aperto, coinvolgendo tutte le parti interessate. Il festival è un’istituzione pubblica, non dovrebbe mai dipendere o essere visto dalla prospettiva personale di un singolo direttore. Ogni direttore che lo dirige fa la sua parte. Se penso alle direzioni precedenti (i Motus, Eva Neklyaeva, Silvia Bottiroli) ognuno ha avuto la possibilità di far la sua parte. Per me è stato un grande privilegio, ma non l’ho mai considerato il festival di Silvia, di Eva, dei Motus o mio. Ognuno di noi l’ha portato avanti e poi l’ha lasciato nelle mani di un’altra persona. E’ stato importante fare questo passaggio di consegna, condividere contatti, esperienze, strumenti e soluzioni che abbiamo trovato per rinforzare il festival. Così, nel momento in cui Luigi subentrerà, potrà fare la sua strada avendo a disposizione tutto questo. Ma l’incontro è stato anche un momento di riflessione. Questo è un lavoro bellissimo, non certo facile, ma spero che anche Luigi vivrà un’ottima esperienza.
La cosa positiva di Santarcangelo è che ogni qualche anno si cambia e si accolgono visioni molto diverse. Non vedo quindi l’ora di tornare tra un anno e vedere dove sta andando il festival.
Il festival è più importante delle persone che lo fanno: per me è un pensiero fondamentale. E Santarcangelo è unico nel suo genere, proprio perché la sua visione segue la logica del festival e non di chi l’ha fatto, lo fa o lo farà.

Cosa ti riserva il futuro?
L’anno scorso ho risposto a una call internazionale per la direzione artistica di brut a Vienna, una production house molto importante per la scena indipendente viennese. È un incarico per quattro anni, con la possibilità di un secondo mandato.

C’è un artista o un gruppo italiano che vorresti portare con te e far conoscere all’estero?
Ce ne sono tanti, con alcuni sono già in dialogo. Per me è importante mantenere aperto il dialogo con la scena italiana. Sono in contatto con l’Istituto italiano di cultura di Vienna per diverse collaborazioni. Mi piacerebbe continuare anche le residenze: sarebbe bello poter ospitare a Vienna almeno un artista italiano ogni anno. Nella prossima stagione ci sarà Muna Mussie con “Cinema Impero”, un lavoro che ha debuttato l’edizione scorsa. E per l’apertura del nuovo spazio ci sarà Industria Indipendente con “Merende”.

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