Kr70M16. Karamu, il naufrago senza nome di Scena Verticale

Ph: Angelo Maggio
Ph: Angelo Maggio

Alla 26^ edizione di Primavera dei Teatri lo spettacolo di Saverio La Ruina con Dario De Luca e Cecilia Foti 

Un cimitero, una tomba senza nome, anime che si muovono leggere, sfiorando la vita e sussurrando alla morte. Fra terra, mare e cielo, queste anime si agitano, chi alla ricerca di un nome che porta con sé la dignità di una esistenza troppe spesso offesa e relegata ai margini, chi agognando una pace che non trova.

Si muove leggero e intenso, “Kr70M16 – Naufrago senza nome”, l’ultimo lavoro scritto, diretto e interpretato dall’artista calabrese Saverio La Ruina. Lo spettacolo ha debuttato ad inizio anno al Teatro India di Roma, e ha arricchito la XXVI edizione del festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea Primavera dei Teatri, a Castrovillari a fine maggio, accolto dal pubblico di casa con emozionati applausi.

Sul palco, oltre a La Ruina, Dario De Luca – altra anima della compagnia Scena Verticale – e Cecilia Foti. I tre, inseriti in una scena scarna, abitata da bianchi parallelepipedi che si prestano ad essere ora una seduta, ora una fredda tomba, attraverso una narrazione lieve e al contempo tragica, puntellata dalle musiche di Gianfranco De Franco, artista che da anni collabora con la compagnia condividendone poetica e intenzioni, danno vita ad un racconto delicato e soffuso che parla di migrazioni e sradicamento, di memoria e dignità, di identità cercata e negata, del rapporto con la morte e con la salvezza in un tempo in cui troppo spesso parole come guerra, violenza, dolore, si fanno spazio e sembrano non dare tregua.

Fra le tombe senza nome di un cimitero di provincia, luogo dove da sempre le anime dei vivi e dei morti si incontrano, incontriamo Karamu, interpretato con grazia e profondità da Cecilia Foti, ragazzino che ha perso la vita in mare nel tentativo di trovare un futuro migliore.
Karamu non si rassegna ad essere solo una sigla: quel Kr70M16 che indica il luogo del ritrovamento, ossia le spiagge di Crotone (e il ricordo va alla tragedia di Cutro, una delle troppe ferite contemporanee), numero della salma, sesso ed età.
Karamu cerca spasmodicamente qualcosa di più, anche nella morte. Lui, nei suoi abiti scelti con cura dalla madre, per ben presentarsi alla nuova vita cui sperava di approdare, non vuole essere solo una fredda cifra, un naufrago senza nome, ma rivendica con ostinazione la propria biografia, chiede di “essere” perché solo così, forse, la madre potrà venire a conoscenza della sua morte e provare a trovare pace.

Storie di ordinaria disumanità, vite spezzate dal mare che diventa buco nero e inghiotte sogni e speranze che giacciono nei fondali, insieme a brandelli di vite, abiti, giochi, sotto lo sguardo carico di compassione dei pescatori del Mediterraneo.

Queste esistenze spezzate, insieme alle altre che abitano il cimitero, vengono accudite dal guardiano, serio, scrupoloso, preciso nei suoi gesti ripetitivi e lenti, l’unico vivo fra i morti, nell’interpretazione ricca di sfumature di Dario De Luca (che firma anche le luci).
Nella terra di mezzo si muove con discreta empatia, guardando ogni tomba, ogni vita con la medesima attenzione, umanissimo e diretto nel provare a dare pace alle anime dei vivi così come dei morti.

Ph: Angelo Maggio
Ph: Angelo Maggio

Il triangolo si chiude con la figura, emblematica e a tratti spigolosa, quasi fredda e distaccata, del dottor Schwarz, interpretato dallo stesso La Ruina, psicanalista ebreo imprigionato nel campo calabrese di Ferramonti di Tarsia, che ha poi deciso di vivere la propria vita a Castrovillari.
Sono fili che s’intrecciano fino a scontrarsi quelli imbastiti con delicata sapienza da La Ruina, che affondano in ferite senza tempo: il dramma dei migranti e dei popoli senza pace, in Africa come in Palestina, ieri come oggi. E nonostante l’iniziale chiusura, grazie al confronto con l’altro – quel giovane senza peli sulla lingua, così diverso eppure simile nella sofferta dignità con cui cerca di affermare la propria verità –, anche il dottor Schwarz, in apparenza privo di sensibilità verso il dolore degli altri, convinto che solo il proprio e quello del popolo ebreo, vittima delle atrocità della Shoah, meriti di essere considerato e guardato con compassione, muterà il suo atteggiamento.

Perché la sofferenza non appartiene solo ad un popolo, il dolore invade le pieghe dei corpi allo stesso modo; la perdita in chi resta provoca uguale sofferenza e la dignità degli esseri umani è uguale per tutti.
Senza falsa retorica ma con la delicatezza propria della sua scrittura, dalle molteplici sfumature e capace di imprimere con forza e profonda ironia, La Ruina si confronta con i luoghi più oscuri dell’animo umano e affronta un tema certamente controverso. La sua è una parabola del dolore e della dignità in cui non vogliono esserci vinti o vincitori, ma solo esseri umani, e dove si invita, attraverso l’incisiva leggerezza delle parole, a considerare l’altro chiamandolo con il proprio nome e ascoltandone la sofferenza.

Kr70M16 – Naufrago senza nome
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina
con Dario De Luca e Cecilia Foti
musiche originali Gianfranco De Franco
disegno luci e illustrazione Dario de Luca
luci e audio Daniele Nocera
costumi Cecilia Foti
responsabile allestimento Giovanni Spina
assistente alla regia Rosy Parrotta
organizzazione Egilda Orrico
amministrazione Tiziana Covello
produzione Scena Verticale

Durata: 1h 10’
Applausi del pubblico: 2’

Visto a Castrovillari, Centro polifunzionale san Girolamo, il 29 maggio 2026

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