“La cara dei vecchi” di Progetto Nichel. Il teatro e il tempo della cura

La Cara dei vecchi (ph: Sara Suriano)
La cara dei vecchi (ph: Sara Suriano)

Lo spettacolo di Elvira Buonocore, diretto da Pino Carbone e interpretato da Anna Carla Broegg, intreccia teatro, video e paesaggio sonoro per raccontare la fatica dell’assistenza domestica agli anziani e il rapporto tra generazioni

Luglio invita a dimenticare. È il mese delle piazze affollate, delle commedie leggere, dei concerti che accompagnano l’illusione di un’estate senza pensieri. Per questo il festival Vivaio – Coltivare il teatro in città, giunto alla quarta edizione e ospitato alle S.E.R.R.E. di Terlizzi, compie una scelta quasi controcorrente. La direzione artistica di Michele Altamura, anima di VicoQuartoMazzini, insieme alla direzione tecnica di Michelangelo Volpe, costruisce un percorso che non rincorre l’evasione ma il pensiero.

Il tema non è semplicemente la fragilità. È il rapporto tra le generazioni. È ciò che accade quando il tempo modifica i ruoli, i figli diventano genitori dei propri genitori, e la memoria si sfalda. E lascia in eredità il peso della cura. Un teatro che parla dell’oggi senza mai nominarlo esplicitamente, perché basta osservare una famiglia per capire un Paese.

Un momento di Vivaio (ph: Sara Suriano)
Un momento di Vivaio (ph: Sara Suriano)

“La cara dei vecchi”, scritto da Elvira Buonocore, diretto da Pino Carbone e prodotto da Progetto Nichel, incarna radicalmente questa linea.
Il teatro ha spesso raccontato la morte; più raramente ciò che la precede: l’attesa, la dipendenza, la lenta erosione della memoria e il peso della cura. “La cara dei vecchi” non parla soltanto di malattia e demenza senile, ma di chi resta accanto a chi le attraversa. Di quella terra di nessuno in cui una giovane nipote scopre che il proprio tempo non le appartiene più.

Una ragazza e due anziani abitano un appartamento evocato più che costruito. Proiezioni video sostituiscono le pareti. Una carta da parati suggerisce lo spazio domestico. Le immagini diventano parte della drammaturgia, trasformando la casa in una prigione mentale.

In questo spazio Anna Carla Broegg offre un’interpretazione di grande precisione. Non è soltanto attrice: governa il mixer, attiva i suoni, dialoga con le registrazioni e costruisce dal vivo il dispositivo scenico. La sua presenza oscilla continuamente fra corpo e tecnologia, facendo della mediazione tecnica uno degli elementi più originali della regia di Carbone.

Anche il costume contribuisce alla narrazione. Il fucsia, ripreso dal borsone e dalla borraccia, introduce una nota pop dentro un universo grigio. Quel colore diventa l’ultimo frammento di una giovinezza che la protagonista tenta di preservare mentre tutto intorno sembra scolorire.

I due anziani appaiono più manichini che attori. Le loro maschere richiamano il teatro visuale di Familie Flöz, ma senza cercarne la componente grottesca. L’effetto è quello di corpi ancora presenti nello spazio ma ormai sottratti alla relazione. L’immobilità diventa il segno concreto della demenza e produce un senso di inquietudine.

Anche il paesaggio sonoro amplifica questa sensazione. L’uso dei microfoni altera costantemente la voce della protagonista, rendendola metallica, distante, cavernosa. Un battito ritmico e ossessivo accompagna l’azione come il metronomo di un tempo sospeso. Il suono non commenta la scena: la imprigiona; e abbozza connessioni impossibili tra generazioni distanti.

Ed è proprio il tempo il vero protagonista dello spettacolo. Non accadono eventi straordinari. Si ripetono gli stessi gesti: provvedere all’igiene personale, sistemare una carrozzina, convincere a mangiare, affrontare pratiche burocratiche. La regia costruisce un teatro della reiterazione. Ogni giornata sembra identica alla precedente. La quotidianità assume una consistenza fisica soffocante.

La protagonista cerca disperatamente di conservare un’immagine di sé. Mangia compulsivamente cibo spazzatura, poi si trucca e cambia abiti. Non è narcisismo, ma il tentativo di opporsi a un’identità ormai assorbita dal ruolo di caregiver.

È qui che emerge la scrittura di Elvira Buonocore. Non ci sono eroi né colpevoli. Lo spettacolo restituisce l’ambivalenza della cura, dove all’affetto si intrecciano stanchezza, rabbia, desiderio di fuga e senso di colpa. Sentimenti che raramente trovano spazio nel racconto pubblico dell’assistenza familiare e che invece il teatro sceglie di nominare.

Lo spettatore finisce così per condividere quella stessa sensazione di intrappolamento. L’intreccio fra recitazione, immagini e paesaggio sonoro costruisce un dispositivo immersivo che rende palpabile l’usura del tempo.
Nel finale il meccanismo insiste forse troppo sul medesimo registro emotivo. La musica, sospesa fra echi balcanici e marcia funebre, ribadisce una tensione già pienamente raggiunta e finisce per rallentare un finale che avrebbe potuto chiudersi con maggiore asciuttezza. È un rilievo che riguarda il ritmo e non l’impianto complessivo.

Perché “La cara dei vecchi” supera presto la dimensione del dramma familiare. Diventa il ritratto di un Paese che invecchia, nel quale il ricambio generazionale si fa sempre più fragile e la cura continua a consumarsi quasi esclusivamente dentro le mura domestiche. La burocrazia, le rinunce personali e la fatica psicologica entrano nella drammaturgia fino a trasformare la malattia da esperienza privata a questione collettiva.

Il finale, con le maschere adagiate sul palco, restituisce un’immagine di forte impatto: una comunità sospesa fra un passato che non scompare e un futuro che fatica a trovare spazio.
È un teatro che non cerca consolazioni. Mette a disagio, rallenta il tempo e costringe lo spettatore ad abitare quella stanza insieme alla protagonista. Ed è forse questa la qualità più preziosa del lavoro, in sintonia con la poetica di Vivaio: ricordarci che la cura non è un tema privato, ma uno degli snodi attraverso cui oggi si misura il futuro della nostra società.

La cara dei vecchi
di Elvira Buonocore
regia Pino Carbone
con Anna Carla Broegg
interpreti in video Alfonso D’Auria e Darioush Forooghi
scene Giuliano La Spina; musiche originali Antonio Maiuri e Marco Messina organizzazione Maria Pia Valentini
produzione Progetto Nichel
coproduzione Teatro Libero Palermo, Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse e Network Drammaturgia Nuova (NdN)
Spettacolo vincitore del Bando Autori NdN 2024 (per il testo di Elvira Buonocore) e del Bando di Produzione NdN 2024-2025 (Progetto Nichel)

Durata: 1h 10’
Applausi del pubblico: 2’

Visto a Terlizzi, S.E.R.R.E., il 18 luglio 2026

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