Il 21 luglio le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo hanno occupato l’ex Circolo degli Artisti a Roma. Un gesto politico e creativo che rilancia la lotta per un sistema culturale libero, inclusivo e non piegato alla logica commerciale
“Siamo IN__VI__PE__RI__TƏ!”.
Con questo slogan si apre il comunicato stampa dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo “Vogliamo Tutt’altro”, che lo scorso 21 luglio ha annunciato l’occupazione temporanea dello storico locale romano “Il Circolo degli Artisti” su via Casilina, chiuso da 15 anni.
Crocevia per musica, cultura, arte e arti performative per un’intera generazione di romani (e non solo), il Circolo ha rappresentato per anni la libertà creativa ed espressiva. Una libertà messa a tacere da tempo e che oggi torna come simbolo di una realtà culturale sempre più ghettizzata e censurata dalla politica governativa.
Occupare il Circolo – ribattezzato con un linguaggio volutamente provocatorio e ribelle “La Circola” – ha significato, per oltre 15 ore, riaprire una breccia per un’arte libera e inclusiva. Una finestra verso un cambiamento necessario, urlato, cantato e danzato con forza dalle realtà presenti, tra cui, oltre a “Vogliamo Tutt’altro”, anche CLAP (Camere del lavoro autonomo e precario) e Margine Operativo.
Un’occupazione come segnale di una mobilitazione in formazione, che stabilisce i primi punti ideologico-organizzativi da cui far partire una vera e propria rivoluzione culturale. Una rivoluzione che non riguarda solo lo spettacolo dal vivo, ma anche scuola, università, editoria e arte. Una voce che reclama la rottura con un sistema antiquato, opportunista, venale e ignorante, incapace di sviluppare nuove forme di pensiero ed espressione.
Dal comunicato:
«Quelli contro il mondo dello spettacolo sono attacchi mirati e vendicativi, che rivelano la loro natura ideologica. Come ha ben evidenziato il rapporto C.Re.S.Co. – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, presentato recentemente alla Camera, la domanda di finanziamento pubblico ha accentuato i criteri quantitativi, svilito il respiro internazionale e di fatto cancellato il valore del rischio culturale, che “è tra le ragioni fondanti del finanziamento pubblico alla cultura, ciò che le permette di distinguersi dal mero intrattenimento commerciale”.»
La mobilitazione nasce dalle ultime vicende legate alle valutazioni ministeriali per l’assegnazione del FNSV. L’obiettivo è ripensare l’intero settore per creare una nuova fabbrica creativa, libera e inclusiva.
Durante l’occupazione, si è svolta un’assemblea interna (anche online) connessa a molteplici realtà: lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, ricercatori, tecnici, cineasti, studiosi e giornalisti.
Si è fatto il punto su tante storie di vita, difficoltà economiche e organizzative. Tra i presenti: Tardito/Rendina, Paola Bianchi, Sara Capanna dall’Assemblea di Livorno, Assemblea di Ferrara, Modena, Bologna, Federica Rocchi, Valeria Vannucci, Manuela Cirfera, Motus, C.Re.S.Co., Il Teatrino, Assemblea di Palermo, Carola Spadoni, Assemblee di Torino, Bari, Cagliari e Sassari, Lina Mantovani, CLAP, Lorenzo Bazzocchi di Masque, Paolo Stratta di Cirko Vertigo, Assemblea di Milano, Mara Oscar Cassiani e altri ancora.
Tra i temi emersi: il monopolio delle visioni culturali, l’attacco contro danza e festival, ambiti dove si esprimono libertà e contemporaneità, oggi percepiti come minacce da chi promuove uno spettacolo piegato a logiche commerciali.
Si prepara una mobilitazione nazionale, forte e decisa. Ma per riuscirci è necessaria una coalizione tra i diversi settori della cultura, con un impatto anche mediatico. In un panorama eterogeneo, la mobilitazione congiunta è complessa. Le domande emerse:
- Quali forme di mobilitazione sono efficaci?
- Come organizzarsi nella frammentazione?
- Come far vivere assemblee in ogni città?
- Come ottenere una partecipazione di massa?
- Come superare solitudine e impotenza?
La necessità di portare i corpi nella scena pubblica, aprire gli spazi e rifiutare il concetto di arte come settore elitario è stata ribadita con forza. La coreografa Paola Bianchi (Casa Madiba, Rimini) ha sottolineato l’urgenza di compattare il mondo culturale e sostenere le aree interne, più colpite dai tagli. Ha ricordato che la Regione Emilia-Romagna stanzierà 360 milioni per colmare il deficit ministeriale.
I “privilegiati” geografici possono aiutare i soggetti più fragili. Le difficoltà espresse dalle assemblee di Cagliari, Sassari, Palermo e Bari evidenziano una persistente “questione meridionale”, non solo culturale, ma anche politica e amministrativa.
Ma come unire ciò che per sua natura è diverso? Come integrare la biodiversità culturale, la pluralità dei linguaggi e dei punti di vista?
I primi attriti sono emersi all’interno dell’assemblea, quando Carola Spadoni ha chiesto di votare sull’utilizzo del nome “La Circola delle Artiste”. Ha posto l’accento sull’importanza di un linguaggio inclusivo, transfemminista, unitario, egalitario, intersezionale e trasgenerazionale.
Spadoni ha espresso gratitudine per l’occupazione di un luogo così carico di significato:
«Mi sono arrivati commenti sulla schwa, su “La Circola”, ecc. A me personalmente piace e penso che ce ne sia necessità, però forse sarebbe stato più inclusivo metterlo ai voti. Tante persone di cinema erano presenti. Mi chiedo come far sentire tutti a casa senza abbassare il tiro. Come far incontrare le lotte antirazziste, antisessiste, antifasciste. Senza chiedere permesso, ma affinché tuttə si sentano parte delle battaglie, pronti ad alimentarle.»
Leonardo Delogu ha risposto da Roma:
«La scelta è rivendicata come parte del desiderio di inventare linguaggio. La presidente della commissione danza si è sentita in diritto di richiamare alcune compagnie a usare un linguaggio “da Treccani” anziché uno inclusivo. Noi rivendichiamo che un’assemblea transfemminista costruisca le sue lotte anche attraverso il linguaggio.»
La questione linguistica è antica. L’italiano è il prodotto di scelte ideologiche e politiche. In un Paese con molte “lingue interne”, la lingua nazionale spesso non basta più. Senza un codice linguistico condiviso, comunicare diventa difficile. La crisi linguistica divide, ma anche stimola il cambiamento. L’Accademia della Crusca da anni dialoga con il mutamento, come dimostrano gli interventi del presidente Claudio Marazzini.
Costruire un linguaggio inclusivo è difficile, ma necessario. La comunicazione culturale deve farsi globale, capace di accogliere codici linguistici diversi. Solo così sarà possibile unire i corpi, mobilitare a livello nazionale e internazionale, creare vere alleanze tra i settori. Affrontare la diversità è il primo passo verso l’unità.
La giornata si è conclusa con un episodio spiacevole: il furto di attrezzature da un’auto degli occupanti e alcune denunce di schiamazzi da parte degli abitanti della zona. Un atto significativo, non casuale, che tuttavia non ha fermato, ma anzi rafforzato, la determinazione collettiva.
L’arte continuerà a farsi voce, sempre più forte, nei prossimi mesi. L’appuntamento è per l’8 e 9 settembre a Roma, per una mobilitazione nazionale in via di definizione.
