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“La fabbrica del tempo” di Michelangelo Campanale: tempi di lavoro, occhi d’infanzia

La fabbrica del tempo (ph: Alberto Mocellin)

La fabbrica del tempo (ph: Alberto Mocellin)

Principio Attivo Teatro e La Luna nel Letto abitano un universo poetico in cui fatica, la ripetizione e lavoro si fanno esperienza condivisa

I bambini ci guardano. Anche quando lavoriamo. E scelgono tempo, cura, presenza; non i beni materiali ai quali sacrifichiamo il lavoro, trasformandolo in un totem che spesso finisce per soffocarci.

“La fabbrica del tempo”, produzione di Principio Attivo Teatro e La Luna nel Letto, che ha raggiunto il Teatro Verdi di Brindisi per la rassegna “Tutte le storie del mondo”, colpisce fin da subito per la forza delle immagini e la chiarezza del suo universo scenico. Il tempo è il vero protagonista: non tema astratto, ma presenza concreta che governa gesti, spazio e ritmo dell’azione. Il racconto – affidato a regia, drammaturgia, scene e disegno luci di Michelangelo Campanale – non passa dalle parole, ma dai corpi, dalla musica, dagli oggetti.

L’inizio è già una dichiarazione poetica. Il sipario non si apre del tutto: lascia intravedere solo una porzione della scena. È uno sguardo parziale, come se si osservasse qualcosa di segreto, nascosto. Lo spettatore non riceve tutto immediatamente, ma viene invitato a un’attenzione lenta. Il tempo, fin dall’inizio, non si lascia afferrare.

In scena c’è un personaggio solo, interpretato da Dario Cadei. È un uomo minuto, goffo, spesso in difficoltà. Il suo corpo richiama immediatamente l’immaginario chapliniano, in particolare “Tempi moderni”, dove il lavoro si fa macchina più grande dell’uomo. Ma si avverte anche una forte prossimità al mondo di Pirandello: il lavoro come gabbia, come destino ciclico, come ne “Il treno ha fischiato”, “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, “Ciàula scopre la luna”. Riferimenti che non vengono mai dichiarati, ma che abitano il personaggio e ne informano il movimento.

La musica accompagna l’intero spettacolo. È solenne, continua, avvolgente. Non commenta l’azione, ma costruisce un’atmosfera, rendendo percepibile il peso del tempo, la sua insistenza. Un tempo mai pacificato: incalza, spinge, chiede di andare avanti.

Accanto al protagonista compare un secondo personaggio, interpretato da Giuseppe Semeraro. Figura ambigua, sospesa tra il militare e il magico, incarna il tempo come autorità, come forza che organizza e controlla. Non ha bisogno di parole: agisce attraverso la presenza, attraverso il dominio del ritmo. Il rapporto tra i due è immediato e leggibile: uno subisce, l’altro regola.

Un elemento sonoro attraversa la scena: una campanella che scandisce il tempo in modo nervoso. Un segnale semplice ma potentissimo. Ogni rintocco impone un ritmo esterno, al quale il corpo del protagonista è costretto ad adeguarsi. Le luci non decorano, ma costruiscono spazi e passaggi. Il fumo ammorbidisce l’aria, come se il tempo stesso fosse materia nebulosa.

La scenografia è essenziale e mobile. Gli oggetti mutano funzione e significato. I pacchi diventano elementi centrali: si accumulano, si spostano, pesano. Oggetti comuni, riconoscibili, capaci di raccontare la fatica del lavoro e della ripetizione. Le manovelle, girate ossessivamente, contribuiscono a costruire l’idea di un fare continuo, senza sosta.

Il lavoro cambia forma: a tratti industriale, a tratti agricolo. Il corpo è esposto agli eventi naturali – pioggia, neve, tempesta – e il tempo dell’orologio si intreccia a quello del clima. Entrambi incidono sul vivere, sul muoversi.

I corpi restano sempre al centro. I gesti sono ripetuti, straniati, talvolta quasi infantili. C’è una forte attenzione al lavoro fisico, che rimanda a esperienze teatrali condivise con Danio Manfredini e Alessandro Serra. Non sono corpi che raccontano una storia, ma corpi che abitano una condizione.

In alcuni momenti affiora il desiderio di fuga. L’ombrello che danza e si solleva richiama l’immaginario di “Mary Poppins” e “Singin’ in the Rain”, ma qui il volo è precario, instabile. Può interrompersi in ogni istante. Il tempo, puntuale, torna a reclamare spazio.

La fabbrica del tempo (ph: Alberto Mocellin)

La musica continua a guidare lo spettatore dentro un mondo di immagini che si ripetono e si trasformano. Una voce infantile sussurra: “ogni giorno, tutti i giorni”. La ripetizione diventa tangibile, quasi fisica.

Ci sono anche momenti di protezione. Il corpo si rannicchia, cerca riparo, torna all’infanzia. Ma nulla è definitivo. Un gigante incombe. La strada sembra infinita.

L’arrivo de “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla apre una pausa più dolce: un desiderio di altrove, di quiete. È un passaggio delicato, che non risolve, ma apre uno spazio possibile.
Poi, un’immagine minima: un buco in una staccionata. La libertà non è ampia né sicura. È piccola, fragile, da attraversare in fretta.

“La fabbrica del tempo” è uno spettacolo onirico, rigoroso, emozionante. Costruisce un mondo riconoscibile senza spiegare troppo. Lascia immagini che persistono e invita a interrogarsi sul tempo, sul lavoro e sulla possibilità – sempre fragile – di cambiare passo.

La fabbrica del tempo
Produzione Principio Attivo Teatro / La Luna nel Letto
In scena: Giuseppe Semeraro, Dario Cadei
Regia, drammaturgia, scene e disegno luci: Michelangelo Campanale
Cura del movimento: Vito Cassano
Scenotecnica: Michelangelo Volpe
Costumi: Maria Pascale
Sonorizzazioni e tecnica: Vincenzo Dipierro

Durata: 50’
Età consigliata: dai 7 anni

Visto a Brindisi, Teatro Verdi, il 26 gennaio 2026

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