A Pompei Le Baccanti di Terzopoulos, un classico faticosamente contemporaneo

Ph: Matilde Piazzi
Ph: Matilde Piazzi

Un cast d’eccezione guidato da Roberto Latini, con Vetrano & Randisi, Alvia Reale e molti altri, apre il Pompeii Theatrum Mundi

Il classico nei luoghi del classico: tragedia greca in un teatro romano, tanto basta per evocare il respiro d’un tempo remoto; facile immaginare, prima del fatidico 79 d. C., le pietre pompeiane accogliere altre Baccanti, così come le avrebbero immaginate e concepite in un teatro della romanità.
Primo dei canonici quattro appuntamenti in rassegna, con questa versione de “Le Baccanti” diretta da Theodoros Terzoupoulos si è aperta l’edizione 2026 di Pompeii Theatrum Mundi.

D’Euripide l’estremo frutto drammaturgico, “Le Baccanti” risale al soggiorno macedone del tragico eleusino negli ultimi anni della sua vita, e sviluppa temi precipui della poetica euripidea.
Mentre Eschilo aveva improntato la sua produzione drammaturgica soprattutto alle vicende di una stirpe, e Sofocle soleva incentrare i propri drammi su una figura d’eroe che emergesse sugli altri personaggi, Euripide – a differenza degli altri due grandi tragici – fu sempre mosso dall’esigenza di rappresentare la complessità e la mutevolezza dell’animo umano.

E proprio partendo da questo presupposto, nella riedizione che ne fa Terzopoulos (che torna alle Baccanti dirigendolo per la settima volta in carriera, segno tangibile di una predilezione per quest’opera), c’è la volontà dichiarata di fare del Dioniso euripideo l’incarnazione del transfuga contemporaneo, calandolo nel nostro secolo e traducendo l’archetipo in portatore di istanze tremendamente contemporanee, visto quanto accade agli esseri umani in movimento in questo tempo, sempre più percepiti come minaccia nella loro alterità.

In una Tebe evocata e immaginifica, Dioniso (Roberto Latini) giunge umano a voler mostrare la propria natura divina; a tal scopo ha instillato un germe di follia nelle donne tebane trasformandole appunto in Baccanti, le quali, ritiratesi sul monte Citerone, vi celebrano i riti dionisiaci.

Potente è l’impatto visivo della scena iniziale, in cui vediamo un corpo disteso in una teca di vetro, abbigliato in abiti dorati; ai suoi lati due grandi bombole d’ossigeno, alle spalle – sullo sfondo – quindici file pendule di sacche ematiche; il corpo è quello di Cadmo (Enzo Vetrano), nonno di Penteo, che sarà antagonista tragico di Dioniso.
Ossigeno e sangue sembrano voler essere gli elementi pregnanti su cui porre l’accento da parte del regista, come a volerci dire che la storia di Dioniso, reietto e straniero, pulsa e respira in tutta la sua umana carnalità, come spogliata delle prerogative del divino.

Gli si oppone un Penteo (Marco Cacciola) in abiti e movenze marcatamente marziali, vestito di nero e dall’incedere vagamente ricordante il passo dell’oca. È come se la figura di Cadmo dormiente incarnasse il sonno della ragione che genera mostri, come in ogni epoca oscura e oscurantista, e Penteo apparisse come il grumo tetro di quell’irrazionale sopore.

Ph: Matilde Piazzi
Ph: Matilde Piazzi

Tanto è potente la scena iniziale, quanto poi digrada inesorabilmente verso una anodina composizione scenica il resto dello sviluppo, ruotante attorno alla contrapposizione fra i due antagonisti: da una parte il “dio dello strepito” fattosi uomo, creatura di carne, le cui stimmate sovrumane abbandonano l’aura della divinità per essere uomo tra gli uomini, portatore di un messaggio di rottura, rimanendo comunque cinico e crudele, deciso a rivendicare la propria primazia, proprio perché, in questo scandaglio tutto euripideo della complessità non esiste separazione manichea tra il bene e il male; dall’altra il sovrano gretto e arrogante, ferace e protervo, la cui sorte sarà tragica per mano della propria stessa madre Agave (Alvia Reale), Baccante tra le Baccanti, che gli darà la morte quando travestitosi cercherà di spiarle.

Alla costruzione dell’impianto scenico contribuisce in maniera corposa e determinante il coro delle Baccanti, trasfondendo un’energia vibrante e accomunandosi a tutto il resto degli interpreti per uno sforzo fisico ed espressivo notevole. A completare la composizione scenica, i ruoli svolti da Stefano Randisi (un umanissimo e inascoltato Tiresia), i due corifei Paolo Musio e Gemma Carbone, e i messaggeri Giulio Germano Cervi e Marco Ancarola.

Ma nel complesso, al netto della bravura nell’interpretazione a cui è chiamato ogni singolo attore, lo spettacolo non sembra riuscire mai a staccarsi da un andamento faticoso, né a generare quel sussulto visivo, concettuale o anche emotivo che lo elevi di livello.

La scelta di avvalersi della traduzione di Edoardo Sanguineti, datata e classicheggiante, denota già in abbrivio una concezione passatista e in questo risiede una chiave programmatica, che si riverbera poi in una messinscena che, a parte l’impianto scenografico, minimale ma significativo, e qualche rara intuizione, si trascina per tutta la sua durata con un ritmo uniforme, spezzato solo dagli interventi del coro, il cui ruolo soltanto a sprazzi assurge però a cardine scenico, rimanendo un contorno visivamente apprezzabile per impatto coreografico e energia sprigionata.

Manca, a questa regia di Terzopoulos, la capacità d’intridere il classico di modernità, al netto di una patina compositiva che punta su talune scelte simboliche di una certa rilevanza (le bombole d’ossigeno e le sacche di plasma dell’inizio), accanto ad altre che restano confinate su uno sfondo di cui il presagio non si realizza poi con evidenza (pensiamo alle dodici paia di scarpe che incorniciano il quadrante centrale in cui agiranno le Baccanti, calzature che verranno inastate sulle loro mani a un determinato punto dello spettacolo per non caricarsi d’alcun altro valore simbolico).

Ph: Matilde Piazzi
Ph: Matilde Piazzi

Alla farraginosità dell’impianto si aggiunge una recitazione improntata a un registro eminentemente declamatorio, espettorato in un perenne sovratono dagli interpreti. E dire che c’è in scena una compagine attoriale di alto livello: presi singolarmente, ognuno degli interpreti fornisce una prova notevole dal punto di vista fisico e tecnico, riempiendo la scena con una presenza corporea in cui le membra si fanno carne vibrante di respiro e sudore. Peccato che tale concentrazione di talento – a cui va aggiunta nota di merito al coro delle Baccanti, la cui coordinazione vocale e coreografica finisce per essere la nota più rimarchevole dell’intera messinscena – venga sfruttata per confezionare un dramma che sa di stantìo, imprigionato in una regia a cui non riescono guizzi e intuizioni capaci di trasfondere il classico in una dimensione davvero contemporanea.

Il meglio di queste “Baccanti” risiede nelle scene corali, appesantito però da certo gravame espressivo che, giocando tra l’italiano e il greco antico, finisce per tenere la messinscena abbarbicata a un’impostazione vetusta.
Mi guardo intorno perplesso mentre un pubblico entusiasta applaude con convinzione; le mie mani restano ferme, stringendo appena un po’ più forte, in un moto di disappunto, il taccuino su cui ho appuntato le perplessità che, pur dopo sedimentata riflessione, sono rimaste tali.

Le Baccanti
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
coro Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos
assistente alla regia Stravos Papadopoulos
assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

durata 1h 40’
applausi del pubblico 6’ 20’’

Visto a Pompei, Teatro Grande del Parco Archeologico, il 19 giugno 2026

stars 2.5

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