Videointervista a Gary Brackett, direttore artistico della compagnia, di ritorno a Rocchetta Ligure, storica sede italiana: “Il nostro obiettivo rimane lo scambio d’idee con le giovani generazioni”. E non mancano i riferimenti alla politica attuale
Alcune storie possiedono una radice così profonda che non si cancella con il trascorrere del tempo, legami capaci di restare latenti sotto il terreno della performance teatrale, geografie della memoria che non si lasciano addomesticare dal passare dei decenni. Perché conservano una “vibrazione carsica” per poi riesplodere nel momento in cui il presente ne reclama l’urgenza.
La Val Borbera, nell’Appennino Ligure, è stata per il teatro di ricerca internazionale un contenitore di una di queste storie. Tra il 1999 e i primi anni duemila, il borgo di Rocchetta Ligure non fu semplicemente tappa di passaggio per le tournée della compagnia d’avanguardia americana Living Theatre. Diventò una vera e propria casa permanente: tra le mura del seicentesco Palazzo Spinola venne fondato e insediato il Centro Living Europa, polo nevralgico della formazione e della creazione del gruppo.
A scegliere questo lembo di terra appenninica, trasferendovisi con parte della compagnia, furono proprio le anime del gruppo: Judith Malina e Hanon Reznikov. La motivazione di quell’insediamento non rispondeva a dinamiche di isolamento bucolico, ma a una profonda, viscerale urgenza politica e storica, legata a doppio filo alla Resistenza partigiana locale. Fondamentale l’incontro intellettuale e spirituale con il comandante partigiano Gian Battista Lazagna. Fu proprio immergendosi nelle testimonianze del suo celebre testo “Ponte Rotto” e studiando i documenti del locale Museo della Resistenza (ospitato nello stesso complesso architettonico) che Malina, Reznikov e gli attori concepirono una delle opere monumentali, manifesto di quel ciclo storico, “Resistenza”. Quella produzione seppe far dialogare le ferite e i valori fondativi della lotta antifascista con le urgenze di pacifismo e antimilitarismo del nuovo millennio.
Oggi, a distanza di venticinque anni, il fuoco dell’utopia è tornato a manifestarsi nei medesimi spazi.
Il nostro videoreportage vuole raccontare proprio questo passaggio di testimone temporale, documentando un ritorno che rifiuta qualsiasi etichetta museale per porsi, ancora una volta, come azione pubblica incarnata, viva e comunitaria.
Il nuovo capitolo non nasce in isolamento, ma si sviluppa all’interno di un’articolata cornice di cooperazione internazionale. Il festival e il workshop residenziale di dieci giorni, intitolati complessivamente “Public Acts: A Journey to Non-Violence” sono stati realizzati grazie al programma europeo Erasmus+.
Il collettivo Living Theatre Europa ha unito le proprie forze con il gruppo coreografico greco Facta Non Verba, guidato da Elena Stamatopoulou. La scelta di questa sinergia risponde a un preciso intento poetico: far scontrare e dialogare la matrice strettamente politico-teatrale della tradizione d’oltreoceano con una ricerca fisica, coreografica e comunitaria squisitamente mediterranea. Insieme, le due realtà hanno guidato una classe di giovani performer provenienti da diverse nazioni europee, lavorando come un vero e proprio “archivio vivente”.
Il percorso drammaturgico e pedagogico si è ispirato direttamente a una delle pietre miliari della compagnia di Beck e Malina: il ciclo “The Legacy of Cain” (L’eredità di Caino). Attraverso l’esplorazione corporea e la discussione collettiva, i partecipanti hanno indagato le diverse “case” del potere, dalla Guerra allo Stato, dal Denaro alla Proprietà Privata, per decostruire i meccanismi della violenza contemporanea e trasformarli in un rito laico di cittadinanza attiva.
Nel tessuto del videoreportage, l’obiettivo si mette in ascolto ravvicinato dei vettori di questa delicata trasmissione di saperi e pratiche sceniche. Negli incontri dietro le quinte spicca la figura di Gary Brackett, custode storico della memoria e del metodo del gruppo, che visse in prima persona la gestione di Palazzo Spinola al fianco dei fondatori, oggi direttore artistico della compagnia. La sua presenza fisica e teorica incarna il filo conduttore biologico di un teatro che non ha mai smesso di considerare la scena come uno strumento di trasformazione sociale dello status quo.
Accanto al suo, un contributo di Paola Della Ratta, attrice di lungo corso del Living. Dalle interviste emerge chiaramente l’urgenza di sottrarre il teatro di ricerca alle logiche blindate e commerciali dei circuiti istituzionali delle grandi metropoli. L’obiettivo comune diventa riabitare i margini geografici e le valli della provincia per riscoprire il potenziale antropologico dell’evento dal vivo, ricostruendo una relazione autentica, non filtrata e orizzontale con lo spettatore.
Il culmine di questa esperienza comunitaria e residenziale si riflette nelle immagini della doppia restituzione pubblica. Dopo aver riconquistato lo spazio urbano e la piazza di Rocchetta Ligure, l’intera carovana artistica si è spostata, il 1° agosto, nel territorio di Costa Vescovato, trovando ospitalità presso la cooperativa Valli Unite nell’ambito del Voci dei Boschi Film Festival.
Nelle riprese dell’azione performativa, lo spazio quotidiano del borgo perde la sua neutralità urbanistica per trasformarsi in un teatro totale e partecipato. I corpi dei giovani performer occupano e spezzano la distanza di sicurezza con il pubblico, rimettendo al centro della riflessione i grandi temi della liberazione dalle catene sociali e della cooperazione non violenta. Non si assiste a uno spettacolo confezionato, ma a un rito di liberazione che dimostra come la memoria storica non sia un oggetto statico da venerare, ma un’azione civica necessaria da agire nel tempo presente.
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