Lo sciopero delle bambine operaie di Enrico Messina, un racconto tra poesia e ironia

Ph: Silvia Varrani
Ph: Silvia Varrani

Rita Pelusio e Rossana Mola trasformano il Parco archeologico e naturale di Santa Maria di Agnano in un cornicione sospeso sulla Milano del 1902

Da lontano passa il rumore di un treno. Il sole cala sul Parco archeologico e naturale di Santa Maria di Agnano. Siamo nella campagna ostunese, per il Festival Teatro Madre diretto da Daria Paoletta ed Enrico Messina.
Le pietre antiche trattengono appena il calore del giorno. L’anfiteatro sembra un’aia. E quel balcone di ferro battuto, appoggiato al nulla come un cornicione metropolitano precipitato nella campagna ostunese, diventa il regno di due piccioni.
Piccioni veri. O quasi.
Con tanto di piume grigie spelacchiate, penne arruffate (costumi di Lisa Serio), petto gonfio, collo che oscilla avanti e indietro.

In “Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902”, Rita Pelusio e Rossana Mola non imitano semplicemente il volatile urbano più bistrattato del pianeta: ne ricostruiscono una fenomenologia. Da ornitologhe prestatesi al teatro. Camminano a saltelli, inclinano il capo con quei rapidi scatti laterali tipici dell’animale che cerca il pericolo. Tubano, becchettano il terreno, raschiano con le zampe. Allungano il collo, si lisciano le piume. Spalancano le ali senza mai davvero spiccare il volo. Perfino lo sguardo è quello del columbide: insieme ottuso e attentissimo. Una fenomenologia del piccione che, al confronto, Povia è un dilettante.
Pensano anche come piccioni. L’eterna attesa. I giochi costruiti con niente. L’arte di perdere tempo senza perderlo davvero. La filosofia del cornicione: «Non ci si posa dove è bello, ma dove tiene». Oppure quella, irresistibilmente eraclitea: «Non ci si bagna mai due volte nella stessa pozzanghera». E ancora: «Gli uomini costruiscono cattedrali. Noi ci caghiamo sopra. E non si capisce chi abbia ragione». Fino alla frase che riassume l’intero spettacolo: «A noi non manca lo spazio, ma la volontà di volare».

Enrico Messina costruisce una regia che scioglie continuamente il gioco attoriale. Tiene vive le attrici, le sospende, le arrampica, le fa penzolare dal balcone, inventa piccoli balletti piumati, giochi quasi circensi, immagini da clown felliniani. Qualche volta indulge un poco nel gusto del numero, nel compiacimento del gioco di parole. Ma forse è proprio questo tempo apparentemente improduttivo a restituire la natura del piccione: animale sparagnino, solenne nella sua immobilità, incapace di slanci inutili. Semmai, sono proprio quei saltelli verso il cielo a sembrare troppo faticosi per chi, da sempre, ha imparato a vivere rasoterra.

Rita Pelusio è una comica tascabile. Si infila negli spazi angusti della scenografia-voliera (una struttura in ferro battuto realizzata da Simone Fersino) con la leggerezza di un’acrobata e la precisione di una contorsionista. Rossana Mola le oppone una presenza più quieta, più composta, quasi una controparte armonica. Insieme trovano un’alchimia perfetta tra voci placide e stridule, tra tempi comici e pause contemplative. Viene in mente uno dei loro maestri, Renato Sarti, che ha sempre amato le attrici comiche perché il loro buonumore previene lo psicodramma.

Ed è proprio il buonumore la chiave con cui entra in scena una delle pagine più dimenticate della storia italiana.
Dall’alto del cornicione i due piccioni osservano Milano, giugno 1902. Le “piscinine”. Bambine fra i 6 e i 13 anni. Quattordici ore di lavoro al giorno. Trentacinque centesimi di paga, insufficienti persino per pane e latte. Aria consumata nelle sartorie chiuse. Scarpe consumate sulle pietre di piazza Duomo. Una città che porta ancora addosso l’odore della polvere pirica e il rumore delle cannonate di Bava Beccaris contro la folla del pane appena quattro anni prima.

Quelle bambine trovano invece il coraggio di scioperare. Dal 23 al 27 giugno il corteo cresce ogni giorno. Una fiumana. Chiedono quasi nulla: trasportare quattro chili invece di dodici; dieci ore di lavoro anziché quattordici; un’ora di pausa; cinquanta centesimi al giorno. Rivendicazioni minime. Rivoluzionarie. C’è il disprezzo dei giornali, il perbenismo degli adulti, gli abusi, le mani addosso. C’è la voce limpida di Anna Kuliscioff che le sostiene. Ci sono perfino i loro soprannomi – Sdentata, Tirapidocchi, Mocciolosa – che restituiscono tutta la crudezza di un’infanzia rubata.

Il testo, firmato da Domenico Ferrari con Rita Pelusio ed Enrico Messina e nato dalle ricerche d’archivio di Zeno Piovesan, riesce nel miracolo di raccontare tutto questo senza mai diventare didascalico. Buffo, poetico, filosofico. Un balletto civile che alterna il riso alla malinconia. Le musiche evocano il cinema muto, con la deliziosa intuizione di un’Internazionale trasformata in ninna nanna da carillon. Intorno, continui fruscii d’ali, tubare ostinato, luci vespertine che sembrano appartenere più agli uccelli che agli uomini.
Qualche vezzo resta. Alcune invenzioni potrebbero essere asciugate. Alcune immagini insistono oltre il necessario. E tuttavia il cuore dello spettacolo rimane saldo.
Anche perché, sotto la leggerezza, affiora una riflessione di rara precisione: la differenza tra povertà e miseria. La povertà è un cielo nuvoloso. La miseria è quando il cielo ti crolla addosso. La povertà sa di essere povera. La miseria pensa di essere colpevole.
È forse questa la frase che resta più a lungo dopo gli applausi.

Uno spettacolo che osa parlare anche ai ragazzi senza abbassare l’asticella. Perché il teatro, quando è buono, sa spiegare l’essenziale anche attraverso due piccioni spelacchiati.
E quelle bambine del 1902, viste dall’alto di un cornicione, continuano ancora oggi a insegnarci come si impara a volare.

Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902
Con Rita Pelusio e Rossana Mola
Regia Enrico Messina
Testi e drammaturgia Domenico Ferrari, Rita Pelusio ed Enrico Messina
Cura del suono Luca De Marinis
Luci e musiche Enrico Messina
Scene Simone Fersino
Costumi Lisa Serio
Ricerche d’archivio Zeno Piovesan
Voce off Carmela Restelli
Ricerca movimento Micaela Sapienza
Produzione PEM Habitat Teatrali e Anna Marcato, con il sostegno della Fondazione Trivulzio di Melzo, in collaborazione con Unione Femminile Nazionale, CGIL Camera del Lavoro Metropolitana di Milano e Archivio del Lavoro

Durata: 1h 10’
Applausi del pubblico: 2’ 40’

Visto a Ostuni, Parco Archeologico di S. Maria di Agnano, il 29 luglio 2026
Teatro Madre Festival

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