La protesta degli artisti francesi al Festival di Avignone: paura per i drastici tagli a cultura e spettacolo dal vivo annunciati dalla neo-ministra Catherine Pégard
Quando il giorno sta per finire e lo spettacolo non è ancora iniziato, l’ingresso nella corte d’onore del Palazzo dei Papi è un momento emblematico di quel rito collettivo che è il Festival d’Avignon. I partecipanti salgono le rampe del palazzo medievale e accedono all’area che, dal 1947, è stata adattata e poi progressivamente reinventata come tempio per il teatro. L’accesso implica anche un ricomporsi del pubblico come comunità effimera, riunito in uno spazio che accoglie più di 1900 persone.
Stasera gli spettatori potranno vivere l’esperienza collettiva di “Maldoror”, creazione firmata dal regista Julien Gosselin, direttore da un anno del Théâtre de l’Odéon di Parigi.
Ma in questa notte avignonese, la composita assemblea riunita davanti al gigantesco muro del palazzo papale non trova subito la possibilità di farsi comunità attraverso un’esperienza estetica; sembra invece il timore ad unire la platea. Artisti, attrici, attori, tecnici e operatori culturali leggono un comunicato in cui denunciano i tagli draconiani presentati dalla neo-ministra Catherine Pégard. Il terrore per l’austerità e la precarietà in arrivo, che molti in questa sala hanno evitato ma altri temono o stanno già sperimentando, unisce l’assemblea. La richiesta, enunciata dall’artista Rebecca Chaillon, di sottoscrivere tramite QR-code una petizione, invita a una mobilitazione collettiva.
L’unione della sala con la comunità dei lavoratori dello spettacolo si rinforza anche tramite l’utopica richiesta al Presidente della Repubblica francese di arrivare a spendere l’1% del budget dello Stato in cultura: un obiettivo che solo Lang, negli anni ’90, riuscì a raggiungere, e per poco.
Anche in Francia una crisi feroce sta quindi per abbattersi, ma qui rappresenta una novità fino ad oggi imponderabile.
Sullo sfondo di questa protesta è sensibile la paura per l’orizzonte politico nazionale che, se vedesse nel 2027 la vittoria dell’estrema destra, potrebbe forse mettere a rischio perfino la tradizione di un festival come quello di Avignone, un rituale laico, collettivo e radicalmente antifascista, per lo meno per com’è andato a costituirsi progressivamente a partire dagli anni Cinquanta.
Compiuto quest’atto politico e civile, la “festa” del teatro può iniziare, violenta, selvaggia e fin troppo intelligente.
È una danza macabra sui destini della storia e dell’uomo quella che Gosselin consegna all’80^ edizione del festival, diretta da Tiago Rodrigues.
“Maldoror” è infatti una riflessione sugli orrori del tempo, il nostro e quello passato; un attraversamento scenico e letterario che decompone sul palco due romanzi di Roberto Bolaño, “La letteratura nazista in America” e “Stella distante”, ma si apre con l’incipit de “I canti di Maldoror” di Lautréamont e si ispira anche all’opera “Là-bas” di Joris-Karl Huys. “Laggiù”, nel fondo dell’abisso, è infatti dove ci vorrebbe portare il regista; per questo lo spettacolo inizia con un attore che, speleologo delle regioni oscure dell’anima, indossa un’imbracatura ed entra in un pozzo profondo posto al centro del palco.
A proposito di questa “immersione”, Marie-José Sirach sul quotidiano “L’humanité” ha affermato che l’attore “sparisce, come migliaia d’altri sono spariti nel corso delle dittature sud-americane e i cui i corpi non saranno mai ritrovati”; un’immersione sotterranea speculare avrà luogo alla fine dello spettacolo, cinque ore dopo aver scavato nella letteratura di Bolaño, per scovare quella specie di Ur-fascismo nichilista che, letteralmente, ha divorato il futuro dell’America e oggi riprende trionfalmente la sua opera.
Le opere di Bolaño (autore molto caro al regista) si mischiano qui direttamente con la vita e la morte dello scrittore cileno per arrivare a quello che Gosselin, in un’intervista a “Les Inrockuptibles”, ha definito uno spettacolo che “cerca di affrontare la potenza libidinale del fascismo”.
Molti sono gli elementi caratteristici delle regie di Gosselin che puntellano uno spettacolo che parla anche della fascinazione degli artisti verso il male. La sua stessa impalcatura appare in gran parte ripresa dal precedente “Extinction”, certo modificata e riadattata, ma sempre utile come supporto stabile e duttile.
Nel 2023, “Extinction” rielaborava un’opera di Thomas Bernhardt e approfondiva l’universo di Arthur Schnitzler. Era composto da una prima parte in cui il pubblico era invitato a salire sul palco e a partecipare ad una serata in discoteca con la compagnia, sequenza qui ripetuta ma in seconda battuta rispetto alla costruzione dello spettacolo.
La prima sequenza di “Maldoror”, dopo il prologo, si apre su una serie di interviste a ricercatori o giornalisti, effettuate su uno sfondo chiaro di fronte alle telecamere (in “Extinction” questo dispositivo era alla fine dell’opera). Un’attrice e tre attori raccontano gli orrori della “letteratura” e delle utopie naziste in America Latina, immaginate da Bolaño in “La letteratura nazista in America”.
Enumerando gli esempi di autori latinoamericani e nazisti inventati dallo scrittore cileno, si materializza la tendenza del continente americano, da sempre subalterno agli interessi geopolitici degli Stati Uniti, ad essere un laboratorio politico per la repressione violenta di ogni minoranza, e terreno fertile per l’elaborazione di progetti nazistoidi proprio contro la natura multietnica dei popoli che compongono l’America.
Nella seconda parte, la camera usata come bisturi per sezionare e disvelare il reale scava ancora più profondamente nella storia cilena, a partire dal fatidico 11 settembre 1973, quando un gruppo di giovani scrittori e poeti scopre l’orrore del crimine organizzato in forma di golpe (quello di Pinochet).

La scenografia, dentro la quale la compagnia e una parte del pubblico si muovono, aiuta a scavare nella storia di un gruppo di giovani artisti, la cui vita è segnata dal trauma dell’incontro con un assassino. Si tratta di un mostro, loro collega in un corso di letteratura e poesia (Alberto Ruíz-Tagle ma il cui vero nome è Carlos Wieder), che ha ucciso molte donne come “atto di poesia”.
Nel romanzo “Stella distante” il perverso fascino verso il Male da parte degli artisti viene esibito da Bolaño come un elemento che confonde i piani tra storia intima dei singoli e macro-storia, che inghiotte tutte e tutti.
Il pubblico qui raggiunge e si mescola ad attori e attrici, attraversa la scenografia e accetta di farsi “penetrare” dalla camera. Gli elementi dello stile registico di Gosselin, così riconoscibili e neppure qui smentiti, giocano con i limiti della rappresentazione per meglio riaffermare il teatro come contenitore mediatico neutro.
In “Maldoror” il palco si mostra proprio come quel dispositivo neutro e versatile per materializzare, in particolare nel corso della terza parte dello spettacolo, una vera e propria inchiesta poliziesca sulla parte oscura dell’uomo (c’è anche spazio per un film, poi vissuto anche sul palco, che con ironia mostra un detective-topo che deve scoprire un ratto-assassino, e arriva alla conclusione che non si tratta di un predatore, ma di un altro topo-killer. Insomma, homo homini lupus, o piuttosto mus muri lupus).
Nell’adattamento di Gosselin, una scrupolosa e appassionata giornalista-investigatrice (Carine Goron) si batte per scovare e smascherare l’assassino Carlos Wieder (ormai già passato dalla fama letteraria al cambio di identità, dopo aver esibito i suoi mostruosi crimini come fossero arte, ed essere quindi stato rigettato dallo stesso mondo che lo aveva osannato).
Questa ricerca svela la parte di orrore che esiste in tutti noi, qui incentrata soprattutto sugli artisti, attraverso la vita e la morte dello stesso Bolaño (interpretato da Denis Eyriey), che diventa il vero oggetto-soggetto di quest’inchiesta estetica sul male assoluto del mondo. L’artista-creatore, preso dai suoi fantasmi individuali e collettivi, è il centro dell’opera, come viene gridato da Victoria Quesnel, l’attrice che incarna l’amica più stretta del mostro, colei che è capace di dormire al suo fianco perfino quando scopre la sua vera natura, e che per prima non lo denuncia. Per questa complicità assoluta con il male, è lei la protagonista della terza parte dello spettacolo, colei che per prima fa capire come non si possa resistere al male: possiamo solo conviverci.
Lo spettacolo si conclude così con l’indeterminatezza circa la possibilità reale di affrontare l’assassino, che viene ritrovato ma non viene mai davvero smascherato.

Alla fine il Bolaño di Gosselin indica alle attrici in scena (l’investigatrice e l’artista interpretata da Quesnel) di scavare nel giardino affinché, in modo forse un po’ scontato, si capisca come il mostro sia dentro ognuno di noi, e prima di tutto nello scrittore in cerca della “verità”.
Guardando all’intero percorso del regista, come abbiamo già accennato ritroviamo molti elementi del passato, che quindi sorprendono poco. Anche il suo lavoro con e attraverso la rappresentazione è già stato visto, e il nichilismo che vi è profuso non colpisce in modo particolare.
Tuttavia, dal punto di vista della pura estetica teatrale, è da sottolineare come egli sappia costruire un dispositivo tecnico perfetto, dirigendo una straordinaria compagnia di attrici ed attori, capaci di incarnare al contempo i sogni di Bolaño e le angosce cupe del presente. E’ ciò che giustifica in pieno la regia di Gosslein e conduce nei labirinti della storia umana attraverso il prisma del massacro e dello sfruttamento dell’America Latina, tema che continua a rimanere brutalmente attuale.
“Ho bisogno che la forma del teatro letteralmente esploda, che si disgreghi. Poi, vorrei che il teatro sostituisse la vita. È una posizione un po’ estrema. Ma non mi piace l’idea che lo spettacolo sia un semplice momento, una parentesi prima di andare a cena. Ciò che mi interessa è che la vita del pubblico e quella della scena si fondano e producano un tempo unico. Per quanto riguarda lo spostamento dello sguardo, è essenziale. Il palcoscenico deve poter essere osservato in modi diversi. Dev’essere uno spazio attraversato da un accumulo di segni – immagini, corpi, voci e suoni – che ogni spettatore sceglierà o meno di cogliere”. Parole che, consegnate nell’intervista che accompagna il libretto di “Maldoror”, raccontano la volontà di far evolvere il punto di vista del pubblico attraverso il rito del teatro.
Ma c’è un altro cambiamento che sembra aver avuto luogo in Gosselin e appare interessante.
Da qualche tempo è nota la relazione tra il regista e Carolina Bianchi, artista brasiliana che è l’altra grande star di quest’edizione del festival, che esplora la violenza del patriarcato incarnando su di sé i codici della performance e della letteratura, in particolare brasiliana.
Ora, seguendo soprattutto gli sviluppi della recente storiografia teatrale, che propone di pensare anche alla dimensione intima che influenza i processi della creazione, è legittimo domandarsi come questa relazione possa aver influenzato il punto di vista di Gosselin, in sostanza come un rapporto umano possa arricchire e modificare la profondità con cui è possibile entrare in una realtà apparentemente distante da noi. E’ possibile che la relazione di un artista con una collega che proviene dal “Cono Sud” del continente americano possa così aiutare a scavare, con onestà e senza stereotipi, nel cuore pulsante dell’America Latina.
Gosselin insomma ci dona con “Maldoror” un punto di vista originale, certo parziale ma proprio per questo universale, per dialogare con il Male.
MALDOROR
con Guillaume Bachelé, Rita Benmannana, Joseph Drouet, Denis Eyriey, Carine Goron, Jeremy Lewin, Jeanne Louis-Calixte, Cyril Metzger, Victoria Quesnel, Achille Reggiani, Lucile Rose, Maxence Vandevelde
et les cadreurs Jérémie Bernaert et Baudouin Rencurel
Adaptation et mise en scène Julien Gosselin
Scénographie Lisetta Buccellato
Lumière Nicolas Joubert
Vidéo Jérémie Bernaert, Pierre Martin Oriol
Musique Guillaume Bachelé, Maxence Vandevelde
Dramaturgie Eddy D’aranjo, Marie-José Malis
Costumes Caroline Tavernier
Son Théo Jonval
Script Antoine Hespel
Étalonnage Laurent Ripoll
Assistanat création costumes Géraldine Ingremeau
Assistanat à la mise en scène Lucile Rose, Zoé Benguigui
Traduction, surtitre Zoé Benguigui
Décor, costumes, accessoires les Ateliers de l’Odéon Théâtre de l’Europe et l’équipe technique de l’Odéon Théâtre de l’Europe
durata: 5h 10′
Visto ad Avignon, Palais des Papes, il 12 luglio 2026
