Per la rassegna O ciel lucente diretta da Giancarlo Luce, la compagnia Licia Lanera trasforma Annibale Ruccello in feroce gioco grottesco
La calda estate della Valle d’Itria concede una tregua soltanto quando il sole si ritrae dietro gli ulivi. Il vento scuote i mandorleti, attraversa gli alberi che ancora resistono alla Xylella, accarezza i trulli e si infila tra i sedili in pietra della Residenza Carlo Formigoni. Sotto una luna sorniona, nell’anfiteatro che custodisce l’idea di un teatro meridiano immaginata da Formigoni, la rassegna O ciel lucente, diretta da Giancarlo Luce, accoglie uno spettacolo coraggioso: “Mamma” di Annibale Ruccello, nella riscrittura scenica di Danilo Giuva.
L’occasione impone memoria oltre che sguardo: settant’anni dalla nascita e quaranta dalla morte di Ruccello, il drammaturgo stabiese che più di ogni altro ha raccontato il femminile come luogo della tragedia quotidiana, della superstizione, del desiderio frustrato, della religione impastata di paganesimo. Un autore che ha restituito al Sud una lingua capace di essere carne e pensiero insieme. Ma i Sud, in fondo, si assomigliano tutti. Cambiano le inflessioni, non le ferite.
È proprio su questo confine che Giuva costruisce il suo azzardo. Tradurre Ruccello in foggiano significa sfidare un tabù. Per molti il napoletano dell’autore è materia intoccabile, organica alla sua scrittura. Giuva sceglie invece di tradirlo per essergli fedele. Il risultato è un dialetto jazz, aspro, duro, aggressivo. Una lingua che sembra uscire dalla terra più che dalla bocca, che si torce su sé stessa come un intestino o come il cervello di una madre divorata dall’amore, dal possesso e dal rimorso. Un idioma ostico, mai conciliatorio, che respinge prima ancora di accogliere. Ed è forse proprio questa ostinazione il valore aggiunto dell’operazione.
Prima ancora della parola, però, arriva il corpo. Sul pavimento giace un busto femminile. Seni medi, ventre gravido. Non una maschera, ma una reliquia anatomica. Giuva lo raccoglie lentamente, con pudore, e se ne riveste. È un gesto semplice e violentissimo. Quel ventre pesa. Pesa come pesa la madre. Pesa come pesa l’origine. Tutti veniamo da lì. Da quella voragine che è rifugio e inferno, protezione e condanna, promessa di fertilità e principio di ogni infelicità. L’attore non interpreta una donna: porta addosso la maternità come si porta una croce.

“Mamma. Piccole tragedie minimali”, ultimo testo scritto da Ruccello prima della morte, è un catalogo di solitudini. Quattro donne, quattro Marie. Quattro esistenze marginali che raccontano sé stesse mentre sembrano raccontare tutte le madri del Sud. Figure che affondano le radici nella grande tradizione meridionale, da Basile ai nostri giorni. Il sacro si confonde con il profano, la religione con la superstizione, la devozione con la bestemmia. Donne che sputano rabbia, maledicono, pregano, imprecano quasi senza accorgersene. Fumano una sigaretta dopo l’altra come se il fumo potesse rallentare il tempo, trattenere lo sfiorire del viso nascosto dietro un rossetto troppo acceso. Vivono sospese tra accudimento e tornaconto, tenerezza e manipolazione, sacrificio e ricatto affettivo.
Il rischio dello spettacolo è doppio. Da una parte affidare quattro figure femminili a un uomo, evitando ogni compiacimento trasformista. Dall’altra consegnare Ruccello a un dialetto tanto ostico da diventare esso stesso drammaturgia. Due scelte borderline, due possibilità concrete di inciampare nella caricatura o nell’esercizio di stile. E invece Giuva sceglie la sottrazione. Non imita il femminile. Lo attraversa. Ne lascia affiorare il peso nei respiri, nello sguardo. Non cerca mai l’ammiccamento. Lo spettatore viene sfidato fin dall’inizio: deve conquistarsi quella lingua, abitarne le asperità e le oscurità.
La recitazione è nervosa, viscerale. Vengono in mente le creature ferite di Emma Dante, ma anche quel gioiello che è “Dissonorata” di Saverio La Ruina, dove un uomo riusciva a restituire il mondo femminile senza appropriarsene, lasciandolo parlare attraverso il corpo.
La scena è ridotta all’essenziale. Una sedia che diventa culla, sostegno, trono, confessionale. L’abito maschile, livido, finisce per confondersi con la notte. Le luci non cercano di vincere il buio: vi dimorano. I suoni, dilatati come un elettroencefalogramma, disegnano un paesaggio sonoro che amplifica il vuoto esistenziale di queste donne, sole anche quando parlano al telefono, mentre aspettano mariti assenti e ormai smitizzati, quando condannano figlie sante o prostitute, senza una terza via.
Il racconto procede per accumulo, frammenti, ritorni ossessivi. Come accade nella memoria di chi non possiede gli strumenti della narrazione, ma soltanto quelli dello sfogo. C’è qualcosa di volutamente sfilacciato nella costruzione dello spettacolo. Alcuni passaggi sembrano disperdersi, qualche taglio potrebbe essere ancora più netto. Ma quella sfilacciatura appartiene anche alle donne di Ruccello: analfabete dell’emotività prima ancora che della grammatica, incapaci di dare ordine al dolore, costrette a raccontarsi come vengono i sogni, seguendo il filo spezzato della vita.
Alla fine resta addosso il senso di un teatro che non consola. Un teatro che sporca le mani. E costringe a guardare dentro quel ventre primordiale da cui proveniamo tutti e che continuiamo ostinatamente a odiare e rimpiangere. Ruccello aveva capito che il Sud non è una geografia ma una condizione dell’anima. Giuva lo traduce senza addomesticarlo. E in quella lingua dura, quasi impronunciabile, restituisce intatto il mistero di madri che amano fino a divorare, pregano mentre bestemmiano, custodiscono la vita e insieme la consumano. È un rischio. Ed è proprio per questo che valeva la pena correrlo.
MAMMA
di Annibale Ruccello
con Danilo Giuva
regia e spazio Danilo Giuva
consulenza artistica Valerio Peroni ed Alice Occhiali
luci Cristian Allegrini
musiche e suoni Giuseppe Casamassima
fondale Silvia Rossini
organizzazione Antonella Dipierro
assistente alla regia Riccardo Lacerenza
produzione Compagnia Licia Lanera con il sostegno di Ombre – Associazione Culturale, Teatro Rossini e Assessorato alla Cultura del Comune di Gioia del Colle
durata 1h
applausi: 2’
Visto a Ostuni, Aia Carlo Formigoni, il 24 luglio 2026
Festival O ciel lucente
