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On the road di ArteMakìa: evasione tra acrobazie e sogni sospesi

On the road

On the road

Nella Casa Circondariale di Lecce, Milo Scotton trasforma il viaggio in una metafora di libertà, tra corpi in volo, poesia e resistenza al conformismo

C’è qualcosa di profondamente vivo in “On the road”, spettacolo scritto e diretto da Milo Scotton e interpretato dagli attori acrobati della compagnia internazionale ArteMakìa, con sede a Monale (Asti). Non è solo la dichiarata ispirazione al celebre romanzo di Jack Kerouac, né l’impianto visivo fatto di valigie, cartelli stradali improbabili e traiettorie sghembe. È piuttosto il contesto in cui prende vita – la Casa Circondariale di Lecce – a caricare ogni gesto di una tensione ulteriore, rendendo il viaggio non più soltanto una metafora, ma una necessità esistenziale.

Lo spettacolo, all’interno della rassegna aperta al pubblico “Dentro, il Teatro” (giunta alla quarta edizione, prossimo appuntamento il 29 maggio con la Compagnia della Fortezza), si apre con una “danza delle valigie”. Un prologo che è già dichiarazione poetica: partire è un gesto fisico prima ancora che simbolico.

In scena quattro corpi (lo stesso Scotton con Valeria Quatrale, Isaac Ace Munn e Yolitzin Andrea Ramos Mora) si intrecciano, s’incastrano, si sostengono in un equilibrio fragile e dinamico. Il linguaggio è quello del circo contemporaneo, del teatro acrobatico, con echi di esperienze come il Cirque du Soleil (dove ha lavorato per anni Scotton, direttore della compagnia) e con ascendenze, formazioni e tournée che attraversano il pianeta: dalla Francia alla Gran Bretagna, dal Canada al Messico, fino all’Argentina. Ma qui tutto appare essenziale, umano, meno spettacolare e più reale. Non c’è virtuosismo: ogni scena, ogni numero, è al servizio di una narrazione, di un’urgenza, pur con qualche iato drammaturgico.

Quattro anime attraversano la scena. Sono figure scomposte, apparentemente casuali, “strampalate” come i cartelli lignei che indicano direzioni impossibili. Eppure, proprio in questa disarmonia, si riconosce una tensione comune: il rifiuto del conformismo, la ricerca ostinata di un altrove. Il viaggio, qui, non è geografico ma interiore. È un movimento continuo tra caduta e risalita, tra equilibrio e perdita di controllo.

Le musiche accompagnano questo flusso con leggerezza e calore. Per un’ora il pubblico viene condotto altrove, in uno spazio dove la gravità sembra sospesa e le regole possono essere riscritte.
Eppure, la realtà resta lì, appena fuori dal campo visivo. Il carcere di Lecce è una struttura pensata per 798 persone che ne ospita quasi il doppio (1.497), con un indice di sovraffollamento tra i più alti d’Italia e una carenza significativa di personale di sorveglianza (circa 250 unità). Numeri che si insinuano nella percezione dello spettatore. E allora ogni salto, ogni arrampicata, ogni tentativo di volo assume un valore diverso. Diventano gesto politico, prima che estetico.

La scena si anima di trasformazioni continue: gli attori diventano oggetti, si fanno sedie, lampade, scrivanie, appendiabiti. Il corpo perde la sua funzione originaria per diventare altro. Per adattarsi, per sopravvivere. È una riflessione sottile ma incisiva sull’identità e sulla capacità di mutare. Non è forse questo, in fondo, uno dei sensi più profondi del teatro?

Ci sono momenti di puro gioco, quasi da “paese dei balocchi”, in cui il pubblico – composto per lo più da detenuti – viene coinvolto in una dimensione ludica e leggera. Ma subito dopo arriva la vertigine: uno spazio laterale si apre al volo, al rischio, alla possibilità della caduta. Attori e attrici diventano girandole. I corpi inscritti in cerchi ruotano, si slanciano, si perdono per poi ritrovarsi. È una danza che stordisce, disorienta e costringe a perdere i punti di riferimento.

Particolarmente riusciti sono i duetti, costruiti su un dialogo fisico fatto di contatto e fiducia. Qui la tecnica acrobatica si fonde completamente con il lavoro attoriale: non si tratta più di eseguire un numero, ma di raccontare una relazione. Un uomo che si trasforma in un cagnolino bisognoso di coccole, ad esempio, riesce a strappare un sorriso e insieme a suggerire una fragilità profonda, un bisogno di affetto che attraversa ogni condizione umana.

La scala a pioli, utilizzata come trampolo, diventa simbolo di ascesa e precarietà. Salire è possibile, ma richiede equilibrio, coraggio e soprattutto fiducia negli altri. In questo senso, “On the road” è anche un lavoro sulla comunità: nessuno si salva da solo, ogni movimento è possibile solo grazie alla presenza dell’altro.

Il finale è una sospensione più che una conclusione: gli occhi si alzano verso le stelle, reali o immaginate, e qualcosa resta in bilico, come un respiro trattenuto. Non è evasione. È piuttosto una fenditura, un varco minimo dentro il reale. Perché forse la libertà, qui, non coincide con l’uscire, ma con il riuscire – anche solo per un istante – a disobbedire alla gravità delle cose, a sottrarsi al peso di ciò che ci definisce. E in quello scarto impercettibile, in quel breve disallineamento, accade il teatro: non come fuga, ma come possibilità.

ON THE ROAD
di Milo Scotton
con Milo Scotton, Valeria Quatrale, Isaac Ace Munn e Yolitzin Andrea Ramos Mora
Tecnico del suono: Corrado Gallo
ArteMakìa

Durata: 1 h
Applausi del pubblico: 3’

Visto a Lecce, Teatro della Casa Circondariale, il 24 aprile 2026

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