Gli Open Studios alla NID Platform 2025: una cronaca

Carmela di Laura Gazzani
Carmela di Laura Gazzani

Sguardo ai sei progetti in fieri presentati nella sezione curata da Paolo Brancalion

Siamo al Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio, nella mattinata che la NID Platform 2025 dedica agli Opens Studios, l’esposizione di sei progetti ritenuti meritevoli di sviluppo, fra i numerosi analizzati.
Alla nona edizione della New Italian Dance, quest’anno ospitata dalla marchigiana Amat e dal suo direttore Gilberto Santini (capofila del Raggruppamento Temporaneo Operatori, rete nazionale di operatori della danza aderenti ad ADEP), è Paolo Brancalion, curatore della sezione, a suggerire alla platea di operatori e operatrici una cornice per assistere ai quindici minuti concessi a ogni progetto.
Ciò che si chiede a chi guarda questi “appunti” è l’apertura verso progetti a loro volta aperti, sia dal punto di vista artistico che da quello economico, messi sul palcoscenico, ancora prima che come studi, come prime aperture in forma di teaser, di volta in volta rappresi in strutturazioni dei materiali diverse.

Impossibile, insensata e ingiusta sarebbe un’azione critica a quest’altezza; tuttavia vogliamo rendere conto dei materiali presentati, in un’ottica quanto più possibile oggettiva, di mera cronaca, poiché aprono a uno spaccato di direzioni poetiche e di ricerca diverse. Percorriamo perciò, una per una, le sei proposte.

Vittorio Porcelli – Violetto Bellosguardo
Il progetto ruota attorno al personaggio di Violetta Beauregarde, personaggio della “Fabbrica del cioccolato” di Dahl destinata alla trasformazione in mirtillo. Porcelli esordisce sullo schermo in primissimo piano, esibendo un microfono in miniatura nel quale prima produce suoni che fanno emergere la materialità fisiologica della bocca (come Violetta masticava insaziabilmente chewing gum), poi si perde in ritmi di filastrocche.
A questa prima fase in video segue una seconda, altri materiali stavolta più schiettamente danzati, che costruiscono un personaggio (Porcelli, 22 anni, fisico asciutto, capelli ricci, tecnica sicura) di spavalda tenerezza, di insinuante e pericolosa fragilità. Dal punto di vista scenico, alcuni elementi sembrano già strutturare il materiale: le luci, sia nei cromatismi sui toni del blu/viola a contrasto con l’ambra; la qualità dell’occupazione dello spazio scenico, senza particolari restrizioni ma con zone deputate; un finale che sembra già scritto. Oltre, naturalmente, alle due reference più dichiarate: Dahl, appunto, e il monomaniaco “Bluets” di Maggie Nelson.

Parini Secondo – Incanto (titolo provvisorio)
Il quartetto emiliano-romagnolo si insedia sul palco con immediata autorità, scegliendo di esordire allo sguardo attraverso un’apertura limitata del sipario, che poi si spalancherà, ma che in partenza ricorda il formato dello schermo di uno smartphone. I materiali sembrano aperti ad uno sviluppo interno, ma hanno chiare le coordinate di senso e di ricerca: l’incanto, il loop, la trance della ripetizione che conducono a un movimento verso l’interno.
Le danzatrici sono in scena in una partitura verticale di movimenti ripetuti di rotazione attorno alla colonna vertebrale, che danno l’illusione di un organismo o di una piccola colonia di anemoni carezzata dalle onde. L’unisono è però pronto a sfalsarsi per un impercettibile ritardo di uno degli elementi, sempre ripreso da appuntamenti fissi che azzerano gli scarti e richiamano a una coralità omoritmica.
Quanto si vede a quest’altezza è un dispositivo racchiuso da mura ben solide: l’uso della musica, elettronica sfumata nel metal (Bienoise) e delle luci come un meccanismo capace di generare saturazione sensoriale (a cui collaborano i “titoli di coda” recitati da un grido metal anch’esso), habitat per una ricerca sul movimento reiterato e alienante.

Incanto (ph: Pier Paolo Zimmermann)
Incanto (ph: Pier Paolo Zimmermann)

Gianmaria Borzillo – E la bella stanza è vuota
Dichiaratamente a tema il lavoro in corso del coreografo e danzatore sorrentino, in scena con un gruppo di altri quattro performer (solo tre, per ora) per tacer del cane, un chihuahua in trasportino. La partitura è data: è “Diamond Jubilee”, il cult album di Cindy Lee nella sua intera durata di due ore circa. La scena astratta di Parini Secondo vista prima, improvvisamente assume i caratteri di uno spazio di vita reale, seppur non connotato, una luce quasi naturale che tende all’intensità scabra ma disponibile a impietosi scivolamenti in profondità di Nan Golding (citata tra le reference). Un’anziana signora in piedi, un uomo in proscenio, un fotografo (le cui immagini chiuderanno sullo schermo i 15′), poco dopo una nuova figura di ragazza sulla destra.
Il progetto si propone come una durational performance quanto a fruizione, libera nel posizionamento del pubblico e nelle uscite. Qui se ne assaggia un primo scampolo evidentemente decontestualizzato, i primi tre brani dell’album, che però ben costruisce una postura ricettiva rilassata e curiosa. Le figure, vestite con abiti quotidiani, seppur sempre presenti sembrano aleggiare più che stare; emergono ai sensi a seconda del momento, ipotizzano interazioni che, di fatto, si rivelano materia della nostra immaginazione.

Gianmaria Borzillo
Gianmaria Borzillo

Laura Gazzani – Carmela
Titolo tradizionalmente onomastico (ma femminile, per una volta) per questo terzetto di materiali della coreografa e danzatrice marchigiana, il cui progetto in scena si presenta come uno schietto getto di materiali, ciascuno autoportante ma ancora in dialogo tra loro e con il senso della ricerca.
“Chi è Carmela?” è la domanda che fa da filo conduttore ai tre frammenti in scena – una ricerca sempre in terza persona. Un monologo narrante illustrato da singoli gesti racconta la storia di una conoscenza fatta e dimenticata (come si chiamava?, ci si chiede) in un campeggio, tra “lei” e un aspirante pittore che tracima o ignora il foglio per coprire di colori un tavolo.
Poi una sezione cinematografica, una tavolata sotto un albero alla Ozpetek, patinata, con calici di rosso e danza finale; infine una sezione più schiettamente coreografica in cui i quattro, in posizione frontale e senza distribuirsi in coppie, ripetono sequenze base di tango con piccole barocche variazioni. I rapporti fra i tre blocchi (sempre che di scene si tratti) consistono ora una sorta di diafana liaison des scènes tematica, un passaggio non immotivato dall’uno all’altro (un tavolo, il tango sono gli elementi che fanno da collante) e solleticano l’appetito per la misteriosa protagonista.

Claudio Scalia – Lif
Il coreografo catanese sceglie di dedicare parte dei suoi quindici minuti a una doppia proiezione di materiali informativi e progettuali attorno al suo prossimo lavoro, che punta a un’interpretazione coreografica del mito norreno del Ragnarök, con riferimenti al “Götterdämmerung” wagneriano, la fine del mondo e la successiva rigenerazione.
La chiarezza nella presentazione progettuale su slide e l’ampiezza assai accogliente dell’immaginario sembrano i punti di forza di “Lif”. Le due scene portate sul palco sono riferite appunto alla lotta tra i due giovani interpreti, danzatori di notevoli qualità tecniche e artistiche, e alla rinascita, intrecciati in un doppio passo a due puntato sulla resa estetica.
Il primo momento sfrutta musiche tradizionalmente associate ad ambienti nordici e bellicosi (Danheim), dove la danza selvaggia e vorticosa si eleva e atterra sul battere; il secondo, dopo un breve intermezzo con suoni della natura, coreografa una poetica ballata piano e voce (Asaf Avidan) in cui i contatti tra i due si fanno delicati. In entrambi, la danza si configura come scrittura su musica nella forma più pura, seppure condita da qualche accenno d’ironia verso il finale.

Stefania Tansini – Studi per M/Madeleine
Due figure irrompono in teatro con lo scalpiccio dei tacchi ancor prima che col corpo. Due donne, in severi completi viola, entrano dalla platea, prendono possesso di uno spazio di palco spalancato sul fondo e sui lati, su cui producono ulteriori aperture dischiudendo le porte verso l’esterno (un’aria fredda entra in sala).
Un gran numero di segni travolge lo spettatore, la capacità trasformativa del palco, l’ironia degli andirivieni delle due nel portare in scena alcune sedie, le luci di sala impietose, ma soprattutto quella che sembra sempre di più configurarsi come un’inquietudine esistenziale delle protagoniste, un’impossibilità di finalizzare le azioni e di perseguirle con una qualunque costanza o secondo una teleologia purchessia, un cupo artiglio di follia che obbliga a divincolarsi pur non lasciando mai la presa.
L’unica ostinazione dei due corpi in scena è infine la ricerca esplosa, impossibile, implosa in sé dell’origine di questa stessa incapacità di quiete. Percorrono la platea, usano i corpi degli spettatori come sostegni. Applausi. Ma non è finita: come in un’ostensione si sbottona la casacca viola di Lucia Sauro (in scena insieme alla stessa Tansini) e sotto traspare, dalla canottiera, un grumo scuro, forse l’origine del male che viene da dentro.

0 replies on “Gli Open Studios alla NID Platform 2025: una cronaca”
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *