Damiano Scavo, Filippo Buonamassa, Virginia Spallarossa e Davide Tagliavini firmano le quattro performance in fieri scelte tra i 47 progetti presentati
La sezione Open Studios della NID Platform 2026, che quest’anno ha festeggiato tra Torino e dintorni il suo decennale, si contrae nel numero dei progetti presentati, quattro invece dei sei ormai tradizionali, ma si estende nel senso della cura al processo. Quest’anno i progetti selezionati dalla commissione hanno avuto a disposizione dei periodi di residenza in tre centri: IRA Institute a Soverato (CZ), a Verbania con CROSS residence e alla Fondazione Armunia di Castiglioncello (LI).
La presentazione agli operatori di studi in fase di lavorazione è sempre uno degli spazi più preziosi della rassegna, non per illudersi di cogliere una generica “aria che tira” della danza italiana. Semmai gli Open Studios servono soprattutto per provare a toccare la temperatura di lavori in divenire che, auspicabilmente, evolveranno in spettacoli o performance, se non finiranno – com’è anche capitato – in uno spazio oscuro, quello dell’incompiutezza come status terminale (ma dove finiscono, poi, veramente, i progetti che non finiscono?), e che si permettono, almeno qui, uno spazio di visibilità.
Nella Lavanderia a Vapore di Collegno (TO), percossa dal sole di settembre, si incontrano i quattro studi di “Sognare – Fase RAM” di Damiano Scavo – Scenario Pubblico – Compagnia Zappalà Danza; “Thanks, Ilaria” di Filippo Buonamassa – ResExtensa Dance Company; “Nu” di Virginia Spallarossa – Déjà Donné; “Special K” di Davide Tagliavini – Compagnia Artemis Danza.
Come lo scorso anno lo stato dei progetti consente una dimensione del racconto solo delicatamente cronachistica e non critica, per lasciare intatta la fragilità del tentativo.

SOGNARE – FASE RAM
Dichiaratamente riferita al surrealismo, Bréton in esergo e Max Ernst come reference, è questo un lavoro che molto poggia sugli elementi d’apparato, a cui, come vedremo, si accoppia un gesto fortemente segnato: due costumi elaborati e componibili (di Gabriella Palomba), un cerchio con corona in terra come spazio deputato al movimento, copricapi capaci di andare in fumo, sotto l’effetto di una combustione controllata, e di contenere liquido vivo, che simula l’acqua.
La simbologia e la materia di tali oggetti, complessificata dalla loro manipolazione (cerchi in tessuto migrano da uno all’altro costume) occupano lo spazio scenico, si può dire saturandolo di un organismo di segni, mentre il movimento, più che surrealista, si direbbe cubista, o futurista, e delinea un rapporto tra le due figure (il “dormiente” e “l’eco del suo sonno”, secondo le note di sala).
E’ un rapporto che, a volerlo significare di un senso spiccio, inizialmente sa di venerazione o gerarchia, che evolve, sul finale, prima di riallacciarsi in una struttura circolare, in un passo a due più orizzontale. Il linguaggio e l’intero meccanismo orditi da Damiano Scavo, anche in scena, sono anti-sentimentali, dotati di un’oggettività che sa davvero di certa avanguardia storica, di certa distanza dall’immedesimazione e dal patetismo, di una ricerca di dimensione ulteriore, ma più umoristica che concettosa.
THANKS, ILARIA
Il lavoro del giovane coreografo pugliese Filippo Buonamassa ha un segno opposto a quello di Scavo, non solo meno oggettivo e franto, ma più accessibile all’immedesimazione, ora patetica, ora lirica, ora semplicemente drammatica.
Lo studio si compone di diversi momenti, che sembrano preludere a una drammaturgia già immaginata nella sua completezza. In scena quattro presenze dalle identità non specificate, ma non neutre, non sovrapponibili, calate in costumi dal taglio interessante, che sembrano delineare una comunità. Ora esse abitano un tempo in due, scandito solo da passi e voci; poi si muovono sopra un suono teso, su cui riecheggiano altre ombre; ora sono impegnate in una qualche ricerca, in uno studio; poi un nuovo cambio di ambiente sonoro, la musica torna a battere un ritmo, delineando un’urgenza più estroflessa, più nervosa; poi si sperimentano, sciogliendo quella comunità in quanto individui. Infine, sopra le commoventi note di Iosonouncane entra in gioco un lirismo confortante, ricercato e raggiunto, fino a uno scaltro ed emozionante fade-off delle luci.
L’intimità (o l’intimismo) di questi materiali evidenzia una necessità e una penna ben salda nelle mani di Buonamassa, che nelle note di sala dichiara l’inaspettata sorgività e l’autobiografismo da cui prende le mosse, e che non è difficile, come impulso motore di questa ricerca, rintracciarvi.

NU
Tre corpi in scena, pantaloni Adidas per tutti, per tutti petto nudo, contatti consapevolmente ridotti a specifici momenti e un uso della musica da un lato archeologico (principalmente estratti da opere o madrigali del ‘600), da un lato tematico (il “periodo barocco”, in tutta la sfasatura temporale tra la storia dell’arte figurativa e quella della musica, è il centro dichiarato dello studio di Virginia Spallarossa), dall’altro ritmico, quale scansione del movimento e della stasi in scena.
Questi i primissimi dati essenziali di un materiale severo, forse introflesso nei suoi veri moventi, che proprio sul tempo pare riflettere e operare interventi, in cui le tre figure gravitano l’una sull’altra, l’una dall’altra, l’una contro l’altra, o perdono contatto, di fatto isolandosi improvvisamente in contesti nemmeno tangenti.
La questione della stasi come cesura, del contenere il moto, del sezionarlo, come in una sequenza statuaria, all’interno di un “periodo”, sembra poi un ulteriore elemento. Può trattarsi di attimi di immobilità anche molto brevi, ma che hanno del respiro entro cui liberamente penetra il “pan” dei proiettori motorizzati, su cui incombe qualche piombo, stacca un controluce (opera di Fabio Leardini), in una ricerca di definizione dei corpi e della loro parabola sul palco in una dimensione che si aggrappa alla dimensione dello scorrere e del restare.

SPECIAL K
Assistere allo studio di “Special K” di Davide Tagliavini è come cercare di stare dietro a una gazzella in fuga, i cui scarti sono imprevedibili e capaci di lasciare ora a bocca asciutta, ora precipitati in una risata.
Tagliavini, in un gioco (forse) di autofiction, parla di sé, della sua infanzia, entra in contatto e interagisce spesso e volentieri con lo schermo di proiezione (drammaturgia video di Cinzia Pietribiasi) e con il pubblico, anzi lo chiama in scena (capita al prof. Alessandro Pontremoli e a Francesca Ugolini), riceve un pacco da Londra, “ruba” un abito iconico di Kate Bush, corre gridando su e giù per le gradinate della platea, irrompe al Folkestone Harbour Arm per il raduno dedicato alla sua canzone “Wuthering Eyes” e poi (s)fortunatamente il tempo concesso allo studio si esaurisce, impedendogli probabilmente altre sorprese e testacoda. La lettera “k”, quella di Kill Bill, di Kate Bush, appunto, del karma e di tanto altro, sembra agglutinare come per un destino segnato i temi che definiscono l’identità del Tagliavini personaggio. Abbiamo dunque un materiale folle ed eterogeneo, il cui approccio giocoso e aperto ai temi della autodeterminazione e della ridefinizione delle libertà non può non chiamare in causa Silvia Gribaudi e una delle sue armi più affilate: il coinvolgimento diretto del pubblico, abbrancato da un approccio di simpatica seduttività.
Come si diceva in apertura, non avrebbe senso estrarre un orientamento comune da questi quattro studi “aperti”. Se così fosse, bisognerebbe cogliere, oltre un ecumenico incontro di linguaggi anche assai diversi e consapevoli, un clima di generale disimpegno, uno smarcarsi dalle urgenze politiche e sociali così impazientemente alla ricerca di una ridefinizione nell’arte, una distanza olimpica dalle questioni del dialogo pubblico che ci affannano, un rifugiarsi nel personale, ora in ambienti di accademismo o recupero antiquario quale che sia (una gestualità, un repertorio, una scuola o un côté comunicativo), ora nell’autobiografia più o meno fantasiosa. Ma il discorso avrebbe senso se fosse fatto a monte, non a valle di un processo di selezione come quello che ha scelto quattro fra i 47 progetti presentati per la sezione. Il dato da raccogliere, allora, avrebbe un altro peso, e quel processo pure sarebbe illuminato di un senso più evidente.
