Opera Prima 2026. A Rovigo Teatro del Lemming guarda dove gli altri non guardano

L'immagine simbolo dell'edizione 2026
L'immagine simbolo dell'edizione 2026

Massimo Munaro ci anticipa il programma della 22^ edizione del festival, in partenza il 10 giugno

Ci sono festival che “offrono una scena” e altri che provano a modificarla.
Da oltre trent’anni Opera Prima appartiene ostinatamente alla seconda categoria. Nata a Rovigo nel 1994 per iniziativa del Teatro del Lemming, la rassegna ha costruito la propria identità attorno a un gesto apparentemente semplice ma oggi sempre più radicale: guardare dove gli altri non guardano.

La 22^ edizione, in programma dal 10 al 14 giugno 2026, arriva in un momento storico in cui la visibilità sembra essere diventata il principale criterio di legittimazione culturale. Gli algoritmi orientano l’attenzione, le reti distributive tendono a confermare ciò che è già riconosciuto, mentre la circuitazione degli spettacoli rischia spesso di trasformarsi in una riproduzione seriale degli stessi titoli e degli stessi nomi. Osservando il panorama dei festival italiani emerge infatti una tendenza alla ripetizione: spettacoli che attraversano stagioni e manifestazioni differenti, generando un’impressione di uniformità culturale.

È in questo contesto che Opera Prima continua a rivendicare la necessità della ricerca. Non come parola d’ordine generica ma come pratica concreta di osservazione, selezione e rischio. Lo dimostrano anzitutto i numeri: ben 736 candidature provenienti da tutto il mondo hanno risposto al bando internazionale del festival.
Questa risposta al bando restituisce un panorama vastissimo e contraddittorio, uno spaccato della giovane creazione contemporanea che sfugge a qualsiasi semplificazione. Attraverso la selezione sono entrati nel programma gli spettacoli di Abrami, Vitali e Coccia, Barbone e Marra, Caldarano e Pivotti, Dora Macripò. Artisti che affrontano, con linguaggi differenti, alcune delle principali fratture del presente. Accanto a loro trovano spazio il palestinese Husam Abed, da anni residente a Praga, con una riflessione sulla guerra, la Compagnia Samovar di Luca Salata, capace di trasformare una roulotte in un teatro per sette spettatori, e Daniela Vitale, che debutta dopo un percorso di residenza sostenuto proprio dal Teatro del Lemming.

L'Edipo di Teatro del Lemming
L’Edipo di Teatro del Lemming

La ricerca di nuove voci rappresenta però soltanto una delle anime di Opera Prima. Nel tempo il festival ha assunto sempre più chiaramente anche il ruolo di ponte generazionale, facendo convivere giovani artisti e figure che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. Così, accanto alle nuove proposte, trovano spazio il lavoro di Motus e Roberto Latini, il ritorno di Joshua Monten e la presenza di Qui e Ora.

Abbiamo intervistato, partendo proprio dal bando, il direttore artistico del festival, Massimo Munaro.

Opera Prima nasce per intercettare ciò che si muove “lontano dai riflettori”. Nel 2026, in un sistema culturale dominato da visibilità, algoritmi e velocità, cosa significa ancora cercare ciò che non è visibile? Quest’anno avete ricevuto un numero impressionante di candidature da tutto il mondo…
Credo si tratti di armarsi, con coraggio, di pazienza e curiosità. Parlo di pazienza, innanzitutto, perché la mole di proposte arrivate è stata così numerosa che davvero spaventerebbe chiunque, e occorre prendere fiato e darsi del tempo. Ma naturalmente sarebbe impossibile riuscire da soli a visionare tutte le centinaia di candidature che anche quest’anno ci sono arrivate. Per fortuna però, a teatro, e soprattutto in un festival, non si è mai da soli, ma dentro a un progetto collettivo. Perciò attorno a me c’è un gruppo nutrito di collaboratori, e insieme abbiamo condiviso la visione e la scelta delle compagnie da invitare.
Parlo di coraggio e curiosità anche perché a muoverci è sempre il desiderio di cercare qualcosa di valore al di fuori dei circuiti più battuti, come è del resto sempre stato, fin dalla prima edizione del 1994. Abbiamo sempre pensato che l’obiettivo primario del nostro festival fosse quello di dare visibilità a chi muove i primi passi e che, pur avendo qualità, non trova ascolto in un sistema che è spesso ingessato e autoreferenziale. Ci siamo riusciti in passato, segnalando per la prima volta gruppi come Motus, Masque, Ariette, o artisti come Roberto Latini e Ascanio Celestini, tutti nomi allora sconosciuti sia al pubblico sia agli addetti ai lavori. Continuiamo a provarci anche oggi.

Roberto Latini con Gianluca Misiti (ph: Fabio Lovino)
Roberto Latini con Gianluca Misiti (ph: Fabio Lovino)

Che fotografia restituiscono della scena contemporanea questa moltitudine di candidature?
Naturalmente il paesaggio che esce fuori complessivamente è quanto di più eterogeneo si possa immaginare. Per certi aspetti è anche deludente, almeno per chi come noi cerca, appunto, qualcosa di artisticamente nuovo e innovativo. Ma qualche perla, tra molte cose da dimenticare, si trova sempre. E anche quest’anno siamo molto orgogliosi dei lavori che abbiamo scelto e che riusciamo a proporre.

Molti festival oggi sembrano inseguire l’evento o il nome riconoscibile. Voi continuate a investire sul rischio: è una scelta politica oltre che artistica?
Si tratta certamente di una scelta politica oltre che artistica. Che tristezza guardarsi intorno ed accorgersi di come tanti festival si palleggino gli stessi titoli, un po’ come accade nelle tante stagioni teatrali dei circuiti, dove a girare sono solo i nomi già accreditati o esposti alla moda del momento. Le programmazioni finiscono spesso per essere l’una la fotocopia di un’altra. Viviamo in un conformismo culturale agghiacciante. C’è una sorta di censura strisciante che esclude dalle programmazioni gli spettacoli più ustionanti, scomodi, difficili da incasellare. Ma senza assunzione di un rischio il teatro, in quest’epoca mediatica, non ha più ragione di esistere. E invece, proprio per la sua caratteristica di essere luogo di relazione e di incontro reale, il teatro può svolgere ancor oggi un ruolo insostituibile.

In diverse proposte del festival il pubblico non è semplice spettatore ma presenza coinvolta, ravvicinata, quasi chiamata ad esporsi: numero limitato di partecipanti, situazioni immersive o dispositivi che rendono il pubblico parte attiva dell’opera. È ancora possibile assistere passivamente a uno spettacolo?
Viviamo all’interno di una società che spinge ciascuno di noi alla totale passività dello sguardo. Siamo bombardati da immagini in modo sempre più compulsivo, tutto è merce-spettacolo. Come spettatore di massa ciascuno di noi è ridotto alla totale passività e impotenza rispetto ai disastri ormai apocalittici che ci si stagliano quotidianamente davanti. Il teatro è l’arte per eccellenza in cui è possibile, almeno in potenza, rovesciare questo paradigma. Nella natura del teatro è inscritta infatti la possibilità, anche se accade raramente, di costituirsi come presidio di resistenza ai processi spettacolari e anestetizzanti di omologazione. Il teatro può rivendicare una natura non-spettacolare, e rendere lo spettatore parte attiva dell’opera. Per questo molto spesso gli spettacoli del festival si rivolgono a un numero limitato di spettatori a replica. Sarebbe insensato pensare che il teatro oggi abbia l’obiettivo di rivolgersi alle masse. Ciò che conta è, invece, la capacità di attivare negli spettatori, anche declinati al singolare, una reazione emotiva forte e trasformativa.
Dall’altra parte, Opera Prima cerca sempre di invadere la nostra città con tanti piccoli eventi, spesso sorprendenti e fuori dai canoni. Occorre infatti anche rivolgersi a chi a teatro non metterà mai piede. È il teatro che deve dilagare nella città, uscire dalle sue roccaforti difensive ed elitarie, e tornare ad abitare lo spazio pubblico.

Accanto agli spettacoli, il pubblico potrà partecipare agli incontri del prefestival e a presentazioni di libri (di Giacomo Fronzi, Andrea Tagliapietra e Antonello Cassinotti), in un dialogo tra pratica artistica e riflessione teorica. E poi il laboratorio critico aperto agli studenti “Che cavolo guardi?”, coordinato da Michele Pascarella. Si può ancora “educare” lo sguardo senza trasformare il teatro in qualcosa di didascalico?
Il teatro è sempre pedagogico perché dovrebbe contribuire a costituirci come cittadini e come persone. Imparare a decifrarne il linguaggio alimenta il nostro spirito critico, ci aiuta a “vedere”. Allo stesso tempo se tutto ciò diventa “didascalico” allora questo sforzo di comprendere, sforzo per altro inesauribile, diventa qualcosa da cui fuggire.

Dopo tanti anni di direzione artistica, cosa ti sorprende ancora, davvero, in uno spettacolo?
La capacità di trasportarmi come spettatore in un altrove, di agire su di me una qualche trasformazione, una piccola magia. Magari accadesse spesso!

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