La Fenice di Venezia prosegue la riscoperta del Vivaldi operistico
Il nostro amore per l’opera barocca ci ha portato a Venezia per assistere a “Ottone in villa”, la prima opera scritta da Antonio Vivaldi, già scelta nel 2020 per la riapertura del teatro La Fenice dopo la forzata chiusura a causa del Covid.
Dopo “Orlando furioso” (ripreso nel 2018 e nel 2023), “Dorilla in Tempe” (2019), “Farnace” (2021), “Griselda” (2022) e “Tamerlano” (2024), “Ottone inVilla”, dramma in tre atti basato su libretto di Domenico Lalli, che a sua volta lo trasse da “Messalina” di Francesco Maria Piccioli, venne rappresentata per la prima volta al Teatro delle Garzerie di Vicenza il 17 maggio 1713.
L’opera fu commissionata al compositore allora trentacinquenne, che non si era mai cimentato in questo campo, da Antonio Francesco Farsetti, l’allora governatore di Vicenza.
Nella trama, come vedremo, vi sono intrecci amorosi e fraintendimenti che però portano ad un finale accomodante e per nulla tragico.
Siamo alla fine del X secolo e al centro della storia, che si svolge in una villa di campagna, vi è l’imperatore Ottone, innamorato di Cleonilla, che gli rimprovera di interessarsi più degli affari di Stato che di lei.
Ma da subito ci accorgiamo che in verità è tutto il contrario: è infatti la donna ad essere alquanto volatile nei sentimenti, tanto da dichiararlo fin dall’inizio: “Amor che da tiranno fatto in me la sua sede e ognor mi sforza d’ogni vago garzon rendermi serva”. Oltre ad avere da tempo una relazione segreta con Caio Silio, ora Cleonilla si è innamorata di Ostilio che, per complicare ulteriormente le cose, non è un uomo ma una donna, Tullia. Un tempo fidanzata di Caio, e ancora innamorata di lui, Tullia lo ha infatti seguito nascondendosi sotto spoglie maschili.
Potete immaginare quale groviglio di affetti ci prepari una siffatta trama.
Caio, rimasto solo, si dispera per il tradimento della sua bella, e le sue parole vengono di nascosto ascoltate da Tullia, che le ripete a mo’ di eco.
La vicenda continua sempre di più ad ingarbugliarsi con uno scambio di lettere, e con Cleonilla che riesce sempre a farla franca con Ottone, che invece ci casca sempre, raggirato dalla sua bella.
Ad un certo punto Caio, vedendo insieme Cleonilla e Tullia (Ostilio), geloso tenta di uccidere quest’ultima. Alle grida della donna Ottone chiede conto a Caio dell’accaduto e rivela all’imperatore cos’ha visto.
A questo punto, all’ordine di Ottone di uccidere il traditore, Ostilo rivela la sua reale identità. Nella sua vera veste Tullia protesta l’innocenza di Cleonilla e accusa Caio di essere il vero traditore. Per uscire dall’impiccio quella furbacchiona di Cleonilla davanti all’imperatore afferma di aver sempre saputo del travestimento di Tullia, e così si riconcilia con Ottone, salvando la propria reputazione.
L’imperatore, che come anticipato fa ripetutamente la figura del babbeo, le crede, anche se il suo confidente, Decio, lo ha sempre avvertito delle tresche che accadevano intorno a lui. E così l’opera si conclude con Ottone contento di convivere con Cleonilla, benedicendo anche il matrimonio tra Tullia e Caio, finalmente ricongiutisi.
L’opera è stata proposta nell’edizione curata da Eric Cross, che prevede l’impiego di cinque cantanti, senza coro e con un piccolo organico orchestrale. Oltre agli archi ci sono due flauti a becco, due oboi, due cembali, tiorba e fagotto barocco.
Come accade nell’opera barocca, anche “Ottone in villa” è composta soprattutto da una serie di arie che caratterizzano i vari sentimenti dei personaggi. Latitano i pezzi d’insieme se si escludono il finale (“Grande è il contento che prova un core”) e il bellissimo e originale brano proposto all’inizio del secondo atto, in cui Caio sente l’eco delle proprie parole intonato dalla tradita Tullia.
Tra le arie più belle dell’opera ricordiamo le due proposte da Caio, la meravigliosa “Leggi almeno tiranna infedele in un foglio rigato col pianto la mia fede la tua crudeltà” e, nel terzo atto, “Guarda in quest’occhi”, in cui l’orchestra fa una pausa per permettere al violino solista (che alla prima a Vicenza fu appannaggio dello stesso Vivaldi) d’improvvisare una cadenza affidata qua al bravo Roberto Baraldi.
Bellissima anche l’aria di entrata di Ottone “Frema pur, si lagni Roma / se non vede il suo Regnante”.
Certo, essendo la prima opera del Prete rosso siamo ancora lontani da capolavori come “Orlando furioso” o “Tamerlano”, tuttavia l’ascolto, nell’alternarsi delle arie, è spesso piacevole, e come abbiamo visto con punte musicali di grande spessore compositivo ed emozionale.
Come ormai da molti anni, una certezza è la direzione di Diego Fasolis (che spesso dialoga piacevolmente con il pubblico) a cominciare dalla sinfonia in tre movimenti, eseguita in modo estremamente equilibrato, e come tutta l’opera nel suo complesso, riconsegnata con giusta e felice armonia di accenti.
Il regista e coreografo Giovanni Di Cicco, con le scene evocative di Massimo Checchetto, l’ausilio delle luci di Andrea Benetello e i costumi essenziali di Carlos Tieppo, decide di inserire il tutto in una fredda dimensione estetizzante, dove si muove un gruppo di danzatori proveniente dall’associazione Deos Danse Ensemble Opera Studio, che vagano tra reperti archeologici alludendo al mondo romano, dove è collocata la vicenda.
I performer accompagnano gli interpreti come contrappunto all’emotività delle varie situazioni poste in campo, ma senza interagire veramente con loro. Cosicché alla fine ci paiono assai decorativi, ma senza che sia dato loro un effettivo spessore rispetto a ciò che avviene sul palco. Emerge la mancanza di un coinvolgimento ironico, che non avrebbe guastato nel turbinio delle singolari vicende a cui assistiamo.
Dobbiamo comunque anche sottolineare l’estrema difficoltà nel porre in campo un allestimento del tutto convincente per un’opera siffatta, per la quale Di Cicco ha scelto un approccio sempre coerente.
Abbiamo gradito in generale tutte le prestazioni vocali di questa edizione, dall’Ottone del contralto Margherita Maria Sala, che si avventura con bella disinvoltura in arie assai difficili come la già citata “Frema pur, si lagni Roma / se non vede il suo Regnante” e in quella del secondo atto “Come l’onda, / con voragine orrenda e profonda”, al Caio Silio di Lucia Cirillo, che aveva già interpretato il personaggio nell’edizione inaugurale del 2020, a cui Vivaldi regala le arie più belle.
Carlotta Colombo dona alla sfrontata Cleonilla, in modo efficace, tutta la sua ostentata disinvoltura, mentre il personaggio bivalente di Tullia/Ostilio è ben affrontato, nei diversificati sentimenti che la posseggono, dal soprano Michela Antenucci, anche lei già presente nell’edizione del 2020, e soprattutto nel secondo atto, combattuta tra amore e sdegno (“Due tiranni ho nel mio core, / l’uno è sdegno, e l’altro è amor”); nel complesso adeguato il tenore Ruairi Bowen nel ruolo del premuroso confidente di Ottone.
Ottone in villa
Antonio Vivaldi
Orchestra del Teatro La Fenice
direttore Diego Fasolis
regia e coreografia Giovanni Di Cicco
regista collaboratrice Emanuela Bonora
scene Massimo Checchetto
assistente scene Serena Rocco
costumi Carlos Tieppo
light designer Andrea Benetello
coordinamento coreografico Associazione Deos Danse Ensemble Opera Studio
Cleonilla Carlotta Colombo
Ottone Margherita Maria Sala
Caio Silio Lucia Cirillo
Decio Ruairi Bowen
Tullia Michela Antenucci
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
con sopratitoli in italiano
durata: 2h 50′
Visto a Venezia, Teatro Malibran, il 29 marzo 2026
