Papillon Teatro, “I prossimi” e la libertà in scena, oltre le mura

Ph: Mattia Aron Greco
Ph: Mattia Aron Greco

Dal carcere di Lecce al Paisiello, un’esperienza che trasforma il teatro in atto civile

C’è un’immagine che resta impressa: il settecentesco Teatro Paisiello nel centro di Lecce, di sera, circondato da auto e furgoni della polizia penitenziaria. Eppure, dentro, si respira un’aria inattesa, quasi di festa, persino di euforia. Una libertà che arriva a piccole dosi, come in una serata di gala, fragile ma percepibile.

Il 17 aprile 2026, a un anno esatto dall’ultima uscita pubblica di Papa Francesco prima della morte – quando si recò al Carcere di Regina Coeli per un ultimo saluto ai detenuti, dopo aver aperto la Porta Santa nel Carcere di Rebibbia – questo spettacolo assume un significato ulteriore. Il carcere come luogo di attesa, di sospensione, ma anche di possibilità umana e spirituale.

È da questa tensione – tra dentro e fuori, controllo e apertura – che prende forma “I prossimi. E l’ultimo non chiuda la porta”, lo spettacolo della compagnia Papillon Teatro con attori detenuti della Casa Circondariale di Lecce. Un approdo tutt’altro che simbolico: il passaggio dal carcere al palcoscenico cittadino segna un’evoluzione concreta, un gesto che non si limita a rappresentare un percorso, ma lo compie davanti agli occhi dello spettatore.
Il progetto si inserisce in una traiettoria coerente, avviata lo scorso anno all’interno del penitenziario, e oggi proiettata verso la città. Non è solo continuità: è apertura, è dialogo. È la costruzione di un ponte reale tra mondi che raramente si incontrano, se non per contrapposizione.

Ph: Mattia Aron Greco
Ph: Mattia Aron Greco

In scena, Antonio Bruno, Francesco Bruno, Marco Carella, Giovanni Grimaldi, Giovanni Lupoli, Domenico Manzi, Alessandro Morra, Giuseppe Porcelli e Francesco Vitale restituiscono un lavoro sorprendentemente compatto. Non esistono individualismi: ogni gesto, ogni parola nasce da una fiducia costruita nel tempo, da una solidarietà che si percepisce prima ancora di essere compresa. Il gruppo è un corpo collettivo che si muove con una coerenza rara, dove l’armonia non è estetica ma etica.

La drammaturgia è essenziale e potente: file di sedie, un’attesa condivisa, un viaggio che si trasforma progressivamente in metafora della nascita. O forse, di una ri-nascita. I “prossimi” – anime in procinto di venire al mondo – si interrogano sul futuro, sospesi tra desiderio e timore. L’attesa diventa così materia scenica e filosofica, uno spazio in cui osservare la fragilità umana senza filtri.

Come racconta il regista Lorenzo Paladini: “Quando abbiamo cominciato abbiamo individuato subito il tema dell’attesa, che in carcere spesso è sinonimo di frustrazione. Loro riescono a trovare comunque un ottimismo, anche nell’aspettare. Da qui l’idea di un treno, il mezzo dell’attesa passiva e della noia per eccellenza, e l’abbiamo trasformato in un luogo di condivisione. Con delle domande specifiche e esercizi di scrittura, ho iniziato a scrivere il testo dividendolo in periodi, proprio come se fosse una gestazione: che animale ti piace, di cosa hai paura, cosa ti aspetti dal futuro… Alessandro rappresenta l’amore, ma lasciamo decidere allo spettatore che nome dargli: è il motivo per cui non solo si continua a nascere, ma anche quello per cui lottiamo ogni giorno per cercare di capire cosa vogliamo”.

Le musiche di Franco Battiato attraversano lo spettacolo come una presenza guida, quasi metafisica. Non sono semplici accompagnamenti, ma struttura portante: evocano memoria, orientano il ritmo, amplificano il senso del viaggio. Il repertorio scelto dialoga con la scena creando una dimensione sospesa, familiare e straniante allo stesso tempo.

Tra le figure più significative emerge Alessandro Morra, una sorta di spirito guida, custode del tempo e dello spazio scenico. La sua presenza introduce una dimensione ulteriore, quasi iniziatica, che arricchisce il percorso e lo rende più stratificato.

Lo spettacolo, prodotto da AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore, si muove con naturalezza tra registri diversi: poesia e ironia, riflessione filosofica e leggerezza, riferimenti colti (da Hobbes ad Amleto) e battute popolari. Ma ciò che colpisce davvero è l’autenticità. Nulla appare costruito o sovrapposto. Ogni parola sembra attraversata da un’esperienza reale, vissuta.

La regia di Lorenzo Paladini (nell’occasione anche in scena) e Miriana Moschetti lavora sul processo più che sul risultato. Gli attori entrano in scena in modo disordinato, cercano una posizione, si osservano, si definiscono. È una drammaturgia della formazione, che racconta il passaggio dall’indistinzione alla consapevolezza, dalla superficie alla complessità. La nascita, ribattezzata “il grande pianto”, diventa così una metafora potente dell’esistenza. E anche della resistenza.

E poi c’è il dato che resta, inevitabile: questo non è solo teatro. È il frutto di un lavoro che dimostra come l’arte possa incidere concretamente sulla realtà. I percorsi teatrali in carcere non producono solo spettacoli, ma trasformazioni: individuali, collettive, sociali.
Fuori, le camionette restano. Dentro, per un’ora, qualcosa cambia. Ed è proprio in questa frattura – tra ciò che è e ciò che potrebbe essere – che lo spettacolo trova la sua verità più profonda: ricordarci che l’identità non è mai definitiva, ma una costruzione continua.

I PROSSIMI – E l’ultimo non chiuda la porta
Regia: Lorenzo Paladini e Miriana Moschetti
In scena gli allievi attori detenuti della compagnia Papillon Teatro: Antonio Bruno, Francesco Bruno, Marco Carella, Giovanni Grimaldi, Giovanni Lupoli, Domenico Manzi, Alessandro Morra, Giuseppe Porcelli e Francesco Vitale
Produzione: AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore
Lo spettacolo è inserito nella stagione teatrale 2025/2026 del Comune di Lecce e Puglia Culture

Durata: 50’

Visto a Lecce, Teatro Paisiello, il 17 aprile 2026

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