Gran finale, domani 11 luglio, della 51^ edizione del festival trentino
Un articolato programma con oltre 40 appuntamenti, dedicato al rapporto fra corpi, spazi e comunità. Per la sua 51^ edizione, Pergine Festival ha scelto di proporre una riflessione su come le persone, con la loro presenza, trasformino i luoghi che abitano e li rendano spazi di incontro, relazione e cambiamento. Una mappa di “Geografie Umane”: questo il titolo del progetto artistico per il quarto anno consecutivo in mano a Babilonia Teatri (Valeria Raimondi ed Enrico Castellani), che si svela attraverso gesti, parole, suoni in un luogo suggestivo, fra natura e paesaggio.
Un festival lungo quasi due settimane, tra fine giugno e la prima decade di luglio (domani l’ultima giornata), che abbiamo attraversato nel primo week-end, riuscendo a percepirne la complessità e la multidisciplinarietà, per un programma diffuso in molti spazi di Pergine Valsugana, provincia di Trento. Non solo teatri, quindi, ma anche piazze, giardini, alberghi, luoghi solitamente non deputati ad accogliere l’incontro fra artisti e pubblico per concretizzare un’idea di festival aperto, poroso, diffuso, che sceglie di stare dentro la complessità del presente e di attraversarla insieme alla propria comunità.
Fra le proposte del fine settimana di apertura, la prima nazionale del progetto “Paradisi perduti” di Roberto Latini, ospitato in un giardino del convento dei padri Francescani di Pergine, uno spettacolo in cuffia ambientato in un luogo insolito, da cui ascoltare, comodamente sdraiati su un prato, l’interpretazione di Marco Sgrosso, la cui voce si dipanava dalla torre del campanile. Una rilettura del “Paradiso perduto” di Milton densa, vigorosa, immaginata per trasformare la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva in una riflessione contemporanea su libertà, colpa e possibilità di godere della bellezza. Una parola intensa, accompagnata da una partitura musicale altrettanto suggestiva, per un racconto intimo poiché goduto singolarmente da ciascun spettatore.
Al centro la parola, attraverso una riflessione d’impatto e molto interessante, presentata da Diana Anselmo che, con “Je vous aime”, andato in scena nell’ex rimessa carrozze, intreccia narrazione, video e lingua dei segni per interrogare il pubblico sul rapporto fra lingua e potere, a partire proprio dalla forza della LIS, lingua per troppo tempo messa ai margini.
La riflessione di Anselmo, che divide la scena con Sara Pranovi, interprete LIS, parte da lontano, dall’antistoria, ovvero da un brevissimo filmato del 1891 del volto di Georges Demenÿ che pronuncia la frase “Je vous aime” e che apre la strada a quello che poi avrebbe portato alla nascita del cinema, a partire dai fratelli Lumière.
La proiezione di Demenÿ, infatti, non era un esperimento artistico: serviva a insegnare la lettura labiale a ragazzi sordi, ai quali era stato vietato l’uso della lingua dei segni dopo il Congresso di Milano del 1880. Vite ed esperienze ignorate dalla storia ufficiale – d’impatto le testimonianze video che si alternano alla performance dal vivo, tutte legate alla negazione dell’uso della LIS – considerato che essa è stata riconosciuta come lingua vera e propria solo nel 2021. Perché parlare con il corpo, con il gesto, con il segno è stato considerato per troppo tempo qualcosa da evitare e nascondere. Un viaggio potente, quello proposto, che coinvolge non solo la comunità sorda ma ognuno di noi, perché è con il corpo che ci approcciamo al mondo.
La ricerca sul dialogo tra corpo e musica attraversa anche “Balance In” di Emily Heather Manica e Linus Jansner, per una co-produzione del festival nell’ambito del bando Non Addomesticabili 2026, dove danza contemporanea e chitarra classica dal vivo si influenzano reciprocamente in un equilibrio dinamico che dà vita ad un rapporto denso di gesti e suoni attraverso un’orchestrazione ben calibrata.
Il racconto di un viaggio dalla grande città a quella natale diventa occasione per rivedere con i medesimi occhi luoghi che, a distanza di tempo, appaiono diversi. In “Città Natale” – spettacolo in cuffia creato appositamente per Pergine Festival, proposto tutti i giorni all’albergo Rotonda Experience –, la voce diretta, rassicurante ma al contempo carica di nostalgia, di Jonathan Zenti, autore e designer di podcast e audio, ci costringe a fare i conti con quel rapporto forse mai del tutto risolto con le radici, col passato, con quei luoghi come la città in cui si è nati e da cui talvolta si è scappati, e che continua a tirarci dentro come un vortice da cui non si riesce mai del tutto ad uscire. Un luogo di passaggio, come l’ingresso di un albergo, diventa spazio narrativo e immersivo, mentre c’è chi arriva, chi parte, sorseggia una birra o sfoglia distrattamente un giornale. In cuffia contemporaneamente si compongono ricordi, voci, storie, cambiamenti e sedimenti: Zenti racconta un ritorno qualunque che si trasforma in una discesa dentro emozioni torbide, accumulate negli anni ai margini della frenesia, come detriti lasciati dal fiume.
Quella di Pergine Festival è una proposta che accoglie linguaggi diversi e si rivolge ad un pubblico di ogni età, attraverso numerose occasioni di incontro e condivisione, fra laboratori (come quello per realizzare aquiloni, che ha conquistato grandi e piccini in un caldo sabato mattina), performance, mostre e concerti.
A comporre l’articolato programma, non può mancare l’applaudita performance fra circo e musica dal vivo di Teatro Necessario. Con “Clown in libertà” si compie un esilarante viaggio di tre simpatici, goffi e buffi clown, capaci di trasformare il palco in un campo da gioco fatto di sfide, acrobazie e comicità.
Oggi, alle 19, sarà la volta di Tony Clifton Circus, mentre stasera protagonisti Silvia Costa e Jacopo Giacomoni, la musica di Abbassa! e Teatro Medico Ipnotico. Domani Qui e Ora dirette da Silvia Gribaudi e la Banda Osiris. Che il fine settimana abbia inizio!
