Dal Meta-Teatro al suo indomito tentativo di farsi testimone ad oltranza di un’avanguardia progressivamente scomparsa
«Come dice il poeta: cacciare la testa nel buio, sapere saltare nel vuoto, correre sul bordo del precipizio. Da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti che si amano, i sorridenti volti che si amano, gli amici».
Basta un salto per far finire un mondo. Lasciarsi precipitare dal terrazzo di casa all’orario della colazione, accelerando e portando a termine l’inesorabile sgretolarsi delle forze, della memoria e di una comunità teatrale scioltasi sotto il peso dei tempi. Un atto di abbandono definitivo, di improvvisa eclatante verità, forse un ribaltato omaggio all’“Etant donnés” del tanto amato Duchamp – “primo maestro di Ironia e Lucidità” – la messa a nudo di una condizione esistenziale impraticabile, così smaccatamente evidente in un quartiere – Trastevere – travolto dal turismo di massa e tuttavia da sempre base operativa della vita-opera e della parabola artistico-esistenziale di Pippo Di Marca.
Un gesto che segna la fine di un mondo e l’esaurirsi in volo di quella “classe viva” che Pippo, in omaggio a Kantor e in polemica con il presente, con l’amarezza dell’accantonato, e con l’irrequietezza che l’ha sempre contraddistinto, avrebbe voluto negli ultimi anni guidare ancora una volta, mettendo insieme i reduci ottuagenari di una stagione irripetibile, prima e dopo la morte dell’amico e alleato Carlo Quartucci.
Una locandina sulla bacheca del Dams di RomaTre, fine 2009, annunciava un laboratorio con quell’attore e regista già allora proveniente da un’altra era. Ad attirarmi soprattutto una sua foto-ritratto dell’“Imperatore della Cina”, immagine che negli ultimi tempi aveva scelto per il suo profilo Facebook.
Poi quel laboratorio non l’ho mai fatto, sceglieva i partecipanti seguendo un ordine cronologico di iscrizione e io ero arrivato tardi.
Ma quel mio tentativo, per fato e destino, mi ha cambiato la vita, mi ha fatto arrivare qualche mese dopo al Meta-Teatro di via Natale del Grande, per “chiamata” diretta fatta ad uno sconosciuto.
Così ho conosciuto la prima volta Pippo Di Marca, già settantenne ma ancora nel pieno delle sue forze creative, consapevole fin da allora delle mutazioni a cui stava andando incontro la società, della fine di un certo fare teatrale schiacciato da affitti alle stelle, ottusità dei palazzinari, penuria di spazi e mancate assegnazioni, erosione del pubblico, concorrenze sleali, sottomissione alle direttive ministeriali. Ma Pippo era lì ad insistere, con le sue “Impression dAfreak”, un battello più che ebbro condotto mescolando alto e basso, con la persistente aurea di chi ha vissuto in modo dissacrante, sfacciato, anni tempi e luoghi che non c’è stato più permesso di vivere.
E da lì, insieme ad Elisa Turco Liveri, sono stati anni di sperimentazioni notturne, di scoperte, incontri, visioni. Grazie alla disponibilità di uno spazio, occasione sempre più rara a Roma, e a continui incoraggiamenti al fare e a prenderci i nostri laterali meriti, è nato il percorso di Dehors/Audela, senza una filiazione diretta con la storia del Meta-Teatro, ma con una comunione di spirito e con un comune atteggiamento irriverente e anti-retorico nei confronti dei materiali e dei linguaggi.
E, al fianco di Pippo, tanti sono stati gli anni di rilanci avanti e indietro nel tempo e nei linguaggi, con tutti gli ultimi spettacoli della Compagnia del Meta-Teatro, da “Il Quinto Cavaliere” a “Essere e non essere”, fino al tentativo di mettere tutto insieme infinitamente, il “Theatrum Mundi Show” del 2018 e poi la voglia e la necessità di fare uscire dagli archivi il percorso fatto, riattivarlo, rigenerarlo, riconoscere a sé stessi e al mondo una certa onnivora multimedialità, un rigoroso e tragicomico gioco al massacro del teatro.

Con lui sparisce un archivio vivente di storie, lotte, luoghi di aneddoti solo in parte raccontati nel suo “Sotto la tenda dell’avanguardia” e nei numerosi incontri pubblici che negli ultimi anni gli lasciavano spazio soprattutto per ricordare chi e cosa non c’era più dato di vedere e attraversare.
Pippo ha il merito di non aver mai vinto un Ubu. Sempre troppo eccedente la confezione. Troppo incline a seguire le linee spezzate della tempesta, fra tensioni dadaiste, accarezzate apocalissi, poeti maledetti, tra inabissamenti, aggrovigliamenti, lucidi deliri. Ma l’avrebbe voluto fortemente negli ultimi anni, quanto meno per le energie spese a combattere l’oblio, per il suo indomito tentativo di farsi testimone ad oltranza di un’avanguardia progressivamente scomparsa, evaporata, dimenticata. Per il suo continuo rielaborare il lascito della ricerca e di una pratica spericolata, autodistruttiva, ebbra ed esaltante di essere (e di non essere), in scena e fuori scena.
L’ultima volta che l’ho sentito, in primavera, mi aveva chiesto di ristabilire la verità sulla sua età anagrafica e di indicare su Wikipedia la sua vera data di nascita. Prima di questa divertita confessione aveva sempre scelto di ringiovanirsi di qualche anno. Adesso, mi diceva, «la longevità è un attestato di merito, è un traguardo già essere arrivato a questa età».
Ma poi forse, a un certo punto, tutto tende ad una dispersione inesorabile delle forze, delle anime. Lui ne parlava già alla fine di “Passeggero Bolaño” (2014): «Questa farsa sta per finire, pensai, udendo gli ultimi flebili suoni, vedendo nei loro occhi rivolti verso di me niente altro che rassegnato terrore: come se non vedessero più nulla davanti a loro, e tutta la loro energia stesse per lasciarli, lo spirito e il corpo si fossero esauriti».
