Il progetto di ErosAntEros ha portato a Ravenna, dal 5 al 10 maggio, trenta eventi con ospiti provenienti da Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca
Identità, da cercare o ridefinire, censura, piacere femminile e politicità dei corpi, solitudine, nostalgia e comunità. Attorno a queste parole, ma non solo, si è concentrata la nona edizione di Polis Teatro Festival, con la direzione artistica di Davide Sacco e Agata Tomsic di ErosAntEros, che ad inizio maggio ha proposto, come di consueto, una preziosa occasione di confronto attraverso una multiforme proposta.
Teatro, musica, performance, sei prime nazionali e un’anteprima, momenti di confronto e tavole rotonde tra artisti, studiosi e operatori internazionali, per indagare e intercettare forme e tematiche di attualità, aprendo un Nordic Focus, ovvero uno sguardo al teatro contemporaneo dei Paesi baltici e scandinavi.
Due giorni di presenza a Ravenna, fra i luoghi che negli anni abbiamo imparato a conoscere come spazi del festival, per riflettere, attraverso una interessante proposta, in particolare sul tema dell’identità, nelle sue molteplici sfaccettature.
Quella di un popolo e di una nazione, fra costruzione e rimozione, passato e presente, vecchie tradizioni e nuove prospettive di sviluppo al centro dello spettacolo lituano “Radvila Darius, figlio di Vytautas”, interessante e profondo dialogo tra musica dal vivo e frammenti video provenienti dagli archivi della radio e televisione lituana.
Quattro musicisti in scena da una parte, coperti da un telo trasparente, immagini d’epoca dall’altra, su grandi schermi su cui si anima un gioco di suoni, parole e ombre a comporre una narrazione tragicomica dei problemi di un Paese in costruzione. La nostalgia per il passato è sostituita nell’opera del regista cinematografico e giornalista Karolis Kaupinis (produzione Operomanija), da interpretazioni ironiche delle sonorità degli anni Ottanta e Novanta, a dare il tempo e accompagnare la proposta visuale e il racconto: domande a volte senza senso altre poste a ripetizione, incursioni sentimentali e frammenti di storia compongono un prezioso collage che apre finestre sull’identità in costruzione di un paese giovane e dai molti volti e che lascia nello spettatore un senso di curiosità e vicinanza.
Ancora una identità da cercare, costruire, recuperare attraverso frammenti di vita, vera o presunta in “Je suisse (or not)”, di Camilla Parini del Collettivo Treppenwitz, performance per due spettatori alla volta, intima e di particolare intensità. L’artista, indossando un costume da orso polare – la stessa figura, stretta da un tenero abbraccio con l’attivista Greta Thunberg è stata l’immagine simbolo del festival, nel disegno di Gianluca Costantini –, accoglie con dolcezza gli spettatori e insieme a loro indaga i concetti di famiglia, di appartenenza identitaria e di memoria, li invita a sfogliare il proprio album di famiglia, a leggerlo con lei, fra imbarazzo, stupore e curiosità, che si fa storia e narrazione dell’incontro.
Arriva dall’Estonia invece “Tivoli”, prima nazionale del nuovo percorso di ricerca dell’artista estone Siim Toniste, performer e danzatore, attivo sulla scena delle arti performative dei paesi Baltici dal 2009 che dà grande valore alla collaborazione e alla creazione collettiva. Come quella a cui sono stati chiamati a partecipare gli spettatori di Ravenna, che negli spazi del MAR hanno condiviso con Toniste il tempo del gioco, della scoperta, dello scambio di esperienze, a comporre una tavolozza di colori e gesti, una tappa, quella di Ravenna di un percorso performativo in evoluzione che debutterà a Tallinn nel settembre 2026.

La voce, sottile, intensa, aspra, che si apre a molteplici modulazioni, in un gioco di sussurri e grida, al centro di “Materiale Per Medea”, di Agata Tomsic. L’attrice, autrice, regista, una delle due anime di ErosAntEros, prosegue il percorso di ricerca vocale-sonora manipolando un materiale testuale difficile, vivo, radicale, quello di Heiner Müller, e, insieme al compositore e sound designer sloveno Matevz Kolenc, costruisce una partitura fisico-vocale che non concede tregua, che urla la condanna del margine, dell’esclusione, del tradimento.
Con voce profonda di donna, madre, amante, dea, assassina, lavora sui materiali composti dal drammaturgo tedesco per dare vita ad una figura di Medea che guarda al mito confrontandosi, senza orpelli ma con grande delicata passione, con i drammi del presente. Fra buio e poca, soffusa luce, Agata Tomsic dà vita ad una performance dove la voce accompagna ed enfatizza ogni gesto, diventando assoluta protagonista di una lotta fra bene e male, sacro e profano.
L’ultima giornata del festival, come da tradizione, regala un’esperienza di convivialità al Teatro Socjale di Piangipane, nella campagna ravennate. Attorno ad una tavola imbandita, prima di assaporare dei gustosi cappelletti al ragù preparati dai volontari del Teatro Socjale, spazio allo spettacolo “Asja Lacis, la donna che fa parlare la storia”, anteprima nazionale della compagnia Carullo-Minasi insieme alla musicista Irida Gjergji. Un progetto prezioso, anch’esso legato al tema dell’identità da ri-scoprire. Al nuovo lavoro della compagnia, scritto e diretto da Cristiana Minasi che in scena dialoga con Irida Gjergji, dedicheremo a breve un articolo a parte.
A concludere l’edizione 2026 di Polis due compagnie del territorio che presentano, in prima nazionale, due mise en espace di testi di autori scandinavi e baltici per aprire uno squarcio ulteriore su quei luoghi, in un gioco di incontri e parole sulla scena.
“Due parole su Ulla” della drammaturga finlandese Eeva Turunen, affidata a Eugenio Sideri e Alice Giroldini di MaMiMò, in collaborazione con PAV / Fabulamundi Playwriting Europe, è un intenso monologo che parla di solitudine e incapacità di affrontare la realtà. Chi è Ulla? Esiste davvero o è solamente una figura che nasce e cresce nella mente di una giovane donna che, dopo essersi rinchiusa nel suo appartamento, perde gradualmente il contatto con la realtà? Sotto le minuzie della vita quotidiana, fra telefonate vere o reali e fobie che finiscono per diventare ossessioni, ci si confronta col desiderio umano di amore e di affetto che anima ogni esistenza.

Dal taglio cinematografico, “Qualcosa di reale” testo del drammaturgo estone Martin Algus, messo in scena da Studio Doiz, grazia alla lettura dinamica e coinvolgente dei bravi Lorenzo Carpinelli e Alessandro Renda, per la regia di Iacopo Gardelli, in collaborazione con la Estonian Theatre Agency: una storia che incrocia due vite apparentemente opposte ma che, trovando dei punti di contatto fra loro, finiscono entrambe per disintegrarsi sotto i colpi di una esistenza ai margini. I ruoli di vittima e carnefice hanno contorni slabbrati, le debolezze dei singoli, acuite da solitudine, insoddisfazione, voglia di apparire diversi da ciò che si è, diventano armi difficili da governare e sotto i cui colpi si finisce per soccombere, in una società fredda e superficiale.
