Polverigi Inteatro Fest 2026: Zappalà e Galli sulla “soglia” di Villa Nappi

Panopticon
Panopticon

La direzione artistica di Viola Graziosi unisce danza, teatro e performance

C’è un’abitudine che si deposita negli anni per chi segue Inteatro Festival da tanto tempo, ed è un’abitudine fatta anche di nostalgia. Si torna a Polverigi e anche ad un tempo passato, in cui il festival sembrava una fucina continua di stupore e meraviglia, un luogo dove ogni serata apriva una soglia.
Quest’anno, sotto la direzione artistica di Viola Graziosi, abbiamo attraversato tre date (5, 7 e 14 giugno), e quattro spettacoli che parlano, ognuno a suo modo, di corpi che cercano un varco: un varco che a volte si apre, più spesso si intuisce soltanto.

Per il primo, “Quiver” di SPaCCa / Sanpapié, rimandiamo alla recensione uscita su Klp lo scorso novembre e firmata da Samuel Zucchiati, in cui mi riconosco.
La seconda serata è dedicata allo spettacolo di Simona Bertozzi “Le Palestriti“, cui abbiamo da poco dedicato un articolo specifico. Ci attende poi un’ultima serata piena: Zappalà nell’edizione speciale per le Marche di “Panopticon” e infine “Diluvio” di Nicola Galli.

Partiamo dal primo. In questa edizione speciale, “Panopticon – Marche Net Project” si rinnova nella collaborazione tra Roberto Zappalà e Marche Teatro. Una call pubblica rivolta al territorio ha portato alla selezione di artisti marchigiani, chiamati a misurarsi con il dispositivo scenico ideato dal coreografo e a costruire, a partire da quello, creazioni originali pensate per questo contesto specifico.

La struttura è circolare, ogni spettatore chiuso in un proprio séparé, isolato dagli altri. Davanti, un telo “vedo non vedo” che accentua non il controllo del dispositivo benthamiano da cui l’opera prende nome, ma il suo opposto: il voyeurismo. Sembra più di origliare anziché controllare.
Gli spettatori restano isolati l’uno dall’altro, si vedono di rado, solo quando alcune luci li illuminano per pochi istanti. Si genera una forma di osservare nuova, fatta di isolamento e sguardo furtivo più che di sorveglianza reciproca. Ogni spettatore resta solo nel proprio séparé, e proprio in quella solitudine si origlia, si spia, si intuisce l’altro.
Il riferimento al panopticon di Jeremy Bentham progettato nel 1791, dispositivo nato per la sorveglianza (in sostanza un carcere ideale che consente a un solo sorvegliante di osservare tutti i detenuti senza che questi possano sapere se sono sotto controllo), sembra qui scivolare verso qualcosa di diverso: non la disciplina dello sguardo collettivo, ma la sua dispersione in tanti sguardi privati e separati.

Il primo dei quattro brani – “A vista” – è il più riuscito: l’istantanea di un incontro erotico tra due amanti durante una festa, intuita dagli abiti eleganti, dai calici, da risate e chiacchiere in sottofondo. Poi gli abiti scompaiono, e sulla voce di Mina, nella nudità totale, si consuma un amplesso danzato che si chiude nella ricerca dei capi d’abbigliamento sparsi a terra, nel tornare vestiti di tutto punto alla normalità. Un lavoro apprezzabile nel saper costruire significanza per immagini fotografiche, fissate e poi sciolte.

Il secondo – “Cedimento” – è un solo che parte da tremolii del corpo, si condensa in movimento, e trova la sua giustificazione ultima in una figura di grande uccello che dispiega le ali, o forse soltanto ci prova, sotto una luce centrale di led che sembra chiamarlo.

Il terzo, “Clorofilla”, è un altro duo che mostra danzatrici fluide, morbide, precise: una bravura che tuttavia non basta a dare significato a un impianto scontato e didascalico.

Il quarto, “In ter fer enza”, è un altro assolo: una danzatrice con auricolari si muove mentre una voce fuori campo riflette sul rapporto tra chi guarda e chi è guardato, su spazio e tempo nuovi che si generano, chiedendo una parola chiave non ancora inventata. Una scelta coreografica interessante, a cui la danza non riesce purtroppo a essere all’altezza.

Resta, alla fine delle quattro creazioni, una considerazione che va oltre la singola serata.
C’è una tendenza che attraversa sempre più call e bandi per coreografi: l’età si abbassa, la giovinezza viene premiata, l’esperienza meno. È un gesto giusto, persino necessario, perché dare spazio e possibilità è un dovere del sistema culturale. Ma generare opportunità senza accompagnarle con il tempo della maturazione rischia di produrre “mostri”: lavori messi in scena prima che il corpo e il pensiero coreografico abbiano avuto modo di approfondire, di vivere, di sedimentare.
Forse ai giovani coreografi servirebbe un dispositivo opposto a quello appena attraversato: non uno sguardo che osserva e isola, ma uno spazio di dialogo reale, capace di accompagnare la crescita invece di esporla soltanto.

Diluvio
Diluvio

Lasciamo il Teatro della Luna e saliamo al Parco per l’anteprima di “Diluvio” di Nicola Galli.
Un corridoio di linoleum bianco si protende verso un palco primordiale, un telo bianco teso. Sul corridoio, tre corpi distesi, abbandonati. Sul palco, una figura accartocciata nel buio che rimanda agli stregoni, agli sciamani.
Un rumore confuso di onde su cui si sovrappongono i suoni prodotti da questa figura ambigua. Poi un battito ritmico di pietre risuona nei corpi, che iniziano a muoversi cercando di sollevarsi, puntellandosi sulle mani, sulla testa, sui gomiti: corpi straniti, inarcati, vestiti sdruciti, scarpe grosse.
Finalmente in piedi, Chiara Ameglio, Rafael Candela e lo stesso Galli avanzano verso il palco con movimenti frammentati, avanti e indietro, mentre ai suoni iniziali si sostituiscono una chitarra e una voce distorta.

Entra una videocamera, tenuta da uno dei performer, che riprende a distanza ravvicinata gli sforzi propri e dei compagni, proiettando le immagini su uno schermo issato sul palco. È a questo punto che lo spettacolo comincia a sfaldarsi. Non c’è un rapporto ritmico tra i tre corpi, i movimenti si assomigliano senza rigore, e quella che doveva essere una passerella diventa sfilata di immagini iconiche, costruita su cambi continui di costume: giubbotti imbottiti, maschera a gas, tutina attillata e zeppe, maglia di lustrini, foulard e occhialoni. Tutto questo senza mai trovare un climax, un senso drammaturgico che riconnetta i pezzi.

Il santone, come in ogni concerto rock che si rispetti, si lascia cadere dal palco sorretto dai performer diventati fan, e svela la sua identità, perdendo l’aura inquietante avuta fino a quel momento. La musica si fa techno, il pubblico viene invitato a ballare. E le persone si alzano, vanno a ballare, perché quando viene chiesto loro di esercitare questo rito collettivo sono felici di partecipare.
È la cosa più bella dello spettacolo: vedere l’inventiva e la creatività delle persone, che rispondono con movimenti non scontati; il senso rituale del cerchio che si apre per comprendere tutti. Ma non è stato lo spettacolo a indurlo. È stata la voglia delle persone di ritrovarsi, di non subire, di liberarsi insieme.

“Diluvio” costruisce un’apertura potente, primordiale, e poi si perde nella propria stessa iconografia. I cambi di costume si moltiplicano senza che nessuno di essi apra davvero un varco di senso: diventano sfilata, non drammaturgia. Anche la rivelazione del santone, che potrebbe essere il punto di rottura dell’opera, si risolve in un gesto già visto, e nel disvelarsi perde l’unica forza che aveva: l’ambiguità.
Quello che resta, alla fine, non è merito della costruzione scenica ma del pubblico stesso: è la voglia delle persone di ballare insieme, di chiudersi in un cerchio rituale, a salvare la serata. “Diluvio” funziona allora più come dispositivo che attiva un bisogno collettivo già esistente, che come opera capace di costruire da sé un proprio senso drammaturgico.

Quattro spettacoli, tre serate, e un filo che emerge nell’atto della scrittura più che osservando le performance: la soglia.
Quiver” si arresta un istante prima di attraversarla. “Le Palestriti” la sposta altrove, dall’adesione del corpo non addestrato all’esattezza che ancora cerca le sue strade per accogliere.
“Panopticon” la dissolve in tanti sguardi isolati, ciascuno chiuso nel proprio séparé. E “Diluvio” la consegna, alla fine, al pubblico stesso, che la attraversa da solo, ballando, senza che lo spettacolo gliel’abbia davvero insegnato.

Forse è questo il punto in cui l’abitudine incontra la nostalgia. Mi chiedo se il festival che ricordo, quella fucina continua di stupore e meraviglia, esista ancora o se sia io a chiederle oggi qualcosa che il tempo ha spostato altrove.
Resta, in ogni caso, il bisogno di tornare a Polverigi ogni anno per scoprirlo, anche quando lo stupore si fa raro, anche quando è il pubblico, più che la scena, a custodirne ancora il segreto.

PANOPTICON – Marche Net Project
opera installativa e performativa di Roberto Zappalà
una coproduzione Scenario Pubblico e Marche Teatro
concept e set design Roberto Zappalà
in collaborazione con Maurizio Leonardi

Visto a Polverigi, Teatro della Luna, il 14 giugno 2026

 

 

DILUVIO
concept e coreografia e set design Nicola Galli
danza Chiara Ameglio, Rafael Candela, Nicola Galli
ambiente sonoro live ALOS
dramaturg Giulia Melandri
frammenti vocali Roberto Magnani
suggestioni musicali Simona Diacci Trinity
style research Miss Tilly
light design Lucia Ferrero, Nicola Galli
cura e promozione Margherita Dotta
produzione TIR Danza, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza
co-produzione MilanOltre
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Oslo, Dans Sorost-Norge / Bærum Kulturhus, NID Platform, Ambasciata di Norvegia a Roma, Performing Arts Hub Norway
in collaborazione con Nebula APS

Applausi 2’

Visto a Polverigi, Teatro del Parco, il 14 giugno 2026
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