A Fasano quattro giorni di spettacoli per 12 compagnie. Accanto all’entusiasmo, resta una domanda che riguarda il sistema chiamato a sostenere la vitalità espressa sul palco
Ci sono appuntamenti che servono a vendere spettacoli. Altri che servono a fotografare uno stato dell’arte. Il Puglia Showcase, ospitato a Fasano dal 1° al 4 luglio fra il Teatro Kennedy e il Teatro Sociale, ha cercato di fare entrambe le cose: mettere dodici compagnie pugliesi davanti allo sguardo di programmatori italiani e stranieri – con una presenza significativa di operatori provenienti da Canada, Cile e Giappone – e, insieme, raccontare la direzione intrapresa da una delle realtà produttive più vivaci del teatro italiano.
Non è un risultato scontato. Da tempo la Puglia produce molto teatro e molta danza, ma negli ultimi anni è cresciuta soprattutto la consapevolezza artistica. Quella che emerge dallo Showcase non è una scena riconducibile a un’estetica dominante, bensì un insieme di poetiche differenti accomunate da un tratto evidente: la rinuncia alla facile rappresentazione del presente in favore di uno sguardo più complesso, spesso documentario, quasi sempre attraversato dalla volontà di interrogare la realtà senza trasformarla in slogan.
Anche il contesto ha avuto il suo peso. Fra uno spettacolo e l’altro, la convivialità, le cene, il tempo condiviso attorno alla tavola – con quella cucina pugliese che continua a rappresentare uno dei linguaggi più efficaci dell’accoglienza – hanno costruito uno spazio informale dove artisti e operatori hanno potuto conoscersi oltre la ritualità degli incontri professionali. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Perché il teatro continua a vivere anche quando esce dalla scena.

Fra i lavori più convincenti presentati a Fasano, “Ultimo Round”, del Crest di Taranto, diretto da Gaetano Colella, conferma una delle linee più solide della compagnia: raccontare la storia attraverso i corpi, evitando qualsiasi monumentalizzazione della memoria.
Il protagonista è Johann Wilhelm Trollmann, detto “Rukelie”, pugile sinti realmente esistito, campione tedesco dei pesi medi cancellato dal regime nazista perché ritenuto incompatibile con l’ideologia della purezza razziale. Andrea Simonetti gli presta un corpo nervoso, atletico, sempre in equilibrio fra controllo e vulnerabilità.
La scena diventa ring, il ring spazio della memoria. Bastano una corda, un secchio, uno sgabello, le fasciature alle mani che nel finale si aprono come lunghi nastri bianchi. Intorno, il disegno luci costruisce un ambiente quasi sospeso, mentre la partitura musicale accompagna la progressiva deformazione della realtà, seguendo la deriva della Germania verso il nazismo.
Colella sceglie con intelligenza la sottrazione. L’orrore non viene mai mostrato frontalmente. I campi di concentramento restano fuori campo, evocati dalle ombre più che dalle immagini. È una regia che si affida alla capacità evocativa del teatro, evitando qualsiasi estetizzazione della violenza.
Ne nasce uno spettacolo che parla inevitabilmente anche del presente. Perché la vicenda di Trollmann continua a interrogare un’Italia che ancora oggi sembra discutere chi possa essere considerato davvero italiano. Le polemiche che negli anni hanno accompagnato figure come Paola Egonu o Marcell Jacobs dimostrano quanto il meccanismo dell’esclusione cambi forma senza perdere sostanza.
Se “Ultimo Round” racconta la persecuzione razziale attraverso la storia, “Racconto personale”, della Bottega degli Apocrifi sceglie invece l’autobiografia. Sul palco c’è Mamadou Diakité, che interpreta sé stesso raccontando il viaggio dalla Costa d’Avorio all’Italia. Lo spettacolo, diretto da Cosimo Severo, rinuncia completamente alla retorica del dolore. Diakité non chiede mai compassione. Racconta.
Una domanda attraversa l’intero spettacolo: quanto vale la vita di un uomo? Ogni passaggio del viaggio ha un prezzo. Il deserto, la Libia, il Mediterraneo, i trafficanti, il denaro necessario per attraversare un confine, le fotografie pubblicate sui social da chi “ce l’ha fatta”, immagini che alimentano il sogno e insieme occultano il costo reale della speranza.
La forza del testo, costruito con Stefania Marrone, risiede però soprattutto nell’umorismo. Si sorride. E proprio questo rende più doloroso ciò che accade. La leggerezza non attenua il dramma: lo avvicina. Lo spettatore non assiste alla rappresentazione di una categoria sociale, ma incontra finalmente una persona.
In fondo, Crest e Bottega degli Apocrifi ricordano la stessa cosa: il razzismo non nasce nei grandi eventi della storia. Cresce lentamente nelle parole, nelle classificazioni, nelle esclusioni quotidiane.
Di tutt’altra natura è “Oliviero”, ultimo capitolo del lungo percorso di teatro-documento del Teatro dei Borgia, scritto e diretto da Gianpiero Borgia, in scena con Riccardo Palmieri, nato da un articolato lavoro di ricerca accanto ad assistenti sociali, operatori dei consultori e servizi territoriali.
Il palco è un interno casa in disordine, quasi un accampamento improvvisato. Lattine, biciclette, oggetti abbandonati costruiscono un paesaggio della marginalità.
Come spesso accade nel teatro dei Borgia, il realismo è continuamente incrinato da una tensione visionaria che impedisce alla scena di trasformarsi in semplice cronaca. Il paziente non è un caso clinico. L’operatore sociale non è un eroe civile. Sono due uomini esposti allo stesso rischio di smarrimento.
La scrittura procede per frammenti, confessioni, silenzi, dialoghi spezzati. Emergono dipendenze, disagio psichico, prossimità alla devianza, ma senza alcuna volontà pedagogica.
La compagnia continua così a praticare uno dei percorsi più rigorosi del teatro italiano contemporaneo: un teatro di prossimità che osserva senza giudicare e restituisce senza offrire consolazioni.
Anche la danza ha trovato nello Showcase uno spazio significativo.
Con “Zugzwang”, Sosta Palmizi (compagnie Meta, Cuenca e Lauro, di e con Elisabetta Lauro e Gennaro Andrea Lauro, progetto sviluppato dalla compagnia sul concetto scacchistico del titolo) costruisce una riflessione sul movimento come necessità.
Lo zugzwang, negli scacchi, è la posizione in cui ogni mossa peggiora inevitabilmente la situazione di chi è costretto a giocare. È esattamente ciò che accade ai due interpreti. All’inizio quasi non si muovono. Inclinazioni minime, torsioni, pose sbilenche, aperture lentissime delle braccia costruiscono un vocabolario corporeo fatto di precisione assoluta.
Poi la musica dal vivo entra progressivamente in relazione con la danza. La chitarra acustica introduce timbri orientali, l’elettronica amplifica la tensione, il respiro diventa ritmo.
Il lavoro trova il proprio vertice nella relazione fra i due corpi. Mani che coprono gli occhi, contatti, distanze, equilibri continuamente negoziati. Quando sulle note di “Immensità” di Andrea Laszlo De Simone il movimento rallenta, non resta una conclusione ma una sospensione. Come ogni scelta destinata a modificarci.

Di forte impatto visivo anche “Arvo Pärt vs David Bowie”, della compagnia barese Equilibrio Dinamico, con coreografie di Roberta Ferrara e Gianni Notarnicola.
Il dittico costruisce due universi opposti. Nel primo, la musica di Arvo Pärt genera una scena grigia, quasi postumana. I corpi sembrano privati della volontà, sospesi in una meditazione che continuamente precipita nella caduta. Poi arriva Bowie. La luce cambia, i colori esplodono, il movimento ritrova energia, ritmo, piacere.
I danzatori attraversano una metamorfosi continua, proprio come il musicista inglese ha attraversato identità e linguaggi durante tutta la propria carriera. Dalla sottrazione si passa all’eccesso, dalla sopravvivenza alla vitalità, dalla contemplazione alla celebrazione del corpo.
È forse questa immagine della metamorfosi a raccontare meglio anche lo stato complessivo della scena pugliese. Perché lo Showcase restituisce una produzione ormai pienamente adulta, capace di confrontarsi con temi politici e sociali senza rinunciare alla qualità della ricerca artistica.
Naturalmente uno Showcase racconta soltanto quel che avviene sul palco. Meno visibile è ciò che rende possibile quel palco. Negli ultimi anni non sono mancate analisi severe sul sistema teatrale pugliese. Critici e osservatori hanno più volte evidenziato il rischio che gli eventi-vetrina finissero per sostituire una programmazione strutturale, denunciando ritardi amministrativi, una governance fortemente orientata ai bandi, la progressiva dilatazione delle funzioni del Circuito regionale, il ricorso sistematico alla comunicazione come strumento di narrazione di un sistema che, secondo quelle letture, faticava invece a garantire continuità e stabilità alle compagnie. Sono emerse divisioni e a volte lacerazioni, anche in seguito alla pubblicazione di bandi poco trasparenti, con tanto di ricorsi e controricorsi.
Proprio perché il livello artistico emerso a Fasano appare alto, sarebbe un errore considerare esaurite le domande che negli ultimi anni hanno attraversato il settore. Uno Showcase ben riuscito non può sostituire una politica culturale. Può però rappresentarne uno degli esiti più visibili.
La vitalità mostrata dalle compagnie pugliesi merita infatti un orizzonte lungo, non soltanto occasioni episodiche; procedure trasparenti, tempi certi, una programmazione che sostenga la ricerca anche lontano dalle vetrine internazionali.
Sono questioni che forse non trovano spazio durante quattro giorni di festa, spettacoli, incontri e tavole condivise. Ma sono elementi fondamentali che restano sullo sfondo, come ogni buona domanda critica.
Perché, osservando gli spettacoli visti a Fasano (su queste pagine avevamo già dato spazio ad altri lavori, da “Lidodissea” di Berardi-Casolari a “Giulietta e Romeo” di La Luna nel Letto / Teatri di Bari / Eleina D.; da “(H)Amleto” di Factory a “James” di Licia Lanera, fino al “Caravaggio” di Luigi D’Elia), viene soprattutto da pensare questo: la maturità del teatro pugliese non può più essere considerata un’eccezione.
Adesso la sfida riguarda il sistema chiamato a custodirla. E sarebbe bello che, fra qualche anno, non fossero soltanto gli slanci volontaristici e l’aria di festa a farci dimenticare le perplessità del passato, ma la realtà stessa a renderle definitivamente superate.
