Ospite di Earthink Festival, una riflessione sulla nostra scarsa confidenza con i fiumi, in un format di Serena Bavo e Agnese Vigorelli che unisce parole, musica e cibo
Ci sono contesti in cui l’evento teatrale rinuncia all’esibizione performativa per ritrovare il suo senso originario, cioè l’ascolto e la partecipazione comunitaria. È quanto accaduto a fine agosto nell’aia della Cantina La Corte, a Casabianca di Asti, cornice ospitante una tappa significativa della 15^ edizione di Earthink Festival, intitolata “Goccia a Goccia”, a indicare un percorso costruito nel tempo attraverso piccoli gesti e relazioni capaci di generare grandi trasformazioni.
L’aia della cantina ospita “REC 2030 Live!”, format radiofonico ideato e curato da Serena Bavo e Agnese Vigorelli, portato per l’occasione dal vivo, che consiste in un’intervista all’ospite scandita dalla condivisione di una sua personale playlist musicale e di tre ricette a cui si sente particolarmente legato.
Sulla carta, il principale motivo di richiamo dell’appuntamento potrebbe essere il nome dell’ospite, Marco Paolini, maestro del teatro di narrazione, invitato a raccontare “Atlante delle Rive”, progetto triennale promosso da La Fabbrica del Mondo e Jolefilm.
Tuttavia, il valore della serata si dimostrerà andare ben oltre la centralità del protagonista: a colpire emergono il contesto, la struttura dell’incontro e l’urgenza dei temi affrontati.
Il pubblico si accomoda su balle di fieno, immerso nell’atmosfera contadina dal sapore familiare dell’astigiano. L’intervista, rispettando le regole di “REC 2030”, si intreccia alle tracce musicali e ai momenti di degustazione dei piatti suggeriti da Paolini. Mentre cibo e musica non fano semplicemente da contorno, ma aiutano a radicare le parole nella concretezza del luogo, l’ospite dismette i panni dell’attore per farsi voce tra le voci di un’indagine condivisa.

Al centro del dialogo vi è “Atlante delle Rive”, un cantiere aperto che Paolini definisce come una sfida, un puzzle, una “Divina Commedia” scritta a più mani. Un progetto aperto e proiettato nel tempo che vive dell’apporto dei suoi “affluenti”, ossia la rete di cittadini, esperti, compagnie teatrali e realtà scientifiche che ne arricchiscono la corrente.
Nato un anno e mezzo fa e in continuo divenire, il progetto è partito da una constatazione amara: non abbiamo abbastanza confidenza con i fiumi. L’appartenenza identitaria si è storicamente ancorata alla staticità del “campanile”, un confine certo e rassicurante piantato a terra; legarsi a un corso d’acqua, invece, richiede un salto concettuale opposto. Il fiume non appartiene mai solo a chi lo abita: viaggia, muta, arriva da un prima e prosegue verso un altrove, attraversando territori, storie, comportamenti di chi vi abita, e ignorando a volte le mappe amministrative. Scegliere la logica del fiume significa quindi riconoscersi parte di una comunità allargata.
Di questa materia idrica continuiamo, tuttavia, a ignorare l’alfabeto essenziale. L’acqua pulita, per esempio, è un falso mito, dal momento che l’acqua viva si nutre dello scambio continuo con lo sporco e con la terra, in un fragile sistema di equilibri ecologici. La nostra cultura, al contrario, la tratta spesso con la logica del tombino, rovesciandovi scarti e sostanze psicoattive o farmacologiche che hanno finito per alterare persino i comportamenti della fauna marina, come l’anomala euforia delle sardine dell’Adriatico di fronte ai predatori.
Di fronte alle tragedie ambientali della nostra cronaca, Paolini ricorda che non siamo di fronte a una crisi, ma a un mutamento strutturale che ci impone un cambio di passo immediato, lo stesso che la montagna esige dal camminatore. Un cambio di prospettiva che richiede l’assunzione di una responsabilità collettiva: non basta trincerarsi dietro i “no” o difendere il proprio interesse particolare. La cura del territorio richiede la capacità di valutare sempre pro e contro, di trovare una contrattazione e un equilibrio tra le parti. Un po’ come accade per i boschi, che se lasciati a sé stessi e abbandonati finiscono per creare più danni che benefici. La sostenibilità non è uno slogan astratto, ma la gestione complessa di un “noi” condiviso.
In questo quadro, il valore di “Atlante delle Rive” si rivela proprio nell’intreccio fra linguaggio artistico e comunità scientifica: in un panorama in cui la distanza tra l’evidenza della scienza e le decisioni politiche è spesso spaventosa, l’arte si propone come interlocutore capace di orientare i dati non solo alla testa, ma anche al cuore di chi oggettivamente non ha gli strumenti per comprendere la complessità del reale.
La dimensione partecipativa della serata si concretizza nel coinvolgimento diretto degli spettatori, invitati a tracciare su variopinti post-it il nome del corso d’acqua a cui sentono di appartenere. Quei biglietti, appesi sui pioli di una tradizionale scala in legno piantata tra le balle di fieno, trasforma i ricordi individuali nell’alveo comune, ma non definitivo, di una nuova narrazione condivisa. E quando, in chiusura, a Paolini viene chiesto quale sia l’ingrediente indispensabile nella ricetta per la sostenibilità del futuro, la risposta indica una sola, essenziale facoltà umana: l’empatia. La stessa che muoverà le iniziative del progetto in vista della Giornata Mondiale dei Fiumi, il prossimo 27 settembre.
REC2030 Live! incontra Marco Paolini per Atlante delle Rive
di e con Serena Bavo e Agnese Vigorelli
ospite Marco Paolini
una produzione di Tékhné APS
con la collaborazione per l’occasione di JoleFilm
