Spettacolo vincitore del Roma Fringe Festival 2026 “Il corpo di Mattei” di Arcuri/Baldoffei. In finale anche “Trova Margherita” di Masnada Quest e “Ex – pose – me” di David Marzi
“Il corpo di Matteotti”, liberamente ispirato all’omonimo libro di Italo Arcuri, regia di Andrea Baldoffei, anche interprete insieme a Matteo Vairo, ha vinto il premio come miglior spettacolo all’ultimo Roma Fringe Festival.
I due corpi in scena si spartiscono in modo netto i canali comunicativi: l’uno, Baldoffei, nel ruolo dello squadrista Amleto Poveromo, incaricato della sepoltura del cadavere, costruisce una crisi, maturata poco per volta, innanzitutto nella resa vocale di un testo. Il suo è un lavoro sulla voce che soffre di una certa uniformità di registro, ma che è condotto sopra un testo finemente cesellato sul lato del significante (il premio alla drammaturgia conferitogli probabilmente si radica su questo dato), dove la prosodia del dettato, pur rimuginando sempre nello stesso dilemma morale, informa l’azione scenica grazie a una consapevole costruzione ritmica, in cui emergono a tratti versi regolari, settenari e ottonari per lo più.
Vairo fa invece Matteotti, o meglio incarna il corpo morto del socialista, che nei pressi della Macchia di Riano attende la sua sbrigativa e sommaria sepoltura entro una cornice rettangolare di legno, una buca scavata con una piccola pala – possibile allusione all’inadeguatezza degli strumenti che usarono gli assassini seppellitori. Sono membra, quelle del martire piemontese, che, come suggerisce Arcuri, “come il corpo dell’Italia”, sono affette dalla patologia di una fin troppo tempestiva dimenticanza.
Nell’interpretazione di Milani, ben sostenuto dal suo partner in un accurato lavoro corporeo in grado di “rubare la scena” anche a quelle tornite parole, Matteotti è invece un non-morto, in postura elasticamente eretta, palpitante di una qualche muta e inconsolabile renitenza alla quiete, pronto a incurvarsi sulle spalle di Poveromo, a insinuarsi tra i suoi passi, a impedirgli le azioni, a reclamare, quasi sempre a occhi chiusi, una sua persistenza accusatoria e segnata dalla pietas.
L’aggirarsi per il palco dei due interpreti, legati, invischiati l’uno nell’altro, il primo impossibilitato a sciogliersi dell’impaccio, figura corporea di una crisi di coscienza che invade non solo il corpo del singolo, ma l’intero Paese, il secondo a farsi oggetto morto davvero, pacificato una volta per sempre, costituisce anche il corpo dello spettacolo, che in esso si riconosce e, anche sotto il bel profluvio linguistico, si riduce.
Oltre a “Il corpo di Matteotti”, la serata finale del Roma Fringe, a fine luglio, ha consentito a pubblico e giurie di assistere anche agli altri due lavori finalisti.
Chi scrive queste righe era membro della giuria del premio della critica, insieme a Letizia Bernazza e a Laura Novelli, che ha assegnato il riconoscimento al lavoro più fertile e consapevole, “Trova Margherita” del duo Masnada Quest (drammaturgia Leonardo Alberto Lutario, con lo stesso e Giacomo Toccaceli).
«Autorialità e attorialità – abbiamo scritto – si fondono in una scrittura scenica serrata, dinamica, con tempi precisi e segnata da un umorismo tagliente che coniuga la consapevolezza del passato con l’urgenza di prendere posizione rispetto al presente. E prendere posizione significa anche attraversare la fragilità per mezzo di un dispositivo scenico estremamente semplice, ma evocativo».
In scena si presenta inizialmente il solo Lutario, al collo ha un cartello: “THE END IS NEAR”. La presenza dei cartelli, continua, coerente e creativa, insieme a una rivendicata “povertà” scenica e all’informalità delle soluzioni tecniche (luci di sala quasi accese, dialogo sfrontato con il pubblico) funziona da mezzo di contrasto che esalta innanzitutto, anche qui, la brillantezza della scrittura, stavolta però nel lato del contenuto.
“Trova Margherita” è un continuo botta e risposta a due (a volte a tre, con il solito povero volontario del pubblico) che restituisce un ritratto, a capitoli, del nostro presente. Attraverso questi capitoli giustapposti, in cui la dinamica del rapporto tra i due è suscettibile di scivolamenti, si assiste a un varietà della contemporaneità politica e sociale: ora una descrizione di una cena tra un padre meloniano e un aspirante genero di sinistra, ora un breve speed-date tra forze politiche parlamentari, ora la profilazione di un personaggio dei nostri tempi, una raffica di battute in cui l’arguzia non è solo il lavoro a uncinetto di un raffinato calembourista (“arrossisco ingenuamente come le Brigate Rosse”), ma una presa di posizione sincera, una dichiarazione di disagio verso il nostro presente, in modo ancora più pungente di Fettarappa, e con una finezza linguistica che sa scivolare nel paradosso alla Bergonzoni, senza mai staccarsi veramente dal suolo dei nostri giorni.
E se quella eletta povertà, che può essere ruvidezza ma non è mai trascuratezza, riesce a far risaltare l’ampiezza del serbatoio performativo, linguistico, analitico e di scrittura, così tutto questo materiale, lungi dal limitarsi a essere significativo di per sé (strano a dirsi, poiché tanto si dice e tanto, davvero, si ha da dire), restituisce un’immagine complessiva, tragica del presente, riconoscendone il rapporto con il passato senza bisogno di sciorinare dati o statistiche, ma attraverso l’evocazione di un eloquente spirito dei tempi.
Una chicca che pure merita di proseguire la propria vita scenica è poi il piccolo-grande lavoro costruito dalle giovanissime, meno che ventenni, Ilenia Sibilio e Giulia Alò, la cui freschezza a tratti travolge e a tratti è così rapida da sfuggire tra le dita.
Alla voce e alla recitazione della prima (alcune questioni vocali ancora da risolvere specie nella intelligibilità alle velocità più elevate, ma molto ritmo, memoria infallibile, notevole fluidità nei passaggi tra cantato e parlato, agio nel gioco in ogni registro, energia fisica a profusione), si unisce la seconda alla tastiera, spalla in scena, coautrice delle musiche.
Entrambe stupiscono per la capacità di occupare il palco senza timidezze, per il fatto di essere fibrillanti di cose nuove, a volte di cattivo o pessimo gusto, magari compiaciute nell’essere criptiche a un pubblico non coetaneo (ma la regia e il testo sono di David Marzi, classe 1987), con tutto un lessico iniziatico da gen-z ma dirette, senza sovrastrutture, disponibili a perdere la giusta misura, assai più spesso giovani che giovanili.
Con “Ex – pose – me” Marzi mette a terra una drammaturgia complessa, un profluvio di parole dalle derive difficilmente prevedibili, con qualche velleitarismo e cliché, che si fa perdonare grazie a una struttura che riesce a ritrovarsi circolare, finalizzata a ripercorrere la storia di Dalia Aly, attivista vittima di revenge porn – ma era poi necessaria la brandizzazione biografica?
C’è dentro un affondo nel mondo dell’adolescenza, una critica sociale, un abbrivio di sensazionalismo, un po’ di romanticume (molto, molto gustoso), la sacrosanta denuncia della violenza maschile e un brivido di commozione qua e là, con un finale edificante e noiosetto.
Tutto gira e tutto ha senso grazie alla scrittura, anche qui, come se fosse questo il segno più evidente di questo Fringe. Una scrittura che sa lavorare sulla forma, che sa essere traduzione di un pensiero complesso, che si spertica e si fa camaleontica.
E che, se vuole, torna a essere energia viva, non di rado politica, di ribellione.
