Sanremo 25. Carlo Conti e Teatro Patologico: il circo dell’inclusività

Prima del festival Teatro La Ribalta ha portato a Reggio Emilia Impronte dell'anima (ph: Luca Del Pia)
Prima del festival Teatro La Ribalta ha portato a Reggio Emilia Impronte dell'anima (ph: Luca Del Pia)

Tra pietismo televisivo e arte vera: spettacolarizzare il dolore non può essere un alibi per la nostra cattiva coscienza

Festival di Sanremo: sì, ancora Sanremo! Stavolta per disquisire di Carlo Conti e il Teatro Patologico. Almeno lo avessero chiamato “Teatro Patafisico”, in perfetto spirito della “scienza delle soluzioni immaginarie”. Perché quello che abbiamo visto giovedì scorso sul palco dell’Ariston non ha molto a che fare con la realtà. È stato un tuffo nel voyeurismo, il corpo disabile ridotto a pretesto per emozioni facili e spettacoli da piagnucoloni, un gioco paradossale che celebra solo l’abilismo. E il bello (o brutto) è che tutto ciò è stato fatto con una convinzione così radicata che nemmeno se ne sono accorti.

Ma parliamo di altro. Della televisione che cerca sempre emozioni facili. Che punta al buonismo. E spettacolarizza il dolore per fare audience. Quella che se ne frega della vera politica dell’arte, come bellezza delle ferite e delle emozioni. Quelle vere. Non quelle a buon mercato. Quelle che ti arrivano dritte al petto, senza trucco. Quelle che trasmette un corpo, qualunque esso sia, senza bisogno di etichette. Un corpo che ha forza, cicatrici, grazia. Un corpo che è vita, tutta intera.

Invece ci hanno servito la solita sceneggiata. La polemica sollevata in primis da Al.di.Qua. Artists ci ricorda quanto sia necessario un salto di qualità. E non parliamo di “disabilità” come se fosse una condizione da esibire e da compatire. Quella non è inclusione. Quella è l’ennesima operazione di facciata. Una finta sensibilità per farci sentire a posto. E intanto, tutto resta immobile. Nessuna riflessione. Nessun cambiamento reale. Solo una continua messa in scena, come un film già visto.

Se il teatro con attori disabili volesse davvero essere un’occasione di riflessione, dovrebbe smettere di farsi ammirare con smorfie di tenerezza. La disabilità non è una “condizione speciale”, ma una realtà che merita di essere raccontata con la stessa dignità di qualsiasi altra storia. Non serve pietismo: serve valore artistico. Serve l’autenticità di un corpo che vive e lotta ogni giorno. E questo è esattamente ciò che fanno quelli che, come ad esempio Antonio Viganò con il Teatro La Ribalta, non si accontentano delle emozioni facili. Ogni disabilità lì è una risorsa, una possibilità. Non si cerca la salvezza, si celebra l’unicità dell’artista. O come Abbondanza Bertoni, che ci fanno vedere la disabilità come potenza, bellezza, grazia in una danza immateriale e poetica.

Francesca Merli e Laura Serena, che si dedicano a un lavoro di inclusione profonda tra ragazzi con e senza disabilità, sono refrattarie a ogni celebrazione del “diverso”: costruiscono uno spazio in cui tutti i corpi sono uguali, e tutti sono portatori di una storia unica, capace di risvegliare il pubblico. Non c’è pietismo né approccio assistenzialista; c’è solo l’urgenza di raccontare la vita, di restituire ogni corpo alla sua dignità artistica.

E poi c’è Chiara Bersani, che con la sua “alleanza dei corpi” scuote definitivamente ogni parvenza di buonismo. La sua non è una pedagogia da applauso, ma una riflessione profonda sulla possibilità di un incontro reale, di una relazione che nasce dal corpo. È un teatro che non ha paura di toccare la vulnerabilità, di esplorarla fino in fondo. Ma è anche un teatro che ci invita a scoprire la bellezza nel silenzio, nell’invisibile, nelle piccole cose che, se le guardiamo con attenzione, ci parlano più di mille parole.

Factory Compagnia Transadriatica, poi, con il suo “(H)amleto”, incarna la quintessenza della resistenza. Gli attori disabili non si nascondono dietro il “compiangere” i loro personaggi, ma sfidano il pubblico a riconoscere che la loro forza, come quella di tutti, è proprio nella lotta contro la morte, nel loro irriducibile desiderio di vita. Non c’è spazio per l’abilismo. C’è solo energia pura, che scorre nei corpi e nella passione.

Tanti altri artisti dovremmo citare. A partire dall’emozionante Barbara Apuzzo nel meraviglioso “Ausmerzen” con Renato Sarti, lavoro che avrebbe meritato la considerazione della giuria degli Ubu. E non dimentichiamo attori che hanno trovato l’anima del teatro, da Bobò a Claudio Gaetani, e adesso danzano tra le stelle.

Barbara Apuzzo e Renato Sarti in "Ausmerzen" (ph: Barbara Rocca)
Barbara Apuzzo e Renato Sarti in “Ausmerzen” (ph: Barbara Rocca)

E ci voleva proprio Gianfranco Berardi. Che, con la sua autoironia tagliente, ha spazzato via ogni residuo di pietismo volgare con una sola, sferzante provocazione. Quando nello spettacolo “In fondo agli occhi” invita il pubblico a intonare, con lui, il canto corale “cieco di merda!” non fa altro che svelare la grande verità: la vera cecità non è quella fisica, ma quella che ci acceca dalla possibilità di vedere davvero l’altro, nella sua interezza. La smorfia sardonica di Berardi, più che di compassione, è un sorriso di scherno verso l’ipocrisia che ancora permea certe rappresentazioni della disabilità. L’autoironia diventa un atto di ribellione, perché solo in questo modo possiamo davvero liberarci dal giogo della commiserazione che ci rende ciechi per davvero. La sua provocazione sfida a guardare la disabilità per quello che è: un corpo che vive, che è attivo, che produce, che sogna e che crea, proprio come quello di chiunque. E proprio come chiunque, fronteggia le alterne vicende della vita.

Il teatro con attori disabili non è, e non deve essere, un’operazione da salotto emotivo. È vita. È potenza. È arte. Le esperienze di chi smantella il concetto di “diversità” come condizione da “redimere”, e lo fa con il linguaggio universale del corpo, sono quelle che ci portano in un’altra dimensione, dove la fragilità non è un limite ma una possibilità.

La vera domanda che ci dovremmo porre non è se dire “sì” o “no” alla rappresentazione della disabilità. Ma come possiamo smettere di ridurla a uno spettacolo da baraccone, per darne la voce autentica, quella che urla e che balla e che, proprio nella sua specificità, ci dice: “Non sono un altro da guardare. Sono vita, con una storia che vale. Alla faccia del vostro buonismo e delle vostre ipocrisie”.

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