Raffaele Esposito è Billy Milligan, il pluriomicida statunitense dichiarato non colpevole, negli anni ’70, per un disturbo dissociativo: ospitava dentro di sé 24 personalità diverse
Nella cornice della nuova sala A2A del Teatro Franco Parenti di Milano, senza sipario, con il palco ricoperto dal linoleum nero traslucido, platea a gradoni, funi e cavi in bella vista sul fondo, prende forma il debutto nazionale di “Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo”.
Entrando si percepisce subito di stare per vivere un Franco Parenti diverso dal solito. L’intento è di offrire uno sguardo su una poetica differente da quanto Andrée Ruth Shammah ci ha abituati negli anni.
Difficilmente ci saremmo immaginati di vedere proprio qui il debutto “in solitaria” di Gianni Forte, alla sua prima esperienza drammaturgica autonoma dopo la separazione artistica da Stefano Ricci. E invece è stata proprio la Shammah a commissionare al neo-direttore dei Teatri di Bari la scrittura di un testo complesso e sfidante, affidando la regia a Fausto Cabra, da anni “abituato” a quel particolare imprinting che Ricci/Forte hanno costruito nei tanti anni di gloriosa attività, e che qui riassaporiamo nella sua pressoché inalterata essenza.
Lo spettacolo (in scena fino a domani, 13 aprile) muove dalla vicenda reale di Billy Milligan, il primo uomo nella storia giudiziaria statunitense assolto, negli anni Settanta, dall’accusa di stupro multiplo per infermità mentale a causa del disturbo dissociativo dell’identità, che gli attribuiva ben ventiquattro personalità distinte.
Il testo di Forte, come ci racconta nella nostra videointervista, fugge da una ricostruzione di cronaca per effettuare un “carotaggio” all’interno dell’identità umana, scandagliando a raggi x le percezioni individuali e le maschere che ognuno si trova, più o meno consapevolmente, ad indossare nel corso dell’esistenza.
In scena il protagonista è incarnato da Raffaele Esposito, “un attore atletico” come viene ironicamente definitivo da Anna Gualdo ed Elena Gigliotti in uno straniante prequel durante il quale le due attrici dichiarano subito “chi fa cosa”. E’ questa la riuscita intuizione che, da filo rosso, ci accompagna per tutta la performance. Gli attori trascinano lo spettatore in un turbine di ambiguità e trasformazioni continue ma, saltuariamente, lo fanno “riemergere” dall’apnea stordente in cui lo costringono, per riportare il tutto ad un’improvvisa e inaspettata razionalità tranquillizzante.
Ma è davvero così?
Siamo davvero rasserenati quando, ad esempio, a seguito di una scena in cui Billy cerca di strapparsi a morsi le manette coprendosi la bocca di sangue, ci viene detto che è “banale salsa rossa da condimento”? No. E’ un bluff. Le due attrici, oltre a interpretare molteplici ruoli, fungono da voci meta narrative, guidando lo spettatore attraverso la trama e sottolineando implicitamente la natura illusoria del teatro.
Questo gioco di sovrapposizioni riflette la difficoltà di distinguere tra ciò che è autentico e ciò che è costruito, ponendo interrogativi sull’identità e sulla percezione della verità. Oltre alla ricostruzione, soltanto parziale, della vicenda giudiziaria, lo spettacolo si interroga anche sulle dinamiche tra realtà e finzione, un tema che permea l’intera rappresentazione.
La narrazione è talmente frammentata e discontinua da riflettere il caos interiore del protagonista quasi di più nei momenti “fuori plot” che in quelli interni e dialogici. Il linguaggio è ibrido: i dialoghi si alternano a proiezioni video, immagini evocative e momenti sonori intensi, con una colonna musicale che richiama il rock degli anni ’70, evocando il contesto storico e l’instabilità psicologica del protagonista.
La scenografia è essenziale, pochi elementi scenici emergono progressivamente: un tavolo, simbolo degli interrogatori e delle analisi psichiatriche, pannelli descrittivi e uno schermo sul fondale che amplifica il flusso di coscienza dei personaggi. La regia di Cabra orchestra un intreccio complesso, in cui il pubblico è invitato a ricomporre i frammenti senza mai trovare una risposta definitiva. Billy Milligan era una vittima della sua condizione o un abile manipolatore? Il suo disturbo era una realtà clinica o un sofisticato inganno?
La soluzione rimane volutamente ambigua, rendendo l’esperienza teatrale ancora più stimolante. Un viaggio intenso e sconvolgente nei meandri della mente umana, che invita il pubblico a perdersi tra illusioni, ricordi e verità evanescenti, lasciandolo con più domande che risposte.
Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo
uno spettacolo di Fausto Cabra
drammaturgia Gianni Forte
con Raffaele Esposito, Anna Gualdo, Elena Gigliotti
scene Stefano Zullo
disegno luci Martino Minzoni
costumi Eleonora Rossi
musiche Mimosa Campironi
grafica e contributi video Francesco Marro
produzione Teatro Franco Parenti
aiuto regista Anna Leopaldo
direttore di scena Riccardo Scanarotti
elettricista Martino Minzoni
sarta Giulia Leali
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
Si ringrazia Leslie Kee per l’immagine di locandina e Pietro Micci per la partecipazione in video
Spettacolo consigliato ai maggiori di 16 anni di età
durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 2′ 58”
Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 21 marzo 2025
Prima nazionale
