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Lo Schiaccianoci di Arearea: la danza con gli oggetti di Marta Bevilacqua

Ph: Benedetta Folena

Ph: Benedetta Folena

A Udine la compagnia sperimenta una commistione di linguaggi per “una nuova danza”

Marta Bevilacqua – danzatrice, coreografa e direttrice artistica di Arearea, storica compagnia friulana di danza contemporanea e d’autore – propone al suo pubblico una riscrittura coreografica che della tradizione assume i temi per scardinarne i formalismi.
L’obiettivo è rappresentare, attraverso uno sguardo e una sensibilità contemporanei, una fiaba notissima, sottraendola alla polvere del tempo che rischia talvolta di offuscarne i messaggi, pur mantenendo salda la struttura drammaturgica originale.

“Lo Schiaccianoci”, che ha debuttato a fine dicembre a Udine e arriverà a Trieste il 10 e 11 gennaio, si sgancia dalla dimensione accademica del balletto per esplorare linguaggi che attingono al teatro di figura e al teatro danza. In questa produzione, Arearea mette in campo un ensemble di quattordici danzatori i cui corpi, lontani dalla stilizzazione del repertorio, agiscono in costante dialogo con la musica di Čajkovskij. Accanto ai performer, la scena si popola di burattini, ombre e pupazzi, manovrati dagli stessi interpreti. È proprio questa “danza con gli oggetti” a decostruire l’avventura della piccola Clara, dimostrando come la cifra contemporanea della compagnia sappia abitare la narrazione classica facendone un terreno di ricerca.

La trama – nella versione di Alexander Dumas padre – non viene stravolta, ma i temi universali che la abitano assumono i tratti della contemporaneità: il rapporto tra sogno e realtà, il desiderio di evasione tipico del passaggio dall’infanzia all’adolescenza e la scoperta dell’amore. L’attrazione per il gioco non appartiene solo ai bambini, ma coinvolge il mondo degli adulti. Questa orizzontalità tra generazioni diventa, nella visione di Bevilacqua, un atto politico: lo scarto generazionale si annulla nel corpo che gioca, portando lo spettacolo a parlare un linguaggio trasversale.

L’armonizzazione di elementi tradizionali e contemporanei avviene tramite l’ironia, cifra interpretativa dominante che accompagna l’intero spettacolo. 

Ph: Benedetta Folena

Pochi oggetti di scena definiscono i vari luoghi della fantasia: un tulle, pannelli scorrevoli e, soprattutto, cubi illuminati che diventano ora albero di Natale, ora letto di Clara, ora gradoni di una piccola platea su cui si dispongono a osservare il gioco scenico la protagonista e il principe in versione puppets.
In questa essenzialità scenica, il ritorno finale dal sogno alla realtà è affidato a una suggestiva coreografia “a gambero”, che ripercorre a ritroso l’intera avventura, cristallizzando nel corpo il ricordo dell’esperienza vissuta.

Da dove nasce il desiderio di misurarvi con un classico come “Lo Schiaccianoci”, e come si concilia questa scelta con la ricerca che la compagnia conduce da oltre trent’anni nell’ambito della danza contemporanea?
Arearea ha molte anime, tra cui la mia, e la mia ricerca autoriale, nello specifico, si nutre anche di lavori all’interno dei grandi teatri dell’opera. Per questo motivo “Lo Schiaccianoci”, per me, è un modo per portare le mie competenze di coreografa impiegata nelle opere (“Turandot”, “La forza del destino”), anche nella compagnia per la quale lavoro e per cui metto in atto la mia ricerca.

Nello spettacolo attingete al teatro di figura, dalle ombre ai burattini: i danzatori si fanno manipolatori e agiscono in costante dialogo con gli oggetti. E’ una volontà di rottura rispetto al codice classico o un modo per coinvolgere un pubblico nuovo?
La danza degli oggetti è una caratteristica del mio lavoro oramai da anni, ma non parlerei in senso stretto di teatro ragazzi, sebbene “Lo Schiaccianoci” sia una fiaba per ragazzi. La funzionalità drammaturgica degli oggetti nella scena fa in modo che la storia sia compresa da tutti, ed è questo che vogliamo si faccia proprio per un linguaggio che notoriamente viene considerato di nicchia, ma che in realtà non lo è.

È in corso a Udine la sedicesima edizione di “Off Label – rassegna per una nuova danza“, di cui sei direttrice artistica insieme a Roberto Cocconi. La programmazione si articola in tre diversi spazi fino al 29 aprile, Giornata Internazionale della Danza, offrendo sguardi legati dal tema della “relazione”. Giunti a metà percorso, qual è il vostro riscontro e cosa puoi anticiparci sui prossimi appuntamenti?
Quella di Off Label è una programmazione che, anche quest’anno, in modo particolare, vanta nomi importanti e quindi punta sulla qualità. Certamente la danza ospitata dal Teatro Maurensig a Feletto – alle porte di Udine – ha bisogno di tempo per poter crescere e farsi apprezzare da un pubblico più vasto possibile, ma Arearea è perseverante in questo, e continuerà a proporre una danza di livello e di ricerca nei luoghi che desiderano ospitarla.

Oltre allo sviluppo di questa produzione e della rassegna, ci sono nuovi progetti in corso?
Ci saranno nuove produzioni interessanti, in particolare quella firmata da Roberto Cocconi, che si chiamerà “Eight”. Ma potremo avvalerci anche di collaborazioni con coreografi di fama internazionale. Ovviamente continueremo a coltivare i giovani artisti grazie alla nostra Alta Formazione. Infine, ma non da ultimo, inaugureremo la nuova sede della Compagnia Arearea. Insomma, ci attende un anno molto ricco.

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