Al Terra Rossa Festival, Nunzia Antonino trasforma la vita di Elsa Schiaparelli nell’intenso racconto, in prima persona, di una donna che fece della fantasia una forma di resistenza
C’è una poltrona di vimini al centro della scena. Regale, quasi un trono. Attorno, luci calde, morbide, come un sole che filtra negli ultimi minuti del pomeriggio. Si sentono cinguettii. Una brezza leggera attraversa il piccolo spazio aperto del Sobb’Asile di Ceglie Messapica. Qui un tempo sorgeva la fontana del paese, luogo d’incontro della comunità. Oggi la compagnia Armamaxa restituisce questo spazio alla città, trasformandolo in uno dei luoghi più suggestivi della sesta edizione di Terra Rossa Festival.
È in questo contesto raccolto e autentico che abbiamo visto “Schiaparelli Life”, produzione di Linea d’Onda, scritta da Eleonora Mazzoni e diretta da Carlo Bruni. Un allestimento che trova proprio nella vicinanza con il pubblico la propria forza espressiva.
Dopo la tappa pugliese, lo spettacolo è approdato ieri anche a Parigi, presentato all’Hôtel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura, nell’ambito della rassegna Puglia in Scena, confermando la vocazione internazionale del progetto.
Basta poco. Il teatro di narrazione vive di sottrazione. E Nunzia Antonino lo sa bene. Qui il poco diventa tutto.
L’attrice non interpreta la stilista e costumista Elsa Schiaparelli, fra le più importanti figure della moda tra le due guerre mondiali. La lascia parlare. Le presta il corpo, la voce, il respiro. Indossa un elegante abito verde, essenziale e aristocratico. È una presenza composta, mai imitativa. Racconta in prima persona una vita che sembra un romanzo, ma conserva sempre il pudore della confessione.
«Brutta e testarda», si definisce la protagonista. Indipendente. Ostinata. La madre le aveva profetizzato un destino di miseria, «a mangiare croste di pane duro su un letto di paglia». Lei sceglie invece la fuga. Roma non basta. Servono Londra, New York, Parigi. Serve attraversare il mondo.
La scrittura di Eleonora Mazzoni evita il rischio del catalogo biografico. Preferisce fermarsi sulle ferite: il matrimonio naufragato, la nascita della figlia Gogo, colpita dalla poliomielite, l’angoscia di una madre costretta a scegliere continuamente tra il lavoro e l’amore filiale. Le lettere tra Elsa e la figlia, chiuse con quel tenerissimo «Napoleone e tutti i suoi piccoli soldati», il loro modo in codice (e meno retorico) di dirsi «ti amo», valgono più di molte spiegazioni.
La regia di Carlo Bruni accompagna questo percorso con discrezione. La sedia diventa una gabbia. Quando il racconto si concentra sulla famiglia, Antonino restringe il corpo, raccoglie le gambe, piega la testa sul braccio. È il carcere invisibile delle convenzioni. Poi, improvvisamente, si rialza. Si agita restando immobile. Solenne come una rondine. Combattiva come un pettirosso. Il gesto è minimo, ma racconta una ribellione.
Le parole memorabili arrivano senza enfasi. «La nascita non è l’inizio. La vita ci costringe molte volte a partorirci da soli.» Oppure: «Trasforma le tue paure. Falle diventare arte.» E ancora: «L’abito rivela il carattere di chi lo indossa.» Non sono slogan. Sono il distillato di un’esistenza.
Del resto Elsa Schiaparelli fu questo. Più vicina all’arte che all’alta moda. Collaborò con Salvador Dalí, Jean Cocteau e Man Ray. Inventò accostamenti impensabili: il celebre cappello-scarpa, gli abiti con aragoste dipinte, i bottoni a forma di insetti, le zip esibite anziché nascoste, l’uso di materiali sintetici e ricami ispirati agli oggetti quotidiani, fino a trasformare persino scatole, medicinali e porcellane in suggestioni estetiche. La sua era una moda surrealista, provocatoria, capace di andare oltre il buon gusto convenzionale senza cadere nella volgarità. Sensuale e aristocratica insieme.
Lo spettacolo accenna anche alla sua coerenza politica: Schiaparelli rifiutò di prestare il proprio talento alla propaganda fascista. Non accettò di trasformarsi nell’emblema del cosiddetto «genio italico». Una scelta che non viene trasformata in manifesto ideologico, ma rimane coerente con il carattere della protagonista: orgogliosa, libera, irriducibile.
Antonino costruisce tutto attraverso la paratassi. Frasi brevi. Nessuna retorica. Il ritmo assomiglia al battito del pensiero. Ogni parola apre un’immagine. Ogni immagine rimane sospesa. È un teatro che non spiega. Evoca.
Nel finale scorrono fotografie della vera Elsa Schiaparelli. È l’unico momento in cui il documento entra apertamente in scena. Non serve a certificare la verità del racconto. Serve piuttosto a ricordare che dietro quella figura ormai mitologica è esistita una donna reale. Fragile. Visionaria. Capace di vivere facendo dell’immaginazione un metodo.
E forse proprio qui risiede il senso più profondo di “Schiaparelli Life”. Non celebra una stilista. Interroga una possibilità dell’esistenza. Vivere senza smettere di stupirsi. Non lasciare che la paura diventi prigione. Fare della propria diversità una forma di eleganza. Non quella degli abiti. Quella del carattere. Perché, come suggerisce sommessamente questo intenso spettacolo di Linea d’Onda, la vera moda passa. Lo stile, invece, coincide con il coraggio di essere sé stessi.
SCHIAPARELLI LIFE
Produzione: Linea d’Onda
Dal racconto autobiografico di Elsa Schiaparelli
Scrittura: Eleonora Mazzoni
Con: Nunzia Antonino
Regia: Carlo Bruni
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’
Visto a Ceglie Messapica, Terra Rossa Festival, l’11 luglio 2026
