I chiaroscuri di “Comeback”, firmato da Fabritia D’Intino e Agnese Banti, e “L’Echo”, di Nacera Belaza e Valérie Dréville
Short Theatre è un habitat. Diverse sono le specie che vi allignano: può essere l’asciutta Nicole De Leo lettrice di Anne Carson per Giorgina Pi/Bluemotion, mandata in cuffia, visibile e non visibile dietro un’interrotta cesura di mattoni nello spazio aperto dell’ex Mattatoio (“Il chiaro di luna in cucina è un segno di Dio” è il titolo).
O la prova di forza fisica e intellettuale, da patirsi in una sala della Pelanda giunta quasi alla temperatura di ebollizione, somministrata al pubblico dal nuovo, duro, esigente (ma avaro, introflesso) progetto di Cristina Rizzo (“Sentimental 1“).
E vi si può anche godere delle sterminate bibliografia e filmografia raccolte, sintetizzate, digerite o riversate, fraintese o idolatrate, accartocciate o vivisezionate da Teodora Grano nella classe nerd di “Le iconiche mostruose dell’horror” (nel dettaglio: Dead blondes, Final girls, Bad mothers, Possessed little girls), esposizione di materiali tangenti al suo ultimo, imperdibile “Grindhouse”, debuttato la scorsa stagione a Vicenza per Danza In Rete.
Lo stupore e una certa dose di fatica a cui segue l’impressione di uno scuotimento, di una rimessa in moto di meccanismi solitamente inchiodati nella ruggine si patiscono nel lavorio di spostamento degli assi di fruizione che accomuna questi e altri oggetti scenici visti durante le giornate di Short. Ma anche un’altra rimane la costante perseguita dalla direzione artistica, al secondo anno di esercizio, di Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano: non perdere mai il filo che da quegli spazi, da quelle sale, esce nella città, e dalla città parte per il mondo.
Così, anche due lavori apparentemente opposti fin dai dati oggettivi di fisionomia scenica come “Comeback” di Fabritia D’Intino e Agnese Banti, e “L’Echo” di Nacera Belaza e Valérie Dréville, co-programmato con Romaeuropa Festival, sono affratellati in questa pulsione al fuori.
Certo, mentre in “L’Echo” è la condizione di semioscurità a imporsi come oggettiva e tematica, in “Comeback” il duo, costituitosi per l’occasione, della coreografa e della sound artist, agisce in piena luce: e questo è un dato illuministico ma anche di approccio, di gesto, di scrittura. Le luci del piazzato sono ben aperte sulla scena del Teatro Studio della Pelanda, sorretto da quelle capricciose colonnine liberty, in ghisa.
Banti verso il fondo, sulla destra; D’Intino a sinistra, in principio, poi libera di muoversi.
Il lavoro appare organizzato sopra una ripetuta dualità di tempi, spazi, corpi, sezioni. Le due performer si accompagnano, sottolineano l’una il gesto dell’altra (lo strumentario di Banti ora emette una base armonica più liquida, quindi scansiona una pulsazione, che arriva ad arricchirsi di “appuntamenti” con specifici gesti della danzatrice, una nota, un campanello che trilla), si ritrovano quasi alter ego. Complici i non dissimili tagli di capelli e fisionomie, non disdegnano persino l’occasione di scendere in quale unisono gestuale, come un piccolo duetto finale, o sonoro, Banti al corno da caccia, D’Intino a una sorta di trombetta da stadio.
Della parte coreografica di questo ultimo progetto di Fabritia D’Intino bisogna riconoscere l’esemplare coerenza con il proprio percorso. Essa sta nel porsi sempre a un livello precedente, nel giocare in uno strato posto più indietro rispetto al gesto. Ciò non significa però, da parte sua, un approccio formalistico: questo suo punto di osservazione non è sul gesto in quanto tale, ma sul suo riflesso sociale o pubblico – e nello specifico la spettacolarizzazione del potere nel gesto. Il suo bisturi non è quello di una macabra collezionista, ma quello di un’appassionata anatomo-patologa che vada alla ricerca di prove. Così faceva in “CanCan”, dove esplorava la performatività di un gesto ribaltandola, imponendogli invece un’assoluta non-performatività, accompagnata anche dalle musiche del suo sodale Federico Scettri, che smontava la celebre tiritera da ballo, tutta estroflessa, volgendola a un intimismo coatto, morboso.
Non diversamente fa in questo “Comeback” dove, rispecchiandosi e richiamandosi nella figura di Banti, alle prese con tutta una wunderkammer di strumenti e strumentini, digitali e non, ritaglia una numerosa copia di gesti assertivi, tipici della sottolineatura icastica di un exploit purchessia, staccandoli dallo sfondo di un contesto, lasciandoli isolati nel deserto della loro patetica autoaffermazione, che giunge infine a essere realmente terrorizzante quando si riflette in un momento di oscura disperazione. Il tutto in piena luce, servendosi dello sguardo rivolto al pubblico, porgendogli questi materiali e le scintille che produce il cortocircuito con la dimensione sonora.
Dall’altra parte del mondo, a stento si percepisce, in molti dei passaggi del suo ultimo “L’Echo”, in prima italiana, la figura minuta di Nacera Belaza.
Il pubblico accede in una sala satura di fumo; in scena la figura della danzatrice franco-algerina, a centro palco, staccata dal fondo da un unico proiettore in controluce, che innanzitutto ci ricorda, quasi di passaggio e forse gratuitamente, la meraviglia di questo universo che riassumiamo col nome di teatro.
Per tutto il lavoro, questa penombra incombe (le luci sono della stessa autrice). Ora occulta, col fumo, un lentissimo movimento avvitatorio verso il basso, una divaricazione degli arti che cerca il contatto con la terra, ora impedisce la distinzione netta tra le due figure (l’altra è Valérie Dréville) che, comparendo e poi sfumando e rimaterializzandosi nello spazio centrale dalla periferia porosa delle quinte, si confondono e sembrano trascolorare una nell’altra o moltiplicarsi; ora accompagna, di nuovo, un’altra variazione dell’eterna e unica forma che popola, declinata diversamente, questa scena, la spirale, sempre interpretata da Belaza con la semplicità di un dato arcaico insito nel corpo, mai appreso – come non lo appresero le galassie. Eppure attorno a questo centro che tutto richiama e avviluppa a sé, è proprio la periferia, il bordo che viene esaltato nella sua quasi inintelligibile capacità creativa, procreativa.
E’ da lì che provengono le cose, da quella fascia inafferrabilmente sfumata davvero come la periferia dell’universo ove accadono le collisioni e la materia sperimenta i suoi aggregati, le sue concrezioni inedite.
Perciò la fatica veramente fisica che questo lavoro richiede a chi vi assiste, una fatica principalmente posta nell’azione del guardare, che diviene scorgere, distinguere a stento, appena discernere, viene ripagata generosamente, e non da una verità o dall’acquisizione di un dato incontrovertibile, bensì dall’intercettazione di una possibilità, che consuona realmente con l’origine di tutte le cose. A questa possibilità dà accesso “L’Echo”, così come alla dimensione spettacolare del gesto di potere conduce l’opera di D’Intino e Banti, loro puntando la luce della ragione sulla violenza dell’uomo sull’uomo, Belaza immergendosi tra la penombra dei misteri che ci portiamo nella carne. E non è facile immaginare tali chiavi fornite in modo più diretto che attraverso il movimento di corpi su un palco.
Comeback
di e con Agnese Banti, Fabritia D’Intino
danza, costumi Fabritia D’Intino
musica Agnese Banti
consulenze Andrea Trona, Ettore Lombardi, Isadora Giuntini
produzione Chiasma
sostegno WeStart Centro di Produzione del Piemonte Orientale, Bolzano Danza / Fondazione Haydn, OperaEstate Festival, Fuorimargine – Centro di Produzione di Danza e Arti Performative della Sardegna, FDE Festival Danza Estate Bergamo nell’ambito della rete BoNo!
durata 50′
applausi del pubblico: 1′ 50”
L’Echo
coreografia, sound e lighting design Nacera Belaza
con Valérie Dréville, Nacera Belaza
stage management Christophe Renaud
controllo luci Benjamin Bouin
sound management Marco Parenti
durata: 60′
applausi del pubblico: 2”
Visti a Roma, Short Theatre, il 9 e 10 settembre 2026
