Dopo il debutto di un anno fa, lo spettacolo di Molière prosegue la sua tournée, arrivando domenica in provincia di Arezzo
Con “Il Tartufo” di Molière, Michele Sinisi continua la sua rilettura dei classici: dopo aver attraversato Pirandello (“I sei personaggi“), Pinter (“Tradimenti“) e i “Promessi Sposi” di Manzoni, affronta uno tra i testi più emblematici del commediografo francese. Nato come satira alla borghesia del Seicento, Tartufo è diventato un simbolo, quel truffatore capace di attraversare ogni epoca.
Il regista riduce la commedia in un unico atto, mantenendo quasi inalterata la cifra linguistica, inserendo qua e là qualche slang contemporaneo e i dialetti come elemento di avvicinamento al pubblico, ma anche come cifre di atemporalità, e servendosi di una scena con oggetti funzionali.
E partiamo proprio da qua. La scenografia di Federico Biancalani è visivamente accattivante: lo spazio è essenziale, e sfrutta il grigio marmoreo come colore dominante. La scena si apre con un pot-pourri di elementi che trasportano la commedia in un non-luogo contemporaneo e sospeso: cartone della pizza, walkman, cuffie, una cassapanca, un faro, un aspirapolvere; una costellazione di strumenti atti a fomentare il ritmo della messinscena o la caratterizzazione dei personaggi. I costumi di Cloe Tommasin sono assolutamente contemporanei, colorati e intonati ai singoli caratteri.

“Tartufo rappresenta tutti coloro che affascinano con la dialettica chi non ha gli strumenti per capire che cosa si nasconde dietro l’ambiguità delle parole – spiega Sinisi nelle note di regia – Quello che ho cercato di fare è trovare un baricentro tra le istanze di Orgone, padrone di casa totalmente abbagliato dalla finta rettitudine morale di Tartufo, e il desiderio di cambiamento degli altri personaggi, ben consapevoli di trovarsi davanti un approfittatore”.
La prima parte della commedia ha un ritmo frenetico, quasi accelerato; la storia si disvela in maniera rocambolesca, con personaggi catapultati nel vivo della narrazione. Prima dell’arrivo di Tartufo, sembra ci si avvii verso una lettura farsesca supportata dalle notevoli caratterizzazioni del cast, da Gianni D’Addario e Stefano Braschi a Marco Ripoldi, ma l’arrivo del protagonista, interpretato da Michele Sinisi, riporta il clima verso la tragedia umana insita nell’opera. Nonostante il suo personaggio desti inevitabile ilarità, è così maniacalmente costruito – nei movimenti, nella postura, nel respiro – da renderlo umano. La sua “cattiveria” non è più astratta, il suo torbido ci è vicino, ci rappresenta quasi.
La concretezza di Sara Drago gli fa da contraltare, sviscerando così il tema centrale della rilettura di Sinisi: “Il Tartufo” non appare più come una commedia secentesca cosparsa di belletti e maschere divertenti, ma uno sguardo amaro sul lato oscuro dell’umano e sulla sua tendenza alla sopraffazione. In quest’ottica, anche la credulità dell’Orgone di Stefano Braschi, in abito elegante da venditore, disperato e ossessionato, ci appare credibile. Questo personaggio emerge anzi con forza, in quanto Tartufo esiste e prospera solo perché Orgone ha un disperato bisogno psicologico di un idolo da imitare per convalidare sé stesso. Una lettura che aderisce pienamente alle ipotesi di René Girard in “Menzogna romantica e verità romanzesca” sul desiderio mimetico: comprendiamo finalmente l’assenza di obiettività di Orgone, la sua cecità nei confronti dell’evidenza, che rischia di distruggere una famiglia in nome di una santità inesistente e irraggiungibile, ma estremamente desiderata.
È noto, tuttavia, che mettere in scena “Il Tartufo” significa affrontarne il finale: un epilogo a sé, scritto originariamente per compiacere Re Sole. Sinisi ne approfitta e stupisce tutti con un colpo di scena che invade di meraviglia la platea. Il fondale avanza, restringendo l’azione in un movimento drammatico e claustrofobico, per poi aprirsi su una figura femminile in un eccentrico costume dorato (rappresentando il Re Sole), che invade la scena cantando l’epilogo in un’apoteosi di trash barocco coerente con la commedia originale.
L’interpretazione di Sinisi, misuratamente caratterizzata e piena nel corpo così come nell’intonazione, regala momenti di assoluta pregevolezza, come durante la confessione in cui l’attore-regista si accende letteralmente illuminando la scena.
Al di là della piacevolezza della pièce, emerge una lettura concreta: la farsa si trasforma in tragedia umana grazie anche ai personaggi di Sara Drago e Bianca Ponzio, attente a trasmettere un’umanità meno caricaturale rispetto al resto del cast. L’assoluta cecità della credulità (tema così attuale), e l’estrema somiglianza della fame di Tartufo con il linguaggio politico contemporaneo, ci ricordano che la tragedia della disfatta è inevitabile quando la fascinazione per il mostro diventa l’unico modo per dare un senso al proprio vuoto.
In scena domenica 18 gennaio 2026 a Castelfranco Piandiscò (Arezzo).
IL TARTUFO
dall’omonima commedia di Molière
rielaborazione drammaturgica Michele Sinisi
regia Michele Sinisi
scenografia Federico Biancalani
assistente alle scene Cecilia Chiaretto
disegno luci Michele Sinisi, Federico Biancalani
costumi Cloe Tommasin
costume del Re Sole Daniela De Blasio
con Stefano Braschi, Sara Drago, Donato Paternoster, Bianca Ponzio, Bruno Ricci, Marco Ripoldi, Giulia Rossoni, Michele Sinisi, Adele Tirante
aiuto regia Nicolò Valandro
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Solares Fondazione delle Arti, Teatri di Bari, Tradizione e Turismo – centro di produzione teatrale e Viola produzioni
durata: 1h 35′
applausi del pubblico: 2′
Visto a Milano, Teatro Fontana, il 29 dicembre 2025
