La 19^ edizione, colpita dai tagli ministeriali, si è riunita in un “Presidio (di resistenza) di pratiche e pensiero”
“Doveva essere una fine, ma è sembrato un inizio”. Così, tra una serena disperazione e un generoso slancio d’energia, Roberta Nicolai saluta la chiusura di “Composizioni” al Teatro del Lido di Ostia, la seconda sezione delle tre che tradizionalmente compongono Teatri di Vetro, il festival multidisciplinare rimasto quest’anno, con lo stupore di tutti, a secco di finanziamenti ministeriali.
Il progetto multidisciplinare di Nicolai ha infatti subito un declassamento, dai 29 punti del 2024 agli 8,5 attuali – dove 10 era il minimo per passare – e ottenendo il punteggio di 1 su 9 rispetto a “Qualità artistica e innovatività del progetto, nei contenuti e nelle modalità creative e realizzative”, dopo un’edizione 2025 tra le più colme di stimoli, aperte e frequentate da pubblici diversi.
Ne parliamo con Nicolai alla vigilia del terzo atto dell’anno numero 19 del festival, la settimana romana al teatro India, quest’anno ridotta a una tre giorni di battagliero “Presidio”, con la collaborazione degli artisti e del Teatro di Roma, che si è accollato parte dei costi dell’apertura.
“Presidio non è un atto di resistenza, o un “Oscillazioni” accorciato, è un segnale di identità: la nostra vocazione – continua Nicolai – è la ricerca nell’ambito della curatela e delle arti performative”.
“Alla ricerca, la ricerca, la ricerca” è stato anche il grido, l’ossessione lucida ribadita dalla direttrice artistica all’assegnazione dell’Ubu come Progetto speciale, proprio ventiquattr’ore prima dell’apertura del “Presidio”. Un Ubu da leggersi magari come aperta critica alle decisioni del ministero, che accomuna non a caso TdV con Akropolis, spirito affine genovese a quello della creatura di Nicolai, o magari come lapide posta su una stagione, su un’idea di politica artistica.
Ma sui palchi del Teatro India lo spirito della direzione di Nicolai è acceso alla massima intensità: il lavoro non è finito.
Così il “Presidio di pratiche e di pensiero” di Teatri di Vetro, possibile anche grazie alla disponibilità degli artisti a esserci a economie ridotte, tutti convintamente “presidianti” questa piazzaforte del teatro dei processi e della ricerca, è diventato ancor più uno spazio di esposizione di materiali e di percorsi, un congresso di idee, di amici e amiche del festival, che da anni vi trovano linfa e dialogo per sviluppare i propri percorsi.
Opera Bianco, Bartolini/Baronio, Paola Bianchi, Alessandra Cristiani, Lucia Guarino, Andrea Cosentino tra i volti presenti: tutti nomi evidentemente portatori di identità artistiche dai connotati più diversi.
In queste, che sono state serate-bandiera di Teatri di Vetro, non solo nei nomi quanto nella filosofia e nella scelta di ammettere tutti gli spettatori gratuitamente, un occhio allenato non faticherebbe a riconoscere in ognuna delle diverse proposte in scena (nelle tre serate del 16, 17 e 18 dicembre) un germe del lavoro curatoriale di Nicolai.
Qualche esempio. Nel primissimo sbocco del lavoro di Lucia Guarino, “Contengo moltitudini”, una messa nello spazio della ricerca attorno alla maschera di Pulcinella a cui la coreografa e danzatrice umbra approda dopo il debutto lo scorso anno sullo stesso palco di “Pinocch-Io”, c’è la presenza di un corpo non come tramite o come rappresentazione di un discorso preesistente, nonostante la breve, fugace citazione della maschera nera, tracciata sul volto, ma come ipotesi di esistenza in sé, come elemento installativo autonomo. Senza cura dell’ornato o della rispondenza a canoni preesistenti, il corpo si presenta in scena come un oggetto che risponde agli altri oggetti, così come al sound concreto, fatto di voci e rumori reali (una folla, una manifestazione?), che ne affianca il dispiegarsi.
Un monologo di Tamara Bartolini apre la raccolta di tre dei materiali già precedentemente utilizzati per “Una rinascita. Appunti su Forough Farrokhzad” in scena qui lo scorso anno, ed è veramente intriso di una malinconia siderale, straziante, dove l’isolamento e la frustrazione si ubriacano di un desiderio di affetto, di compassione in senso letterale.
Il filo malinconico prosegue nella lettura dei versi in persiano (per la voce di Sara Ghorbanian Matlub), fino a farsi tragedia nella proiezione del perturbante documentario “La casa è nera”. In tutti e tre gli appunti riportati attorno alla poetessa persiana riconosciamo la pulsione non solo del duo romano, ma della stessa Nicolai verso l’arte e la bellezza come luogo da abitare, e insieme come anima sfuggente, nella fatica dei progetti che latitano, impacciati nei terreni fangosi dell’economia, che non riescono a prendere il volo, e l’umanità dei rapporti da preservare, anche nella sofferenza.
Nel laboratorio tenuto da Vincenzo Schino e Marta Bichisao di Opera Bianco durante le giornate del festival, riconosciamo di Nicolai l’inesausta fiducia nell’istituzione del percorso di lavoro condiviso come banco di prova, l’incontro tra quello che è dentro di noi, la silenziosa ricerca dei tavolini, e il fuori dei corpi, delle formazioni diverse, per dare forma a un’idea progettuale.

Nel formato ibrido, per nulla pacificato, perché nato dalla tessitura di formati e di estetiche diversi, da essi reso febbrile, scomodo, di “Boomerang” di Simona Lobefaro e Lorenzo Giansante, vediamo invece la convinzione secondo cui la ricerca nelle arti performative non può significare la chiusura al pubblico, in nessuna fase. All’interno del dispositivo dei due coreografi (in scena con Luca Piomponi e Martina Paci), che costruiscono e decostruiscono spazi deputati alla danza sul palco col nastro-carta, il pubblico è costantemente chiamato all’intervento, ora con la restituzione di parole-chiave su quanto visto, ora con l’imitazione e la costruzione di fugaci micro comunità. Si testa con gli spettatori e sugli spettatori la possibile interferenza o generatività delle impressioni sull’oggetto-danza mostrato, che muta e a sua volta si riverbera sull’osservatore, nuovamente chiamato a riversare le proprie impressioni sulla materia del movimento o sull’emittente del danzatore, in un continuo andirivieni non solo di feedback ma di enzimi creativi, così come in un passaggio tra piani verbali e corporei costretti a dialogare in modo fulmineo e non ragionato, tra pratiche di traduzione, di sharing e composizione in tempo reale.
— fine prima parte —
