I sei finalisti del concorso internazionale di Corti Performativi, promosso da IterCulture, scelti fra oltre 500 progetti provenienti da tutto il mondo
Sembrerà curioso a molti che, in un piccolo paesino alle pendici dell’Etna, Zafferana Etnea, famoso non per lo zafferano ma per il miele, le foglie di tè e per la sua Madonna della Provvidenza (che diverse volte ha miracolosamente fermato la lava che stava lentamente arrivando a sommergerlo), si sia tenuto un bellissimo e ricco festival di arte performativa.
Da giovedì 16 a domenica 19 luglio, a Teatri Riflessi 200 fra artisti e operatori, giovani appassionati e curiosi, sono accorsi per “gustare” 58 eventi in occasione della sua 11^ edizione.
Con la direzione artistica di Dario D’Agata e Valerio Verzin, affiancati da uno stuolo di collaboratori e collaboratrici, con volontari giunti da ogni parte del mondo, il festival quest’anno ha avuto come filo conduttore il tema dell’eredità. Eredità intesa come “invito a riflettere sulla responsabilità civica in un presente segnato da conflitti e violenze, e sulla necessità di un passaggio di testimone non solo generazionale, ma anche culturale e morale”.
Siamo stati invitati a offrire il nostro sguardo al cuore pulsante dell’iniziativa, il concorso internazionale di Corti Performativi, la vetrina dedicata alle opere brevi di danza contemporanea e teatro.
La kermesse, organizzata dall’associazione culturale IterCulture, ha permesso di vedere dal vivo, in quattro giorni, undici progetti scelti tra oltre 500, provenienti da tutto il mondo, con dieci Paesi rappresentati giunti da quattro continenti. Ma non solo, il concorso è stato affiancato da presentazioni di libri, suggestioni di studenti, prove aperte di nuovi studi, video di laboratori dedicati alla comunità del paese siciliano e altri incentrati sulla danza (bellissimo “Born Into You” di Emma Evelein, vincitore del contest “La Danza in un minuto” – Beyond One Minute).
A corollario della competizione, che si è tenuta nella grande arena dedicata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, abbiamo anche visto due spettacoli di artisti affermati nel campo della danza contemporanea come Aristide Rontini e Silvia Gribaudi. Mentre nelle piazze e nelle vie del paese sono state presentate performance costruite in loco in stretto rapporto con la comunità locale, abitando diversi paesaggi della cittadina etnea e dando nuove e inattese suggestioni.
Protagonisti, fra gli altri, Riccardo Buscarini, Ilenia Romano, Elisa Sbaragli e i Fratelli dalla Via, in procinto di preparare uno spettacolo per ragazzi sul tema della memoria attraverso i monumenti.
Un programma molto composito e ricco di prospettive, per un linguaggio teatrale così particolare.
Per tutta la durata del festival vi è sempre stata una profonda connessione tra artisti e operatori, con un continuo scambio di idee, osservazioni e approfondimenti.
Ci soffermeremo qui in particolare sui sei corti finalisti, che ci hanno dato la misura su quali direzioni si muove la performing art internazionale, soprattutto nel campo alla danza, in cui il corpo degli artisti e delle artiste in scena sono riusciti in modo coinvolgente ad aprire l’immaginario del pubblico verso nuovi orizzonti, pur in un momento difficile come il nostro, sempre bisognoso di stimoli di riflessione che solo l’arte può ancora donare.
Due, tra gli undici presenti, i lavori che, seppure assai differenti tra loro, vedono coppie di performer in scena: “Ki”, che ha vinto il premio dedicato a Valentina Nicosia, e “Tuning”.
Guidate dalla forte espressività sincopata della musica di Bobby McFerrin, le polacche Iga Włodaczyk e Katarzyna Zakrzewska di KiKi Collective, in “Ki” ci restituiscono, cercandosi nella loro diversa corporeità, tutta la tensione emotiva del rapporto tra loro e con il mondo.
È in questa alternanza di corpi e gesti che continuamente si esplorano che la performance prende vita: Iga e Katarzyna si muovono alla costante ricerca di una postura codificata, mai raggiunta, simili a marionette mosse da fili invisibili che, nonostante tutto, rimangono sempre in attesa del reciproco sguardo.

Anche “Tuning” del coreano Minsu Kim, in scena con la giapponese Ayane Nakamura, è un duetto, ma qui i performer sono in perfetto e sinuoso accordo, nonostante la musica, sempre più invadente, e ossessivamente tambureggiante che invade la scena. La luce, che prima illuminava solo gli arti dei danzatori, inonda poi i loro corpi, che si muovono in perfetta, bella armonia, e alla fine si uniranno. Così Minsu concederà la sua schiena ad Ayane.
Molto apprezzato dalle giurie, ottenendo sia il premio per la miglior regia, sia quello assegnato dalla commissione Ricerca & Critica, è stato il corto del coreografo marocchino Moad Haddadi “Nari Chtaht”, una performance viscerale nel senso vero del termine, basata su una potente esplorazione del movimento del ventre da parte del performer, che sottende il suo desiderio impossibile di danzare nella cultura opprimente che domina il suo Paese.
Haddadi, infatti, coperto in volto, ci offre la pancia nel suo continuo movimento, accompagnato da una musica incessante, un ventre che rimanda a desideri che non possono essere espressi.
Sul palco Moad si vorrebbe quasi nascondere, se non fossero le pile regalate al pubblico ad illuminarlo.
E così alla fine, evocando nei nostri occhi “Il grido” di Edvard Munch, con un raffinato gioco di mani si leva faticosamente il cappuccio che gli copriva il volto, donandosi finalmente a una danza liberatoria, e rompendo il cordone ombelicale che lo legava alla propria costrizione.
La performance alla fine si manifesta come un atto politico e poetico, in cui tutti i gesti sembrano studiati metaforicamente per omaggiare chi intende infrangere i tabù che ostacolano la libertà d’espressione.
Due invece i corti performativi in cui la parola emerge con tutta la sua forza evocatrice, fondendosi in modo efficace con la gestualità.
Di una grande teatralità, che riesce a mescolare sapientemente il ritmo della parola con la fisicità espressiva dei corpi, invadendo tutto lo spazio scenico, è “Living the schatz life”, delle tedesche queer Alexandra Entenmann e Fine Kroke (collettivo Schatz&Schatz), che ha vinto sia il premio finale congiunto di giurie e pubblico, sia il premio per la miglior interpretazione.
Il corto indaga in modo beffardo i rapporti di coppia, una coppia solo apparentemente in sintonia, la cui unione si disgrega davanti ai nostri occhi per mezzo della perfetta costruzione teatrale di un disagio, in un continuo accumulo di sensazioni e sentimenti.
Alexandra e Fine arrivano in scena partendo dal pubblico in modo marziale e irridente. Subito però capiamo che, nel loro rapporto, qualcosa non quadra; comprendiamo come la loro apparente intimità sia rotta da desideri nascosti che si fanno sempre più palesi, sino ad esplodere sul palco, anche se apparentemente navigano insieme in una perfetta simbiosi ecologica di proposte.
Non solo le parole mostrano la loro rabbia crescente, ma anche i gesti diventano sempre più rabbiosi, sconfinando in un vero campo di battaglia, anche quando i corpi sembrano abbracciarsi.
Il corto si dimostra teatralmente godibile e di forte impatto comico, riuscendo ad unire il teatro fisico, lo slapstick e il clowning contemporaneo nell’affrontare in modo gustoso il rapporto di coppia, mettendo in discussione i cliché di genere.
La parola invade anche “Settembre non arriverà”, presentato in forma di studio da Noemi Piva, giovanissima artista che apprezziamo da diverso tempo. Il tema dell’infanzia le è sempre interessato, e qui ritorna in modo poeticamente forte.
Come nel precedente lavoro, anche qua la commistione tra parole e gesto ha la capacità di portare l’immaginazione dello spettatore verso lidi metaforici ben precisi: la ricostruzione della memoria. La memoria di quel tempo felice, seppur segnato da eventi tragici come l’alluvione che percorreva il suo paese o la perdita di persone care. Ma sulla scena dalla memoria di Noemi divengono reali le tazzine, suo emblema preferito, i momenti in cui pianto e riso si intersecavano, dove le parole non avevano ancora un significato preciso mentre oggi si esprime compiutamente.
Con la musica dal vivo di Lorenzo Minozzi, che si nutre in modo sempre più estremo degli echi di quei lontani giochi, e l’occhio esterno di Giovanni Onorato, la performer ritorna al tema dell’infanzia esprimendo il desiderio di non voler uscire da quell’età così particolare, che la rendeva, a differenza di quella che sta attraversando, sicura e protetta.
Il sesto corto è invece un assolo della svizzera Clara Delorme, “Albatro”, che ha vinto il premio per la miglior drammaturgia.
L’artista offre candidamente, nel silenzio più assoluto, il suo corpo nudo. Lo offre su un piccolo palco rialzato e ricoperto di bianco, che le luci rendono ancora più splendente.
L’Albatro che dà nome alla performance rimanda il nostro pensiero a quell’uccello immortalato dall’omonima poesia di Baudelaire, ma quel bianco punteggiato dal corpo ci trasporta anche a Malevič e alla bellezza dell’alabastro.
Gambe, braccia, mani e dita della performer sono all’inizio percorsi da movimenti impercettibili, piccoli battiti espressi con le nocche. Lo sguardo di chi osserva è attratto da quel corpo che, tra umano e animale, si muove e di cui percepiscono ossa, muscoli e tendini. Un corpo accovacciato, poi proteso verso l’alto e ancora disteso, che vorrebbe volare ma è ancorato a terra.
Alla fine, a trasfigurarlo ecco una voce purissima che rompe anche il silenzio, quella meravigliosa di Meredith Monk.

Tra le altre composizioni non finaliste ci è piaciuta molto “Walking on Two” della tedesca Mica Kupfer che, sulla musica di Arvo Pärt, faticosamente permette al suo corpo, prima legato, di dispiegarsi in una danza di eccellente fattura.
La giuria dei giovani ha invece amato, su tutti gli altri progetti presentati, quello apparentemente meno attraversato dalla danza, “Lori” di Nicoletta Nobile, elogio del comico che viene percorso dalla giovane artista con la percezione dell’inesorabile passaggio del tempo, aiutata dalla musica di Renato Zero.
Come si evince, una diversificata varietà di accenti per questi spettacoli, capaci di donarci il senso dell’eredità artistica e culturale che hanno ricevuto dai maestri del passato, e farci immaginare quale immaginario potrebbero lasciare alle nuove generazioni.
