Le sfide del Lemming: spettacoli radicali e viscerali, tra intimità politica e gesto performativo

Alot Teatro (ph: Marina Carluccio)
Alot Teatro (ph: Marina Carluccio)

Opera Prima XXI rifiuta l’intrattenimento facile per proporre un’arte che pensa, sente e resiste

Opera Prima significa aprirsi. Aprirsi all’imprevisto, al nuovo, a ciò che sfugge alle definizioni. Significa mettere da parte le etichette e i giudizi affrettati, fidarsi dell’intuito oltre che dell’esperienza. Farsi sorprendere, anche quando sorprendersi significa confrontarsi con il disagio, con la frattura, con l’urgenza di chi sale in scena per dire che no, non va tutto bene. È un festival che, in un’epoca di sonno collettivo, invita a svegliarsi. A guardare. A stare nel qui e ora, in uno spazio condiviso dove i corpi raccontano ciò che le parole spesso non riescono più a contenere. È questo, in fondo, che fa l’arte quando è viva: ci ricorda che esistere è un atto che comporta responsabilità.

A Rovigo, città di fiumi e chiese, di pietra e silenzi, questo festival resiste. Nonostante i tagli, le fatiche, le difficoltà quotidiane. Resiste perché ha scelto di non cedere alla logica dell’intrattenimento vuoto, ma di continuare a proporre un teatro che si assume il rischio del confronto, dell’ambiguità, della complessità.

Lo dimostra già dal suo primo respiro, con un lavoro come “No” di Annalisa Limardi, che spalanca una porta sul trauma e sull’elaborazione possibile di un vissuto abusante. In scena, nel Chiostro degli Olivetani, l’artista si presenta di spalle. Non è un gesto neutro: è un atto di resistenza al giudizio, all’oggettivazione, al guardare che riduce l’altro a cosa. Il corpo si muove a scatti, i gesti sono trattenuti, la voce cerca faticosamente uno spazio che le è stato negato. C’è qualcosa di disturbante e ipnotico, di profondamente necessario.
Il microfono, strumento tecnico per eccellenza, viene manipolato fino a diventare simbolo fallico e invasivo. Diventa un corpo estraneo, una minaccia, portatrice di una cacofonia sempre più distopica. Ma anche un mezzo di liberazione, quando la voce riesce infine a uscirne, a dire. Quel “no” ripetuto, ossessivo, non è solo rifiuto: è il primo passo per la riconquista di un sé, per una rivendicazione del diritto a esistere senza essere invasi o manipolati. A essere davvero liberi, così da poter decidere, poi, di rispondere anche in modo affermativo. A tratti il testo si fa musica, la parola si trasforma in ritmo, e la performance si apre a una nuova possibilità espressiva. È un lavoro coraggioso, scomodo, che non cerca l’applauso ma la verità. E, proprio per questo, ci resta addosso.

No di Limardi (ph: Loris Slaviero)
No di Annalisa Limardi (ph: Loris Slaviero)

Dal trauma individuale al rito collettivo, il passaggio è netto. “Veni” di Alot Teatro ci porta in un altrove dove la parola scompare e resta solo il suono. Dodici voci si alzano nella penombra del Teatro Studio, intrecciando canti antichi provenienti dalla Corsica, dalla Sardegna, dalla Sicilia, mescolati a un latino grave, liturgico, che rievoca la sacralità del tempo che scorre. Non c’è azione scenica nel senso tradizionale: solo corpi fermi, quasi assenti, e bocche che vibrano. Il teatro si fa preghiera laica, meditazione corale, immersione in un’armonia statica che non chiede spiegazioni. Ogni voce è parte di un disegno più grande. Ogni suono si sedimenta nel silenzio dello spettatore. È un momento di grazia fragile, che chiede presenza e ascolto. L’esperienza è profondamente sensoriale, quasi sinestetica: ci si perde nel suono per ritrovarsi in un luogo interiore, più autentico. Un invito al raccoglimento, alla sospensione, alla bellezza come forma di resistenza in un’epoca chiassosa e iperconnessa.

In una dimensione ancora diversa, ma altrettanto intensa, si muove “Dunque, siamo!”, progetto partecipato a cura di MOMEC – Memoria in Movimento, ideato da Mario Previato. La scena è l’esterno della Gran Guardia, lo sfondo sono le lapidi dedicate ai caduti. È un teatro che esce dagli spazi canonici per incontrare la città, per riportare il rito nel cuore della quotidianità.
Due figure ci accolgono: una vestita di nero (Fiorella Tommasini), l’altra di bianco (Antonia Bertagnon). Archetipi che non raccontano una storia, ma evocano polarità: luce e ombra, vita e morte, inizio e fine. Gli spettatori sono invitati, uno alla volta, a scrivere, a lasciare un messaggio, a inserirsi in una catena di memorie che si stratificano. I barattoli di vetro diventano custodi di parole, di fiori freschi o secchi, di frammenti d’anima. Il gesto conclusivo è pubblico: leggere ad alta voce ciò che si è scritto. Dare voce a ciò che spesso resta inespresso. È una forma di teatro profondamente politico, che parte dal gesto minimo per restituire al singolo un posto nella storia collettiva. Un modo semplice e potente di dire che ci siamo, che esistiamo, che le nostre parole contano.

Cambia il tono e cambia lo spazio con “Sette bambine ebree – Un’opera per Gaza”, proposta da Andrea Adriatico (Teatri di Vita) a partire dal testo di Caryl Churchill. Un lavoro nato nel 2009 in risposta ai bombardamenti israeliani su Gaza, costruito come una sequenza di sette quadri, più un ottavo connesso all’attualità. In ognuno si decide cosa dire o non dire a una bambina ebrea, in contesti storici che vanno dalla Shoah alla fondazione di Israele, all’occupazione dei territori palestinesi, fino ai conflitti più recenti. Il testo è frammentario, provocatorio, volutamente ambiguo. La messinscena, però, fatica a reggere la complessità del materiale. I personaggi (Nicolò Collivignarelli, Sofia Longhini, Anas Arqawi, Olga Durano) appaiono poco approfonditi, ridotti a figure simboliche che non riescono a incarnare la densità della realtà.
I cambi di scena si affidano a segnali esterni – musica, luci, oggetti – senza un vero scavo drammaturgico. Ne esce una narrazione che, pur con momenti visivamente efficaci, tende alla polarizzazione: da un lato gli israeliani ricchi e ciechi, dall’altro il palestinese povero e ferito. Una semplificazione che toglie forza a entrambi i poli, e che rischia di annacquare l’urgenza politica del testo. Resta l’intento, forte e necessario, ma l’elaborazione teatrale non riesce a sostenerlo appieno. Il finale, prolungato, disperde la tensione e lascia una sensazione di incompiutezza.

Tutt’altra forma ha “Freedom, at last” (regia: Anmar Taha; drammaturgia: Josephine Gray) della compagnia svedese-irachena Iraqi Bodies, ospitata nell’imponente ex zuccherificio rodigino. Qui il teatro si fa materia visiva, installazione vivente, meditazione silenziosa.
La scena è scarna, attraversata da figure contrapposte: tre coperte da un lungo abito nero, una quarta completamente nuda. Il contrasto è netto, quasi brutale. Ma è attraverso questa dialettica estrema che si articola una riflessione profonda su libertà e prigionia, su ciò che ci chiude e ciò che ci espone. L’acqua sulla scena è elemento catartico, simbolo di trasformazione e rinascita. I gesti sono lenti, essenziali, ridotti all’osso. Il silenzio domina. C’è qualcosa di rituale, di antico, che convoca l’inconscio dello spettatore. Tuttavia, a tratti, la densità simbolica si fa eccessiva, e il lavoro rischia di perdere presa emotiva. L’impressione è che l’astrazione, pur affascinante, non sempre trovi una corrispondenza drammaturgica efficace. Ma resta un’esperienza forte, che lascia spazio alla riflessione anche oltre la fine dello spettacolo.

Più intimo e vibrante è il lavoro di Giulia Scotti, “Quello che non c’è”. Attrice e fumettista, Scotti mette in scena al Teatro Studio un racconto personale che parte dalla morte della zia Daniela, figura evanescente e dolente, persa nell’alcol e nel silenzio. È un viaggio nella memoria familiare, in ciò che resta non detto, nei dolori che si ereditano senza volerlo. Attraverso disegni proiettati, audio originali, registrazioni, Scotti costruisce una narrazione fatta di frammenti, di accenni, di connessioni emotive più che logiche.
La scena si anima di bianco e nero, tagliato da rosso sangue, come una ferita visiva che accompagna il racconto. La voce del padre registrata si alterna a quella viva dell’attrice, creando un dialogo impossibile ma profondamente struggente.
Momento centrale, quasi catartico, l’interpretazione della canzone “Vivo” di Andrea Laszlo De Simone: un’esplosione di dolore e desiderio di vivere che travolge. Lo spettacolo non è perfetto: qualche digressione di troppo per iniziare, qualche frammento da limare. Ma è autentico, sincero, emotivamente vero. Un atto di resistenza personale che si fa universale.

Quello che non c'è (ph: Loris Slaviero)
Quello che non c’è (ph: Loris Slaviero)

Chiude il cerchio “Part One” di Anna Ozerskaia, piccolo miracolo nato durante la pandemia. Otto spettatori nella Sala Polivalente del Chiostro degli Olivetani, dodici minuti, una danzatrice sola. Un lavoro nato dal limite – il distanziamento – che diventa occasione per una vicinanza radicale. Il movimento è contenuto, preciso, ma il pensiero che lo genera è vasto, inquieto, profondo. La testa guida il corpo, come se il pensiero fosse l’origine del gesto. Il risultato è una danza che non vuole stupire ma commuove, con la sua delicatezza e la sua forza silenziosa. Un’esperienza che resta, come un sussurro che continua a risuonare.

Riuscitissimo infine, per il secondo anno consecutivo, il laboratorio critico curato da Michele Pascarella in circle-time “Che cavolo guardi?”: visioni, esercizi e dialoghi per esplorare come guardiamo e raccontiamo gli spettacoli, con l’obiettivo di diventare spettatori più consapevoli. E un gruppo di giovanissimi capaci di mettersi in gioco.

Opera Prima si conferma così un festival fragile e tenace, capace di proporre un teatro che interroga, che disturba, che accoglie. Un teatro che non si accontenta di rappresentare, ma cerca ancora – nonostante tutto – di trasformare. Un festival fatto di pochi mezzi, di finanziamenti sempre più scarni, pochi “sì”, moltissimi “no”. E di spettatori che, forse, grazie a questi “no”, imparano di nuovo a dire sì alla bellezza e alla riflessione veicolate dall’arte.

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