Teatro Menzatì porta al festival brindisino Fori corpi, legami, resistenze

Barbara Carulli con Sara Capanna (ph: Enrico Gallina)
Barbara Carulli con Sara Capanna (ph: Enrico Gallina)

Dalle corde di Sara Montanaro alle urla silenziose di Daniele Ninarello, passando per poesia, sorellanza, accudimento e desiderio. Giovani artisti, sguardi pugliesi e non solo per un atlante del presente

Un tracciato potente e poetico, che mette al centro il corpo, la cura, la memoria e il legame. La prima parte di Fori Festival 2025 si è chiusa come era cominciata: con un gesto necessario, condiviso, generoso. Il festival, curato da Teatro Menzatì, si rivela esperienza interessante del panorama teatrale under 35 italiano, con una particolare attenzione agli artisti e alle sensibilità nate e cresciute in Puglia. Una programmazione che rifugge l’effetto speciale e preferisce la materia viva: corpi, voci, fratture, tensioni.

Il corpo come archivio: radici pugliesi e migrazioni interiori
L’esplorazione del festival parte dal corpo come archivio intimo e politico. Un’indagine che affonda le sue radici nel territorio con “Cordes” di Sara Montanaro. La sua performance di circo contemporaneo è una coreografia sobria e simbolica, dove ogni gesto è ascolto. All’interno di un grande involucro scenico fatto di corde, che incombe e accoglie, il suo corpo attraversa un paesaggio sospeso. Le funi diventano vene, sartie, archeologia affettiva e industriale. Montanaro si muove come una tessitrice, evocando con grazia trattenuta le tre Parche: tesse, misura, recide. Ma lo fa da dentro la vita, abitando ogni nodo come una scelta. In filigrana emerge un tarantismo prosciugato dal folklore, un’urgenza silenziosa che parla inevitabilmente di Taranto: città-ragnatela, ferita e madre.

A questo radicamento fa da specchio la traslazione interiore di “Homing” di Marta Bevilacqua, dove la migrazione non è geografica ma identitaria. La scena si apre su un caos di frammenti radio, il disorientamento del mondo, per poi lasciare spazio alla voce e a un sé più profondo. Colpisce la stratificazione dei linguaggi: la danza incontra il canto, la parola si lega all’oggetto, come un pupazzo muto, forse un alter ego o un’eco d’infanzia. Il concetto di “home” si sposta, diventando uno spazio da costruire interiormente, un atto nietzschiano di reinvenzione del sé. È la danza di chi cerca una nuova lingua per esprimere spaesamento e desiderio, un volo potente nella sua fragilità.

Homing (ph: Vincenzo Sardelli)
Homing (ph: Vincenzo Sardelli)

In questo solco si inserisce anche “Portarsi” via di Andrea Romanazzi. La scena – una vasca, una sedia a rotelle, un corpo nudo-marionetta – diventa il luogo della vulnerabilità e della fatica dell’accudimento di una madre anziana. Con una scrittura asciutta, mai retorica, e accompagnato dalla colonna sonora dei Pink Floyd, Romanazzi attraversa frustrazione, amore e impotenza, trasformando l’umile gesto della spugna in un atto di forza poetica imprevista.

Il festival non teme di guardare nelle pieghe più oscure del presente. “20 novembre” è uno spettacolo secco, tagliente, che non concede respiro. Lucio Ennio Caprioli porta in scena il monologo di Lars Norén con una presenza magnetica e inquieta. Indossa una felpa con la scritta FBI, uno zaino che nasconde un arsenale, e negli occhi una rabbia che buca la sala. Il testo, ispirato al diario di un giovane stragista, è una spirale di accuse, furore, isolamento. Ogni frase è un colpo sparato contro l’ipocrisia sociale, i benpensanti, il potere. Non c’è retorica, solo disagio. La violenza non è mai spettacolarizzata, ma mostrata come esito tragico e possibile. L’attore non interpreta: è. E questo fa paura. Perché quel male lo riconosciamo, e ci riguarda. Il pubblico resta inchiodato, costretto a guardare dove di solito distoglie lo sguardo.

Questa stessa urgenza esplode in “Nobody nobody nobody” di Daniele Ninarello. La performance inizia dal silenzio, da un corpo rannicchiato, vulnerabile, tra rumori metallici di alienazione. I gesti sono spezzati, legnosi, compressi. Poi, una chitarra elettrica introduce suoni stridenti, distopici, finché una ferita canta dal vivo: “E la luna bussò”. Infine è proprio la voce calda di Loredana Bertè che esplode, e il corpo si libera. La protesta diventa ritmo, la vulnerabilità un grido travolgente, i corpi si moltiplicano assorbendo gli spettatori in un rito civile che fonde fragilità e lotta, denuncia e speranza.
“Nobody nobody nobody” è anche una performance site-specific che fonde adolescenza e militanza. Nel giorno delle manifestazioni pro-Gaza, il 3 ottobre, dei corpi giovani, scossi dal bullismo e dalle ferite del presente, si fanno bandiere vive, in preda a un vento simbolico. Tra posture rannicchiate e sedie rovesciate, si alza un moto fisico di rabbia e resistenza. I cartelli pro-Pal parlano, ma è il corpo che grida. Mani tese, pugni serrati: un inno muto alla libertà. Fragilità e lotta convivono in una danza spezzata. Un flash mob che è rito civile, denuncia, speranza.

La rabbia trova voce anche nel crudo realismo di “MS”, radiodramma live di Mattia Favaro. Guidati dalla voce di un superbo Massimo Scola, entriamo in un bar della periferia veneta, un’Italia minore popolata da reietti sputati via da una borghesia arruffona. Personaggi mitologici, maledetti e carnevaleschi – la Staffa, la Tazzi, l’Avvelenata – si agitano in un impasto sonoro di bicchieri, folla e treni che non si fermano mai, accompagnati dalle musiche minimali del Mycelium Ensemble. Una carezza imprevista, ma anche un pugno nello stomaco.

La scena come comunità: pratiche collettive e linguaggi condivisi
Fori Festival è anche e soprattutto un luogo di sperimentazione comunitaria, dove il teatro torna a essere rito e incontro. Ne è un esempio “Il Gabbiano” del Teatro Menzatì, compagnia sanvitese che, sotto la guida di Valentino Ligorio, Omar Giorgio Makhloufi e Diana Dardi, rilegge Čechov in chiave intergenerazionale. Il cast è composto da Iris Brandi, Sara Farina, Emilia Platania, Enea Ariani, Nicolò D’Adamo, Pino Capone ed Emanuele Colucci. Insieme, costruiscono un teatro che unisce biografie diverse, stili e memorie, trasformando la scena in un luogo di passaggio, dove la fragilità individuale si trasforma in forza collettiva.

Questa dimensione trova espressione anche nel poetry slam, punto di arrivo della residenza “Siamo animali, facciamo rituali”. A vincere è Andrea Bitonto; ciò che resta è l’energia di un rito collettivo, dove il verso orale torna alla sua funzione antica e nuova: essere corpo, relazione, resistenza. È poesia che non si legge: si vive.
“Casa Lella” è una casa di tolleranza, ma anche un piccolo teatro di emozioni, desideri, abusi e sogni venduti. La regia di Emanuele Baroni gioca con i toni del grottesco e del sentimentale, tra luci da noir anni ’50 e atmosfere felliniane con venature brassiane. Madama Lella, matrona monumentale e barocca, regna su un mondo sospeso tra rossetto e disperazione. Giovanna Malaponti firma una drammaturgia che alterna ironia e denuncia, e la interpreta con misura e intensità, affiancata da Claudia Ligorio, Alice Tempesta e Valerio Castriziani. Le voci si mescolano tra romanesco e dialetto nordsalentino, in un crocevia di accenti e umanità. Si ride, ci si commuove, si resta sospesi. Ma sotto le ciglia finte si nasconde il dolore vero. La violenza di genere affiora tra una risata e un abbraccio. Il possesso maschile si traveste da amore. Penelope e Vita trovano rifugio l’una nell’altra: non solo sorellanza, ma amore e resistenza. I movimenti scenici sono essenziali, precisi, sempre al servizio del racconto. Le sottane appese diventano sipario, simbolo, bandiera. A “Casa Lella” si lotta con grazia. E si sogna con rabbia.

Infine, la ricerca si spinge verso nuovi linguaggi. In “PORNODRAMA_TRIO” (produzione Versiliadanza), ideato e interpretato da Camilla Guarino, Giuseppe Comuniello e Sara Pranovi (interprete LIS), la scena si apre su un sistema permeabile, destrutturato, in cui lo spettatore è invitato a entrare, sostare, muoversi. La performance si costruisce come un attraversamento corporeo e sensoriale, dove il corpo è il primo linguaggio: esplora il peso, la gravità, l’equilibrio, trasformando lo spazio in campo di tensione e ascolto.
Ogni gesto è calibrato, lento, meditativo, costruendo una danza minimale che valorizza la presenza. La gravità si ribalta nei momenti di abbandono, dove i corpi si affidano l’uno all’altro, sospesi tra caduta e sostegno. La componente LIS amplifica la drammaturgia visiva e rende il gesto ancora più significativo. La parola è usata con misura, lasciando spazio al silenzio, al non detto, alla vibrazione emotiva tra i corpi.

In “One, two, through”, Barbara Carulli e Sara Capanna disegnano una danza di coppia leggera come il volo di due rondini, fatta di sguardi che si cercano e gesti che si rincorrono senza mai ripetersi. È un incontro di differenze che si fa sintonia, senza mai scivolare nell’uniformità. Le braccia si aprono prima verso sé stesse, poi verso l’altra, in un dialogo intimo e mai forzato. I suoni, ora lievi ora stridenti, accompagnano una relazione che nasce fragile ma si fa solida, invisibile ma presente. Trasporto e crisi si sfiorano, consumandosi dentro una solitudine abitata. Ogni caduta è occasione di contatto, ogni attesa un tempo da rispettare. La danza diventa sostegno, fiducia, ritorno. Anche nella fatica, c’è sempre un “esserci”.
Fori è ormai al giro di boa. Questa prima parte del festival non offre risposte, ma apre spazi cruciali. Disegna il ritratto di una generazione di artisti che, con rigore e coraggio, usa la scena per abitare la complessità del presente. E lo fa partendo da qui. Dalla Puglia. Proponendosi come bussola per orientarsi nella geografia del nuovo teatro italiano.

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