Tempora/Contempora 2026, i corpi tra mito e guerra

La buca di Lupinelli e Pol (ph: Alessandra Bibbiano)
La buca di Lupinelli e Pol (ph: Alessandra Bibbiano)

Dalla coreana Lee K-Dance Company al francese Le Borgne, fino alla Compagnia Nerval Teatro: a Lecce una geografia internazionale di corpi, miti e fragilità

C’è un’immagine che forse più di altre restituisce il senso della settima edizione di Tempora/Contempora: un corpo che attraversa uno spazio, lo misura, lo scuote, lo abita e infine lo trasforma. È il corpo il vero centro gravitazionale del festival ideato e diretto da Franco Ungaro, che dal 30 agosto al 6 settembre ha portato a Lecce e Galatina teatro, danza, musica, cinema, poesia, installazioni e arti contemporanee.

Il titolo scelto, “Corpi tra riti e miti”, esplicita una ricerca che nelle ultime edizioni si è fatta sempre più urgente: mettere il corpo dell’artista e quello dello spettatore dentro il tempo presente, mentre sullo sfondo continuano ad arrivare i rumori delle guerre.
Non è un tema ornamentale. Il corpo appare come luogo di memoria, identità, trasformazione e incontro, ma anche come superficie sulla quale la contemporaneità imprime le proprie ferite. Il festival affida all’arte una possibile funzione rigeneratrice. È una posizione culturale, non una semplice cornice tematica: rompere le gabbie delle discipline, delle lingue e dei generi significa anche provare a immaginare una comunità diversa.

In questo senso, Tempora/Contempora rappresenta una presenza particolare nel panorama artistico pugliese. Non tanto per le dimensioni, quanto per la costanza con cui porta nel Salento artisti, compagnie e pratiche provenienti da altri Paesi: Corea del Sud, Polonia, Palestina, Macedonia del Nord, Francia, Paesi Bassi.
È anche il risultato dell’assiduità di Ungaro con la scena internazionale, della sua capacità di costruire relazioni e di intendere Lecce non come periferia, ma come un luogo nel quale i circuiti della contemporaneità possono incontrarsi.

La presenza sudcoreana imprime un segno particolare. La Lee K-Dance Company, diretta dalla coreografa Lee Kyung-eun, è una realtà affermata dal 2002 nella danza contemporanea, con una ricerca che mette in relazione individualità dei corpi e temi della contemporaneità.
A Lecce la compagnia ha realizzato una residenza internazionale, coinvolgendo studenti e docenti del liceo coreutico Ciardo Pellegrino e la Soul Breathe Crew. Il risultato, “LaYeRs”, nasce dal tema «il corpo che attraversa il tempo» e utilizza il sistema della compagnia, il Body Score, per trasformare memorie personali e territoriali in movimento.
La restituzione al Museo Castromediano è una delle esperienze più interessanti del festival proprio perché rifiuta l’idea della danza come esibizione separata dallo spazio. “LaYeRs” percuote il museo: il luogo diventa materiale coreografico. Il pubblico si muove, osserva, viene coinvolto a intervalli, mentre i danzatori costruiscono una geografia mobile fatta di assoli ed ensemble, micromovimenti e improvvise accelerazioni, fino alla corsa.
A governare questa materia è il “Boléro” di Ravel, con la sua progressione ipnotica e circolare. La musica diventa una struttura temporale dentro cui il movimento può accumularsi, ripetersi, mutare.
“LaYeRs” instaura un rapporto fra la struttura reiterativa del “Boléro” e la capacità della coreografia di appropriarsi del tempo musicale attraverso il corpo. Ed è forse qui che si coglie la qualità più interessante del lavoro: non c’è mai la ricerca dell’effetto speciale. La danza accade nello spazio. Il corpo diventa memoria.

LaYeRs (ph: Alessandra Bibbiano)
LaYeRs (ph: Alessandra Bibbiano)

Una logica analoga, seppure attraverso un linguaggio completamente diverso, si ritrova in “00:00 – Ageless” della Soul Breathe Crew. La performance hip-hop attraversa corpo, ritmo e identità mettendo in relazione l’energia della danza urbana con il tema del tempo e delle trasformazioni individuali e collettive.
Ma è proprio il rapporto con il suono a diventare una delle sorprese della performance. La musica salta per un problema tecnico, ma la danza non si interrompe. Prosegue nel silenzio, affidandosi a una memoria mentale del ritmo. Poi arrivano lo schiocco delle dita, il battimani degli spettatori, la ricostruzione collettiva di una pulsazione. Il corpo non ha più bisogno della musica registrata: se la produce.
È una piccola dichiarazione poetica che attraversa buona parte di Tempora/Contempora: il corpo come luogo in cui ciò che è esterno può essere assorbito, trasformato e restituito. Persino uno scarafaggio, impazzito tra i corpi tarantolati dei danzatori.

Il terzo incontro con la Lee K-Dance porta invece al Chiostro dei Teatini “Chunmong: Spring Dream”, uno dei lavori simbolo di Lee Kyung-eun. Il titolo richiama la filosofia coreana dell’Il-jang-chun-mong, secondo cui la vita è fugace come un sogno di primavera.
Due donne, Hyun Joo Kim e Jeongmin Na, vestite di bianco, lavorano sulle distanze. Il loro rapporto è fatto di avvicinamenti, separazioni, attese e reciproci riconoscimenti. La coreografia attraversa quattro quadri mettendo in relazione desiderio, alienazione, identità e speranza. Nel lavoro confluiscono anche riferimenti al pansori (un genere musicale coreano) e al ganggangsullae (un’antica danza coreana), la dimensione collettiva di una tradizione che qui viene ricondotta dentro un linguaggio contemporaneo.
La bellezza eterea di “Chunmong” sta proprio nella sua capacità di non spiegare la filosofia da cui prende le mosse. La lascia affiorare dalle immagini. Due corpi bianchi possono essere vicinissimi e contemporaneamente lontani; possono apparire come due individui oppure come le due metà di una stessa esperienza. Il sogno diventa allora una condizione fisica.

Accanto alla Corea arriva la Francia con “Ad libitum” di Simon Le Borgne e Ulysse Zangs.
Qui danza e musica dal vivo diventano inseparabili. La performance nasce dal desiderio di uscire dalle forme rigide nelle quali il corpo rischia di rimanere imprigionato. Lo spazio è circolare e il pubblico entra fisicamente nel dispositivo della scena.
La relazione tra Le Borgne e Zangs è destabilizzante. La chitarra elettrica e le percussioni hanno una forza quasi devastante, ma non sovrastano il danzatore: gli rispondono. Gli assoli progressivamente diventano amalgama. Caduta e ascesi, solitudine e incontro, commozione e quiete, abbraccio e riposo costruiscono un dialogo in cui il corpo sembra continuamente dover rassicurare un proprio demone interiore.
Zangs compone dal vivo, alternando batteria, sintetizzatore e chitarra elettrica; il suono nasce dunque in relazione diretta con il movimento. È questo rapporto di ascolto reciproco a rendere il lavoro coinvolgente: non c’è un accompagnamento musicale della danza, ma due presenze che si cercano e sostengono.

Il mito ritorna negli spettacoli degli ex allievi della Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, ospitati nel chiostro dell’ex Convitto Palmieri, luogo che custodisce anche l’Archivio Carmelo Bene.
“Icarus” e “Prometheus”, entrambi di e con Marcello Malchiodi, affrontano due figure mitologiche per parlare del corpo contemporaneo.
In “Icarus” il corpo diventa contemporaneamente sostegno e gabbia. Malchiodi indaga il proprio corpo in lotta con sé stesso e con un mondo veloce ed esigente.
“Prometheus”, seconda tappa di una trilogia dedicata alle diverse forme della follia, assume invece la condizione dell’emarginato e la porta dentro un corpo che sembra non trovare pace.

Dall’assolo, potente e sfaccettato, si passa alla coralità di “PodiÀfos” di Maria Priscilla Cornacchia.
Quattro performer (con Cornacchia, Giorgia Atti, Alvise Gioli e Miriam Maso) attraversano un rito di rinascita nel quale electro-pizzica e rave diventano il paesaggio sonoro di una liberazione dal giudizio.
La ricerca parte dalla domanda su cosa accada quando il corpo riesce a sottrarsi allo sguardo che continuamente lo misura.
Sono lavori diversi, ma accomunati dalla stessa questione: quanto può sopportare un corpo prima di trasformarsi? Terapia e dolore, ambizione e morte, limite e desiderio finiscono per coincidere.

Poi c’è “La Buca” di Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol (Nerval Teatro), con Carlo De Leonardo e lo stesso Lupinelli.
Qui il mito lascia spazio a un Beckett filtrato da una sensibilità quasi felliniana: creature poetiche sospese fra vita e morte, un albero spoglio, un tunnel che sembra già precipizio, corpi che avanzano come morti deambulanti. Lo spettacolo nasce da un lungo lavoro sui personaggi e sui temi beckettiani di “Aspettando Godot”, “Finale di partita”, “Giorni felici” e “L’ultimo nastro di Krapp”.
Ci sono echi chapliniani, pause eccessive che assomigliano alla vita: una lunga sospensione senza vero riposo. E alla fine, quando non sembra rimanere altro, resta l’incontro.
La presenza di De Leonardo acquista una forza particolare. Il corpo fragile diventa capace di intercettare l’assoluto attraverso un incontro profondamente umano.

Tempora/Contempora sembra tornare sempre allo stesso punto. Il mito non appartiene al passato, ma continua a muoversi dentro i nostri corpi. Icaro, Prometeo, il sogno di primavera, il corpo che cambia pelle, Beckett: figure diverse per una medesima condizione umana.
E mentre fuori continuano i rumori delle guerre, il festival oppone una diversa forma di ascolto. Il corpo che danza, corre, cade, abbraccia, resiste. Il corpo che ricorda. Che incontra un altro corpo. E prova a ricominciare.

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