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Tempora Contempora Fest 2025: il teatro del Sud che parla al mondo

Reface (ph: Alessandra Bibbiano)

Reface (ph: Alessandra Bibbiano)

Da Lecce a Galatina, il festival ideato da Franco Ungaro, direttore dell’Accademia Mediterranea dell’Attore, convoca linguaggi fisici, sguardi radicali e corpi resistenti

Nel Salento, periferia geografica ma non culturale del sistema teatrale italiano, arde una fiamma vivace: Tempora Contempora Fest, giunto alla sesta edizione. Diretto da Franco Ungaro per conto di AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore, il festival si snoda tra Lecce e Galatina, configurandosi come un’oasi creativa in cui la ricerca artistica si intreccia con memoria, politica e la necessità di uno sguardo nuovo sul mondo.

Il Sud, in questa cornice, non è sfondo ma protagonista: spazio vitale, crocevia di storie globali, luogo dove l’innovazione si radica nelle tradizioni. Tempora Contempora è un progetto coraggioso, ispirato alla radicalità di Carmelo Bene, cui è stata dedicata una serata-omaggio il 1° settembre, nel giorno esatto dell’88° anniversario della sua nascita. Il festival ne raccoglie l’eredità anticonvenzionale: quella volontà di scuotere coscienze e sovvertire i codici, andando oltre la rappresentazione.

Il tema del 2025 – i corpi – attraversa tutte le opere in programma. I corpi come luogo di passaggio, ferita e resistenza. In un’epoca segnata da guerre e silenzi internazionali, dal sangue che scorre a Gaza alla diplomazia che tace, il teatro si fa strumento di denuncia, di memoria e di speranza. Tempora Contempora ribalta la geografia culturale, affermando la periferia come centro pulsante di un discorso globale, che parla di identità e trasformazione.

Jaewoo Jung: la mano che diventa altro
Il nostro impatto iniziale con il festival è affidato a “Uninhabited Island”, performance radicale del sudcoreano Jaewoo Jung, che scardina il linguaggio tradizionale del teatro intersecandosi con quello del cinema delle origini. Un monologo senza parole, senza musica, senza interlocutori: solo un uomo e un tavolino, che diventa isola, armatura, confine.
La scena è essenziale: luce tagliente, il tavolino portato in scena come un carapace. L’attore si muove con una gestualità minimalista e ipnotica. La mano è la vera protagonista: si emancipa dal corpo, si fa creatura autonoma, marionetta anarchica, dittatrice e prigioniera, nemica e complice.
L’abito è parte integrante della scena. Elegante, nero su camicia bianca. Classico, quasi d’altri tempi. Ma liscio e scivoloso come un’armatura. Serve a nascondere, a mostrare, a confondere. Il corpo si trasforma. La mano prende il sopravvento.
Sì, la mano. Quella che diventa protagonista. Che si stacca, vive, si ribella. Una presenza anarchica, un corpo estraneo. A tratti marionetta, a tratti dittatrice. Jung la guarda, la rincorre, la domina e la subisce. La gonfia come un airbag con un soffio, la schiaccia, la osserva. La sua mano non è più parte di sé. È l’altro. È l’isola.
La scena è vuota. Solo il tavolo e lui. Niente libro, niente device. Nessun interlocutore. Quando non hai niente con cui relazionarti, parli con te stesso. O meglio: col tuo corpo. E Jung lo fa. Un dialogo tra l’io e la sua estensione. Il corpo intero, ridotto a mano. L’umano, ridotto a gesto.
Questa mano è simbolo di un’identità scissa, un frammento ribelle che cerca una forma nel silenzio. Il lavoro ricorda La Linea di Osvaldo Cavandoli, ma va oltre: è un’indagine sulla frammentazione del sé, sull’isolamento, sull’ambivalenza tra autonomia e prigionia.
C’è ironia, c’è tensione, c’è una comicità fisica che rimanda al cinema muto di Buster Keaton. Ogni gesto è calibrato, ogni movimento ha un peso simbolico. L’assenza di parole richiede allo spettatore presenza e ascolto, trasformando il teatro in dialogo silenzioso e viscerale.
L’artista reagisce a qualcosa che non controlla. Le dita diventano gambe, occhi, nemici, alleati. Una corsa infinita.
C’è qualcosa di marziale nella performance. Precisa, scandita, geometrica. Ogni movimento ha una traiettoria chiara. Eppure, l’attore è sempre sul punto di perdere il controllo. Le mani sembrano insetti. O bambini capricciosi. Ribollenti, rivoluzionarie. Da reprimere, eppure ingovernabili. Mani che vivono di vita propria.
Ma non è solo esercizio tecnico. La danza si fa poesia. Trasognata, incantata. Jaewoo gioca, lotta, cade, si rialza. Si arrampica, vacilla, si siede, aspetta. Cerca qualcosa. Forse sé stesso. Forse una risposta. Forse solo compagnia.
C’è una scena in cui le dita sembrano fuggire, veloci, leggere. Una corsa sulle note di Bach, come in un cartone animato d’altri tempi. Un momento sospeso, tenero, malinconico. L’umorismo si fa dolcezza. La gag si fa nostalgia. L’isola si fa infanzia.
Poi arriva il climax. La mano-pistola. Un dito puntato alla tempia. Un gesto tanto teatrale quanto violento. Simbolico, sì. Ma potente. L’aria si spezza. Il tavolo cade. Il buio cala. Il corpo crolla. Il silenzio si fa colpo di scena. Lo spettatore resta senza respiro.

Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani: il corpo che parla il silenzio
Tra le proposte più intense del festival, “Gianni” di Caroline Baglioni, con la regia invisibile e chirurgica di Michelangelo Bellani, è un lavoro che trasforma il teatro in rito di memoria, testimonianza e trasformazione.
La scena è un rettangolo angusto, recinto dell’identità frantumata. Baglioni entra zoppicando, calzando una scarpa maschile e un tacco femminile. È una Venere ibrida, che evoca tanto l’arte povera di Pistoletto quanto un’umanità spezzata, sospesa tra identità in conflitto.
Il testo nasce da registrazioni autentiche: la voce dello zio Gianni, raccolta negli anni Ottanta, risuona come un’eco lontana. Caroline ne fa corpo: si piega, cade, si rialza, in un dialogo costante con un’assenza ingombrante.
Il microfono non amplifica, ma denuncia una distanza: tra io e altro, tra pensiero e carne, tra presente e passato. Le luci intermittenti sembrano scatti di memoria, bagliori di un cervello in crisi. La colonna sonora è un battito accelerato, ansioso.
Le scarpe sparse sono relitti d’identità. Caroline le cambia, le abita, le rifiuta. Si muove in uno spazio che è cella e palcoscenico, tra lucidità e delirio. Ogni gesto è lotta, ogni respiro un tentativo di riconciliazione.
“Gianni” è una liturgia laica che interroga l’eredità affettiva, le identità ibride, le dissonanze emotive. Un’opera che non consola, ma apre ferite e le espone con coraggio.

Les Idoles: metamorfosi e maschere dell’identità
Il collettivo francese Les Idoles presenta “Reface”, performance visiva e coreografica che esplora la fluidità dell’identità. Le due performer, Chandra Grangean e Lise Messina, si muovono come uscite da un quadro surrealista: piedi nudi, volti bianchi, corpi marziali.
L’azione è scandita da una colonna sonora fatta di ticchettii ossessivi (firmata da Martin Malatray-Ravit). Le performer applicano e strappano strati di maschere, cellophane, trucco, parrucche. Ogni strato è una sovrastruttura sociale, una pelle da cui liberarsi.
I volti sono il centro del dispositivo. Strati di identità che si scollano uno a uno: scotch, parrucche, trucco. Il viso come enciclopedia visiva delle maschere sociali, culturali, affettive. Queste creature ibride e bizzarre svelano, nel lento disfarsi, la fatica di essere sé stesse. Le facce sono involucri. Impalcature costruite nel tempo. Ma sotto, forse, c’è un’essenza. Un volto nudo. Un “vero sé”.
Lo spettacolo riflette sull’identità come costruzione fluida. Ogni incontro, ogni relazione lascia una traccia. Lo si vede nel continuo scambio tra le due performer, che inizialmente condividono lo stesso volto indecifrabile. Poi, gradualmente, si differenziano. Ma restano legate da una strana simmetria. La loro è un’umanità deformata, instabile. Un teatro della dissimulazione che ricorda tanto le maschere apotropaiche di Bali quanto i giochi d’identità di Pirandello.
“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”, scriveva Oscar Wilde. Qui, il paradosso si ribalta: solo togliendo la maschera si può forse arrivare a una forma di verità.
“Reface” è anche una riflessione sulla trasformazione come necessità. Le performer ingoiano plastica, come animali che si nutrono della propria placenta. Ma questa metamorfosi è crescita. È il faticoso cammino del “diventare” attraverso il disfarsi.
I movimenti sono minimi, controllati. Le luci fredde, chirurgiche. Perché la simulazione, come la dissimulazione, richiede strategia. Il risultato è uno spettacolo che si muove tra danza, arte visiva e antropologia, capace di lasciare il pubblico sospeso tra fascinazione e inquietudine.
In scena, infine, resta il silenzio. E due sguardi che si incrociano, per la prima volta. Spogli di tutto. Forse finalmente autentici.

Janet Novás (ph: Alessandra Bibbiano)

Janet Novás: una danza che deflagra tra terra e trance
Il festival si chiude con la forza viscerale di Janet Novás, coreografa spagnola che presenta “Mercedes máis eu”: un rito contemporaneo, carnale e urgente.
In una terra che conosce la trance della pizzica, Novás riscrive la tradizione con un corpo che pulsa, urla, batte. I capelli sciolti diventano tentacoli, le membra si contorcono, la danza diventa sopravvivenza.
La musica di Mercedes Peón – elettronica e tribale – trascina in una trance urbana. Non c’è grazia, ma potenza. Non c’è armonia, ma urgenza.
Il momento culminante: due sacchi di terra rovesciati sul palco. Janet vi si immerge. La terra è madre e tomba, origine e fine, materia e memoria. È una danza per non morire, per restare.
“Mercedes máis eu” è un’esplosione di energia femminile radicale: un corpo che travolge senza chiedere permesso. Il pubblico resta scosso, colpito, trasformato.

Tempora Contempora è un manifesto artistico e politico. In una terra lontana dai grandi circuiti, il teatro diventa terreno di confronto, denuncia e rinascita. Portando a Lecce e Galatina artisti e compagnie da tutto il mondo – dalla Corea del Sud alla Francia, dalla Spagna ai Balcani – il festival crea un dialogo internazionale che trova radici profonde nella realtà locale. La periferia non è cornice, ma centro vitale che produce innovazione.
Il festival diretto da Franco Ungaro conferma la necessità di costruire ponti e alleanze che superino geografie e convenzioni, nell’incontro fra tempi, corpi e mondi diversi.

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