Il Torquato Tasso di Phoebe Zeitgeist: discesa onirica nel verso di Goethe

Daniele Fedeli in Torquato Tasso (ph: Luca Interime)
Daniele Fedeli in Torquato Tasso (ph: Luca Interime)

Il debutto del monologo di Giuseppe Isgrò, con un appassionato Daniele Fedeli, ripropone l’autore della “Gerusalemme Liberata” fra lirica, epica e deliri

Addentrarsi nelle ferite. Esplorare gli anfratti da cui sgorga, pura e feconda, la poesia.
La veste onirica di “Torquato Tasso, una discesa nel verso”, dramma tratto da Goethe che Phoebe Zeitgeist ha portato in prima nazionale al Teatro Elfo Puccini di Milano, è chiara sin dall’immagine creata per la locandina dello spettacolo da Francesca Frigoli. Ricorda le copertine di certi dischi in vinile degli anni Settanta: radiografie luminescenti degli abissi di un fondale marino; labirinti di un tormentato subconscio.
Ed è proprio così questo spettacolo ideato e diretto da Giuseppe Isgrò: un viaggio psichedelico nelle pieghe della mente umana; un’autoflagellazione; l’inabissarsi dentro una caleidoscopica introversione.

Entriamo nel mondo interiore di Tasso attraverso il filtro di Goethe. Intraprendiamo un viaggio stordente nel rapimento di echi sonori che risuonano come mantra.
Dissolvenza notturna. Letargo cosmico. In un crogiolo di atmosfere allucinate emerge una scena di drappi di vari colori. Daniele Fedeli, l’interprete, è un fauno seminudo che sembra uscire da un quadro di Dante Gabriel Rossetti.
Una musica progressive metal. Una voce fuori campo. Atmosfere stordenti. Un quadrato di monitor vintage, da cui affiorano visi femminili (Frigoli e Maria Bacci Pasello) in pose illanguidite, un po’ ritratti di Klimt, un po’ cinema espressionista tedesco.

La drammaturgia di Francesca Marianna Consonni asciuga Goethe, si focalizza sul dramma psicologico di Tasso e ne insegue i vaniloqui. L’antefatto è semplice: Tasso si trova a Ferrara, a corte di Alfonso II d’Este, cui presenta la “Gerusalemme liberata”.
Eleonora, sorella del duca, celebra il poeta offrendogli una corona d’alloro intessuta dalle sue mani. L’idillio che nasce fra Tasso e la giovane scatena il livore di Antonio Montecatino, segretario di corte, che il poeta sfida a tenzone. Lo scandalo che ne segue porta all’arresto di Tasso, che qui osserviamo vaneggiare nell’ospedale di Sant’Anna dov’è recluso.


Non si sbagliava Prezzolini, per il quale «il Tasso piacerà sempre più alle anime romantiche, mentre l’Ariosto sarà sempre più ammirato dagli spiriti classici».
Daniele Fedeli interpreta un uomo «che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all’avversità, che soffre e patisce oltre modo. Sieno ancora immaginarie e vane le sue calamità, la infelicità sua certamente è reale» (Leopardi, “Zibaldone”).
Questo Tasso è un nodo di contraddizioni. La schizofrenia, il suo bifrontismo spirituale, lo portano a una parossistica oscillazione tra realtà e immaginazione.

In questo lavoro complesso e oscuro, campeggia la prova attoriale di Fedeli, che si spoglia dell’apollineo e veste il dionisiaco attraverso il contatto pervasivo con la follia, con le dolorose rievocazioni e i supplizi dell’anima. Del resto, anche nelle lettere autografe dall’ospedale – qui citate passim e a brandelli – Tasso parlava di un folletto dispettoso e maligno che gli faceva visita costantemente.
Fedeli spadroneggia. Dialoga con qualunque cosa gli capiti a tiro, un unicorno in miniatura, un guinzaglio, una cuffia, un seno finto, un dildo, una fune, una voce fuoricampo, i drappi disseminati sulla scena, una lastra metallica che percuote sprigionandone il rumore lacerante. E poi, abiti e cappelli di tutte le risme, una mela che addenta madido di sudore in mezzo alla platea, e tutta l’attrezzatura della scherma: la tuta, la maschera, la spada.

Ne nascono soliloqui e dialoghi: con Antonio, con Alfonso, con Eleonora d’Este.
Respingimenti e attrazioni. Assistiamo al continuo andirivieni tra i personaggi, al rovesciamento dei ruoli, al gioco delle parti. L’eroismo s’interseca con l’amore. Il tema cavalleresco si tinge di fascinazioni erotiche. La follia è peccato e amore smisurato, ossessione e liberazione.

Il demone del teatro pervade la scena. Passioni e allucinazioni centrifugano l’intreccio fra attore e spettatori. Il verso annichilisce ogni equilibrio: sconnesso e insondabile, fuoriesce come bava dalle labbra di un Fedeli posseduto e ottenebrato.
Fra voci e stridori, guaiti ed esplosioni, entriamo nella voragine della poesia, nella follia di un mondo perfettamente alla rovescia. Il dramma diventa luogo dell’eccesso, delle pulsioni incontrollate e irrefrenabili, del rovesciamento di ogni ordine logico.

Sulla scena, il cerimoniale della follia contempla aspetti rituali (il denudamento del protagonista, l’alterazione fisionomica, la non comunicazione) e irrituali (il verso sublime e obliquo che smaschera l’ipocrisia e si fa portatore di verità assolute).
Pazzia e saggezza si inseguono e si afferrano in un equilibrio instabile. Il guitto in scena ci rivela il significato più profondo dell’esistenza. Contempla l’ironia e il paradosso. Porta alla ribalta l’assurdità della vita e dell’agire umano, rovesciando la comune prospettiva di giudizio e presentandosi come energia creativa che muove il mondo e gli uomini, aiutandoli a convivere con i loro tormenti.

«Se nel dolore l’uomo ammutolisce / A me un dio ha concesso di dire quanto soffro», sentenzia il Tasso di Goethe: è il privilegio e la maledizione degli artisti.
Giuseppe Isgrò vi penetra attraverso un testo vibrante e concitato, con una regia stroboscopica. Si addentra nei dedali occulti della mente anche attraverso il sond dark di Shari DeLorian e i contributi visual di Luca Intermite. La voce off di Giovanni Franzoni aggiunge ulteriori note misteriose alle atmosfere allucinogene dello spettacolo.

Torquato Tasso una discesa nel verso
dal dramma di Johann Wolfgang Goethe
ideazione e regia Giuseppe Isgrò
drammaturgia Francesca Marianna Consonni, Giuseppe Isgrò
con Daniele Fedeli
sound Shari DeLorian
visuals Luca Intermite
voce off Giovanni Franzoni
in video Francesca Frigoli, Maria Bacci Pasello
assistenza scene e costumi Danilo Vuolo
cura del progetto Francesca Marianna Consonni, immagine Francesca Frigoli,
produzione Teatro dell’Elfo
in collaborazione con EstroTeatro, con il sostegno di Terzo Paesaggio, Odemà, Teatro Chisciotte

durata: 2 h più intervallo
applausi del pubblico: 3’

Visto, a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 25 novembre 2022
Prima nazionale

 

 

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