La Trilogia della Realtà di Domesticalchimia: quando il teatro si fa specchio della vita

Merli e Serena
Merli e Serena

Francesca Merli e Laura Serena raccontano un progetto che fonde teatro documentario, performance e video, per indagare sogni, disabilità e morte

Raccontare l’essere umano nella sua complessità, senza filtri, senza retorica, ma con una delicatezza radicale: è questo l’obiettivo che si sono poste Francesca Merli e Laura Serena nella loro “Trilogia della Realtà”, un progetto teatrale articolato in tre capitoli che attraversano i territori del sogno (“La Banca dei Sogni”), della disabilità (“In Stato di Grazia”) e della morte (“Ci vuole un po’ per poter vivere”). Ogni spettacolo nasce da incontri reali, testimonianze raccolte in anni di ricerca, e si trasforma in un dispositivo scenico in cui la realtà e la finzione dialogano, si intrecciano e si confondono. La compagnia Merli–Serena ha scelto di mettere al centro il corpo, il vissuto, la voce di chi spesso resta ai margini. E in questo dialogo continuo con la vita, lo spettatore è chiamato a interrogarsi, a uscire dalla propria zona di comfort. Abbiamo incontrato le due artiste per approfondire il loro lavoro e per scoprire cosa si cela dietro una proposta così originale e urgente della scena contemporanea.

La Trilogia della Realtà esplora tre temi fondamentali e universali: i sogni, la disabilità e la morte. Come è nata l’idea di racchiudere questi temi in una trilogia e come ogni capitolo si collega agli altri?
Francesca Merli: Come regista, questa trilogia nasce da un’urgenza profonda: quella di indagare la realtà in tutte le sue sfaccettature, partendo da temi che spesso fanno paura o vengono evitati. Sogni, disabilità e morte ci parlano in modo diretto e universale. Sono esperienze che tutti viviamo, in forme diverse. Il nostro intento è di raccontare queste dimensioni usando il linguaggio del teatro contemporaneo e documentario. Ogni spettacolo è autonomo, ma insieme formano un disegno complesso: un viaggio nell’umano.
Nel primo capitolo, “La Banca dei Sogni”, partiamo da uno sguardo collettivo: come sogniamo, da bambini fino alla vecchiaia? I sogni diventano strumenti per leggere la società, il tempo in cui viviamo, le trasformazioni interiori e sociali. Ma non sono evasione: sono un altro modo di dire la verità.
Il secondo spettacolo, “In Stato di Grazia”, è più intimo: parla di disabilità, di corpo, di identità, di amore. Qui lavoriamo con otto ragazzi, con e senza disabilità, e raccontiamo anche il loro rapporto con i genitori, presenti in video. C’è un riferimento dichiarato a Pinocchio, al rapporto tra Geppetto e Pinocchio, ma è un’inchiesta vera, che scava nella realtà.
Infine, “Ci vuole un po’ per poter vivere” (il titolo è provvisorio) è un lavoro sul lutto, sulla morte e su come rappresentarla. È un progetto in cui una protagonista – un’attrice – diventa alter ego della regista e mette in scena il proprio lutto, cercando un modo per sollevare se stessa e il pubblico.
In tutti e tre gli spettacoli, il confine tra realtà e finzione è sottilissimo. Gli attori non recitano soltanto: si mettono in gioco, si espongono. Il teatro diventa uno spazio dove lo spettatore può guardare di nuovo cose che pensava di conoscere: un sogno, un figlio, una perdita.

In “La Banca dei Sogni”, in scena il 16 e 17 maggio al Teatro della Tosse di Genova dopo una settimana al Litta di Milano, raccogliete storie da persone di diverse età. Come si intrecciano queste esperienze con il tema della realtà e in che modo avete selezionato le testimonianze da includere nello spettacolo?
Laura Serena: I sogni sono un pretesto per raccontare le vite delle persone. Parliamo di sogni, ma in realtà parliamo di paure, desideri, traumi, speranze. Ogni intervistato costruisce un racconto. A volte emerge qualcosa di profondo, quasi rivelatorio. È in quei momenti che scegliamo di includere una storia.
Ad esempio, Khalil ci ha parlato della sua vita da senzatetto e poi dei sogni in cui rivede le montagne del Marocco. Guido ci ha raccontato la ball culture e il suo desiderio di stabilità. Non cerchiamo storie eclatanti: cerchiamo verità emotive. I sogni permettono di parlare dell’indicibile, ma anche del quotidiano, con una libertà rara.

La banca dei sogni
La banca dei sogni

La compagnia Merli – Serena fonde realtà e finzione. Come si è evoluto questo approccio nei diversi capitoli della trilogia e che ruolo ha il linguaggio video?
Laura Serena: Il video è diventato una parte essenziale del nostro linguaggio. All’inizio portavamo i sognatori in scena, ma questo comportava molte incognite. Ora, grazie al video, possiamo costruire un set, curare la luce, l’inquadratura, usare l’immagine per evocare. Le interviste sono reali, ma a volte filtrate dalla scrittura. Alcuni attori interpretano situazioni ispirate alle testimonianze. Il video crea un ponte tra chi parla e chi guarda, tra chi recita e chi ha vissuto. È uno strumento poetico, oltre che documentario.

Nel rendere visibile il sogno sulla scena, avete lavorato anche visivamente sul linguaggio onirico. Come avete costruito questa estetica e quali difficoltà avete incontrato?
Francesca Merli: È stato un processo lungo e complesso. Ogni città in cui abbiamo lavorato ci ha offerto volti, storie, luoghi. Abbiamo creato delle “banche dei sogni” locali. Poi, nella versione definitiva, abbiamo scelto di mostrare i sognatori solo in video, per rendere più leggibili le storie.
Un esempio che ci è rimasto nel cuore è Andrea, un ragazzo di 13 anni segnato dalla malattia, che sogna di allevare mucche. Nel sogno incontra Luisa, un’ex dottoressa che ha lasciato la medicina perché non sopportava di dare brutte notizie. Insieme si ritrovano in una fattoria ricostruita da noi. Sono due storie vere, intrecciate nel sogno.
Il video ci permette di restituire il non detto, di evocare l’inconscio. Ma la sfida è sempre quella di non tradire la realtà. Il nostro montaggio non è solo tecnico: è drammaturgico. Serve a creare uno spazio emotivo, relazionale.

Come è cambiato nel tempo il rapporto con i “sognatori”? E quale impatto ha avuto la loro presenza sul messaggio dello spettacolo?
Laura Serena: All’inizio portavamo i sognatori sul palco. Era bello, ma anche imprevedibile. Una signora, per esempio, si è confusa tra le sue battute e quelle degli attori e si è appropriata dell’intero testo. Con il video, invece, abbiamo potuto costruire una narrazione più stabile e chiara.
Ma il cuore del lavoro è sempre lo stesso: entrare nelle vite, ascoltare, accogliere. Abbiamo raccolto sogni in tutta Italia dal 2018. Ogni volta è un gesto di fiducia. Per noi, “La Banca dei Sogni” è diventata una forma di ascolto collettivo. Un diario sociale e generazionale. Una mappa onirica del nostro tempo.

La trilogia affronta temi profondi ma comuni a tutti. In che modo pensate che il pubblico riesca a riconoscersi nelle storie raccontate?
Laura Serena: Il riconoscimento è possibile se si stabilisce un patto. All’inizio dello spettacolo spieghiamo le regole del gioco. È importante preparare il pubblico, renderlo parte del processo. Solo così può aprirsi all’ascolto. Le storie sono molto diverse, ma ognuno può trovare un frammento che lo riguarda.

Non offrite risposte, ma interrogativi. Come vivete questa scelta e cosa sperate che resti al pubblico dopo aver visto uno dei vostri spettacoli?
Francesca Merli: È una domanda bellissima. Noi non vogliamo dare risposte, perché non le abbiamo. Il nostro obiettivo è stimolare il pensiero critico, la riflessione. Ogni spettacolo è anche una nostra ricerca personale. Ci mette in discussione. Ci interessa che il pubblico esca dalla sala più inquieto, ma anche più vivo. Magari in silenzio, ma un silenzio fertile, da cui può nascere qualcosa. Il nostro teatro è uno spazio
comune, come il teatro greco. Un luogo dove l’arte diventa occasione di pensiero.

State già lavorando a un nuovo progetto oltre la trilogia?
Francesca Merli: Sì, stiamo sviluppando un nuovo spettacolo intitolato “Cunnilingus”. È una riflessione sulle relazioni tra uomini e donne, ma anche un’indagine ironica e spietata sull’universo maschile. Intervistiamo solo uomini, e il testo nasce da queste conversazioni. È uno spettacolo più comico, più provocatorio, con al centro il corpo, il sesso, il desiderio. Sarà una svolta anche nel linguaggio: niente video, ma più drammaturgia contemporanea, grazie alla collaborazione con Angela Dematté. Tre donne in crisi identitaria cercano di capire il mondo maschile. E forse c’è anche un mistero da risolvere…

Se doveste sintetizzare in una frase il cuore della Trilogia della Realtà, quale sarebbe?
Merli – Serena: La trilogia è una lente che cambia messa a fuoco, ma mantiene lo stesso intento: restituire la realtà non come fotografia, ma come esperienza viva, che ci interpella, ci attraversa e, a volte, ci trasforma.

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