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Tu non mi perderai mai: fenomenologia di una trasmissione

Stefania Tansini (ph: Giuseppe Follacchio / courtasy of Orbita)

Stefania Tansini (ph: Giuseppe Follacchio / courtasy of Orbita)

Con Raffaella Giordano e Stefania Tansini una conversazione sul passaggio di un gesto da corpo a corpo, in occasione del ventennale della produzione, ospite di Resistere e Creare XII, rassegna della Tosse di Genova

Cosa resta di un gesto quando il corpo che lo ha generato smette di danzarlo? Qual è la possibilità della trasmissione della pratica e del messaggio di un corpo in movimento, dopo anni, dopo che la sua autrice e interprete decide di passarlo ad un’altra testimone?

“Tu non mi perderai mai” di Raffaella Giordano nasce nel 2005 da una domanda, un inciampo, un’esigenza. Vent’anni dopo la rimette in gioco. E basta entrare in teatro per trovare la risposta: è già in scena.
Incontriamo lo spettacolo ospite di Resistere e Creare XII, rassegna che a Genova, al Teatro della Tosse, ha offerto anche quest’anno uno spirito di alto profilo, e che annuncia una ripresa di stagione autunnale con grandi nomi della danza internazionale (ospiti, tra gli altri, Vandekeybus, Linga, Cie Rasposo e Hervé Koubi).

In “Tu non mi perderai mai” la scena è nuda: nessuna quinta, nessun fondale, il backstage lasciato visibile come una struttura aperta. Un tappetino di terra, una borsetta. Il resto è spazio, condizione sempre attiva: «Il vuoto non è mai stato assenza – ci racconta Raffaella Giordano – L’ho sempre sentito e vissuto come un luogo generativo».

Raffaella Giordano (ph: Silvia Cingano)

È proprio dentro questo vuoto che nel 2005, su invito di Umberto Angelini per l’Uovo Performing Arts Festival di Milano, nasceva la coreografia, che si muove fin dall’inizio dentro una relazione obliqua con il Cantico dei Cantici. Non uno spettacolo sul Cantico di per sé, ma una performance in assolo costruita come su una traccia, un profumo, una direzione maestra.

Quando le chiediamo il perché del Cantico, Giordano risponde: «È una domanda molto precisa, come uno spillo, in realtà la coreografia attiene a una genesi complessa, dove si intrecciano diversi piani. Il Cantico, nel suo mistero, è stato come un inciampo che non è un inciampo, ma un richiamo verso il tema dell’amore. C’è l’indagine sulla lingua del corpo, che è il primo movente. Vent’anni fa sentivo il bisogno di agire attraverso un gesto molto scarno, lavoravo in sottrazione per aumentare l’esposizione della figura in scena, dell’essere. Il tema forte era tornare alla solitudine come condizione necessaria da cui partire e ritornare sempre. Ma dentro questa solitudine, “Tu non mi perderai mai” si è generata attraverso lo sguardo delle persone che ospitavo in sala. Accoglievo il loro sguardo e fioriva la scrittura nel suo divenire».
Il Cantico, in questo senso, non è il soggetto dello spettacolo ma il suo “clima”: «Un profumo di quell’amore assoluto, riportato all’interno dell’indagine della lingua del corpo, della dimensione evolutiva dell’essere, nella quale tutti siamo compresi, in una rete senza limiti».

Il solo non è mai davvero solo, anche quando il tema è la solitudine. E quella solitudine abitata dallo sguardo altrui è esattamente quello che – anche vent’anni dopo – si vede in scena: Stefania Tansini è ferma, presente, esposta, in uno spazio che schiaccia invece di alleggerire, che espone invece di proteggere. Come in “Dogville” di Lars von Trier, ci troviamo di fronte uno spazio in cui la nudità dell’assenza di superfluo espone invece che proteggere.

Due decenni dopo il debutto, Giordano non vuole riportare questo suo personalissimo lavoro in scena, ma trasmetterlo. E trasmettere implica contatto fisico, trasfusione, un passaggio da corpo a corpo di qualcosa che la memoria non conserva. La scelta nasce da un’urgenza tutt’altro che progettuale: «È stata un’avventura edificante, un dono che abbiamo vissuto reciprocamente, e assolutamente inaspettato. Non è stata una volontà diretta: non mi sono detta “adesso vorrei ricostruire questo brano”. Come un po’ tutta la mia vita, fatta di incontri non premeditati, non guidati dalla ragione. Ho visto Stefania in scena, l’avevamo ospitata in una nostra rassegna a Cortona, e nel primo minuto ho ricevuto quella visione, la qualità di quel pezzo. Una presenza estesa, molto silenziosa, che dilatava lo spazio. Anche Umberto Angelini, direttore della Triennale di Milano — lo stesso che vent’anni prima mi aveva invitata per il debutto — muoveva uno stesso e simile pensiero, e si è creata questa situazione. Era una costellazione propizia. Ci siamo dette: ci buttiamo? Sì, ci buttiamo».

Attraverso Tansini, Giordano ha rivissuto «tutta la densità intrinseca intrappolata dentro questo pezzo – in simil modo era anche dentro di me, parte di me, una traduzione concentrata di numerose e fondamentali domande che ho trattato negli anni sul corpo, sul movimento, sull’essere presente». La trasmissione non è stata solo un dono a Tansini, ma in qualche modo anche un ritorno, qualcosa di intrappolato e assopito che, attraverso Tansini, si è liberato rendendo il lavoro visibile.

La prima cosa che colpisce è l’abito della danzatrice. Una trappola, non un costume. Gonna a mezza lunghezza, camicia con motivo optical, mezzo tacco: il guardaroba borghese e castigato di una donna qualunque in un giorno qualunque. Un’uniforme della normalità portata come una pelle sbagliata.

Ph: Silvia Cingano

Dentro questa forma il corpo lavora altrove: fuori asse, storto, deviato, quasi annodato su sé stesso, come a seguire tensioni invisibili, divine, metafisiche, astratte e tuttavia carnali, nel senso più fisico del termine. Sensoriale, non sensuale, più inquietante. E poi il dettaglio del tacco, che ricorda una delle due donne del Cafè Müller di Pina Bausch: una camminata sbilenca e disarmonica, richiamo sottile nello spettatore di quel teatro-danza.

Le braccia, grandi (e lunghe) protagoniste di questa pièce, seguono una logica del gesto che risponde a una chiamata; si dipanano e si spalmano nello spazio in spirali, torsioni, scivolate, movimenti congelati e poi di nuovo in moto ondivago, schemi continui, mai spezzati, irrisolti, come un passaggio lento da un fotogramma all’altro, a evocare una storia orizzontale narrata con la fatica della fermezza, del non muovere, e del muovere dal dentro. Certi port de bras severi che richiamano l’iconografia di Martha Graham, certa rotondità del braccio che traccia cerchi sul tappetino come se stesse scrivendo su una superficie viva.

«C’è, in questo lavoro, un tentativo millimetrico di abitare la forma, là dove il millimetro diventa infinito». Il cerchio torna come principio operativo: un utero, un occhio, un’orbita, un abbraccio. «Tutta la scrittura è un viaggio per compiere un abbraccio: un semicerchio che si forma, si slabbra, si scioglie, e alla fine si dissolve nel campo di tutti, che tutti abbraccia». La forma è precisa, «ma a un certo punto esplode nella percezione di uno spazio unico, dentro e fuori».

Stefania Tansini descrive la propria postura con una chiarezza cristallina: «C’è stata una dedizione nell’abbandonarsi a un viaggio che è nato in un altro corpo ma che si incarna nel mio. La mia postura è stata di accoglienza e ascolto. Mi sono posta come quel tramite che permette di rinnovare “Tu non mi perderai mai” attraverso il mio esserci. È un dono reciproco. È come vestire la pelle di un’altra persona e in certo senso farla tua. C’è un’ibridazione che non perde cuore e senso. Entrambe ci siamo affidate alla dimensione coreografica, alla scrittura, che è stato ciò che ha permesso a questo passaggio di manifestarsi, di rinnovare il lavoro, di renderlo altro pur rimanendo se stesso».

Su Tansini, Giordano è precisa: «Vedendola nella sua essenza, non avevo dubbi che avrebbe colto i semi primari di questo pezzo, le qualità e le domande che intuivo potessero riguardarla, che fossero parte della sua intima sfera di appartenenza, sempre nei riguardi della lingua del corpo. Siamo state fedeli al nostro amore per la danza, per quello che stava fra i nostri corpi, uno vicino all’altro».

Il processo di trasmissione è stato lungo, stratificato, senza fretta. «Non si può insegnare ad alzare e abbassare il braccio in un’orbita x: bisogna creare la qualità del campo e indagare le qualità energetiche anche fuori dalle forme specifiche del lavoro. All’inizio era una nebbia fittissima: non ricordavo nulla. Piano piano i segni hanno iniziato ad affiorare, portandosi dietro il senso e le tracce da cui era nato. È stato necessario raccontare molte cose sul mio percorso, e parallelamente riaccendere e riabitare completamente la scrittura nel mio corpo per poterla trasmettere – prosegue Giordano – C’è stato un bel tempo di semina, di crescita e di raccolto, come i pittori: prima una filigrana a matita, poi ombre e luci e rilievi, volumi, tanti strati e punti di fuoco; il moto del respiro, il dialogo fra abbandono e tenuta, il canto della durata. Una profondità acquisita nel tempo, in grande fiducia. Era come dover lasciare evaporare qualcosa di molto fondo».

Parole che rievocano i movimenti in scena – la qualità sedimentata del gesto, la densità di qualcosa depositato strato su strato, come fa la memoria quando smette di essere ricordo e diventa carne -, e allora ecco che questa messa in scena si manifesta come bagliore, riflesso, spirito corporeo di un viaggio.

Il suono di Lorenzo Brusci (una composizione elettroacustica con materiale aggiunto di Jóhann Jóhannsson) funziona come il corpo in scena: sul confine, mai del tutto da una parte. Un paesaggio che a tratti cede alle melodie — e quando arrivano “salvano”, tirano fuori dall’astrazione, restituiscono qualcosa di umano, che poi subito sparisce.

Il Cantico abita lo spazio come presenza diffusa: il modo in cui il corpo ausculta l’aria, l’attesa di qualcuno che non arriva, l’eros trattenuto di una lingua biblica che Tansini traduce in gesto senza glossario e senza pietà. Un lavoro in absentia di ciò che viene dichiarato.
«Ho letto l’amore in tante forme. Anche la difficoltà di amare, e l’assenza dell’amore come fatto costitutivo del nostro essere al mondo».
L’assenza, di nuovo, come struttura portante: il Cantico rovesciato e, infine, esposto nel suo non esserci.

Tornando alla dimensione solitaria dell’assolo, Tansini propone una riflessione che illumina il senso del titolo: «La solitudine di “Tu non mi perderai mai” è così forte proprio perché c’è un chiaro e profondo desiderio di incontro, di apertura, di lasciarsi guardare — come mi dice Raffaella — dal pubblico in sala. Sono sola, ma nonostante la solitudine, la connessione con il resto, con il pubblico, con lo spazio concreto, con l’Esserci è ancora più evidente. E questo è bello da vivere».

Rivedere il lavoro su Tansini ha restituito a Giordano qualcosa che non sapeva di avere: «Con questo distacco ho riconosciuto la coerenza della scrittura. Ed ero sorpresa». Tale trasmissione ha reso visibile ciò che la presenza dell’autrice rendeva opaco. «Guardavo Stefania e mai me stessa. Vedevo la scrittura compiersi attraverso la sua emancipazione, il suo talento, la sua consapevolezza. La domanda era anche con che forma trasmettere: quanto parlare, quanto non parlare, quanto dire o non dire. Perché la forma della comunicazione, ancor prima del racconto, è già contenuto».

Tornando alla scena, la borsetta che Tansini mette e toglie, gesto domestico e quotidiano, è uno squisito ed efficace contrappunto: un atterraggio nell’ordinario che non banalizza, un ritorno alla terra su quel tappetino che segna la soglia fra dentro e fuori, tra sacro e quotidiano. Uno zerbino. Il limen, il posto e il non-posto, che è poi la dimensione in cui questo lavoro vive.
La luce cala alla fine in una dissolvenza biblica quanto tecnica, in un fiat lux rovesciato: la luce che fu, che era, che adesso se ne va; e la luce (di Gianni Staropoli e Maryse Gaultier) è tagliente, pulita, cristallina, senza ombre in cui rifugiarsi.

Interrogata sull’urgenza originaria del fare teatro prima e sul senso di fare teatro oggi, Giordano risponde cauta: «Non sono in grado di fare nessun tipo di analisi di come era, come sarà, come è. Posso lanciare degli auspici. Il coraggio di tentare sempre lo scarto, e di tentare anche il tempo. Siamo in un tempo che brucia il tempo, dove quasi non esiste più. Per me spazio e tempo sono due coordinate fondamentali del teatro. L’auspicio è non abbandonare mai la profondità del sensibile, che ci riguarda molto da vicino e ci distingue come esseri umani».

TU NON MI PERDERAI MAI
liberamente “inspirato” dal Cantico dei Cantici
2005|2025 progetto di trasmissione
coreografie Raffaella Giordano
danzate da Stefania Tansini
creazione luci Gianni Staropoli | Maryse Gaultier
disegno del suono e composizione elettroacustica Lorenzo Brusci
suono aggiunto Jòhann Jòhannsson
costumi Beatrice Giannini
esecuzione tecnica: suono Andreas Froeba | luci Maria Virzì, Lucia Ferrero
disegno Stefano Ricci
Produzione 2025 | Sosta Palmizi, in coproduzione con Triennale Milano Teatro, Fuorimargine Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna
con il sostegno di Fondazione del Teatro Grande di Brescia, Centro di Rilevante Interesse per la Danza Virgilio Sieni

Durata: 50’
Applausi del pubblico: 3’ 30’’

Visto a Genova, Teatro della Tosse, il 27 febbraio 2026

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