Vetrina della Giovane Danza d’Autore 2026: i progetti selezionati in scena a Ravenna

Muga (ph: Emma Graziani)
Muga (ph: Emma Graziani)

All’interno del Festival Ammutinamenti, le performance di Michele Petrosino, Alessio Damiani, Francesco Paolino, Camilla Guarino, Noemi Piva, Vittorio Porcelli e di altre giovani promesse della danza d’autore

Da diversi anni, a settembre, uno dei nostri appuntamenti preferiti per quanto riguarda la danza è rappresentato, a Ravenna, dalla Vetrina della Giovane Danza d’Autore, l’azione del Network Anticorpi XL, volta “a mappare le nuove generazioni di autori e autrici della danza contemporanea e di ricerca e a supportarne l’emersione nel panorama nazionale”.

È qua, nella città dei mosaici, all’interno del Festival Ammutinamenti, che abbiamo spesso visto muovere i primi passi a molti artisti e artiste, selezionati tramite call dai 36 partner del network, giovani che abbiamo poi visto crescere con successo, calcando i palcoscenici di tutto il Paese. L’azione ha inoltre il merito di proporre un percorso di accompagnamento estivo che mira ad offrire, ad autrici e autori selezionati, gli strumenti per affrontare al meglio la partecipazione alla Vetrina, nutrendo il loro percorso professionale.

Quest’anno 106 sono state le candidature, e undici i progetti a cui abbiamo assistito dal 10 al 12 settembre. Le coreografie sono state proposte in alcune delle sedi più prestigiose della città, il Teatro Rasi, le Artificerie Almagià, la fondazione Sabe per l’arte e la sala del Refettorio del Museo Nazionale di Ravenna.
È qua, tra gli affreschi trecenteschi che ornano la Chiesa di Santa Chiara, che abbiamo visto “Fuga BWV 565” di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, performance curiosa e interessante per la presenza di numerose suggestioni nascoste, che piano piano si palesano nel nostro immaginario. L’ascolto della celebre fuga di Johan Sebastian Bach diventa infatti l’inizio di una metafora paradossale della vita nel suo scorrere.
L’azione performativa si basa infatti sulla continua corsa su un tapis roulant di Michele Petrosino; musica e suoni accompagnano lo spettatore raccontando le varie esperienze che attraversano la fatica del performer, riverberando di volta in volta accadimenti ed esperienze a cui la nostra esistenza va incontro nel suo perenne cammino.

Fuga BWV 565 (ph: Emma Graziani)
Fuga BWV 565 (ph: Emma Graziani)

Ma sono stati i duetti maschili le coreografie che abbiamo maggiormente apprezzato a Ravenna. Tra questi soprattutto “When we collide” di Alessio Damiani e “Muga” di Francesco Paolino, in cui la danza, seppur in due modalità e in contesti assolutamente diversi, riesce a consegnarci in modo potente gli affetti che intercorrono tra gli esseri umani.

Tenero e appassionato, “When wecollide” di Alessio Damiani, sul palco con Yamil Ortiy, mette in scena, partendo dall’abbraccio, e attraverso tutta la carica dirompente di emozioni che lo contraddistingue, il bisogno necessario di chi ci è stato sempre vicino e, nel contempo, anche di chi ci ha dovuto (o voluto) lasciare.
Quando i corpi dei due performer, che abbiamo visto sin dall’inizio allacciati in un rapporto di condivisa tenerezza, si separano, la danza riesce a trasmetterci, nella sua commovente gestualità, anche tutta la feroce melanconia distruttiva dell’abbandono. E il nuovo abbraccio, che alla fine sopraggiungerà, seppur in qualche modo eroso dalla precedente mancanza, è così forte da essere, per i corpi presenti in scena, quasi distruttivo.

“Muga” di Francesco Paolino, in scena con Tom Blanc (musiche di Cristóbal Tapia de Veer), ci trasporta invece in un’atmosfera del tutto diversa, quasi distopica, anche se contigua a quella in cui ogni giorno siamo immersi, dove l’amore e il suo intrinseco bisogno sembrano dimenticati, in un mondo in cui ogni cosa dev’essere preordinata e gli esseri umani sembrano incatenati in ritmi sempre uguali.
Ed è in questa modalità che, all’inizio, si muovono, simili ad automi, Paolino e Blanc, in uno spazio reso irreale anche dalle luci, dai costumi e dalle loro acconciature asettiche.
Ma è poco dopo che qualcosa rompe la rigidità dei gesti: l’improvvisa fragilità che si impossessa di uno dei due danzatori crea un nuovo rapporto con l’altro e così la danza, senza alcun accenno didascalico, è capace di infondere ai due protagonisti una nuova identità, trasformando la coreografia in uno spazio di incontro e ascolto corrisposto.

Meno coinvolgenti ci sono parsi, sullo stesso crinale, “Love parade” di Glenda Gheller, in cui l’amore è proposto in scena da Pietro Di Salvo e Nunzio Saporito sulle musiche di Eugenio Distante e Massimo Lievore, attraverso un susseguirsi di immagini che cercano di proporre gli affetti che si manifestano nel loro trascorrere, tra possibili coesioni e improvvisi allontanamenti, e “Wolken” di Alessandro Giaquinto, con Laura Miotti e Giovanni Karol Borriello che, utilizzando la metafora della migrazione, tenta di mettere in scena la condizione dell’essere umano, sempre alla ricerca di una difficile stabilità.

Nel solco delle creazioni dedicate alla condivisione della danza con persone con disabilità abbiamo visto “Paso doble” di Camilla Guarino e Giulia Campolmi, con in scena la performer Silvia Brazzale e Bryan Preciad, persona ipovedente.
Partendo dalla domanda: a cosa pensi quando balli? E implicitamente cosa vedi?, lo spettacolo presenta, in un quadrato, l’incontro in “vista” di una coreografia condivisa tra una danzatrice e un ragazzo ipovedente. Da qui, attraverso un vero e proprio accompagnamento paritario da parte della performer professionista, sgorgano in scena, dai rispettivi punti di vista dei protagonisti, frammenti di storie di vita, ricordi, abitudini. Osserviamo quindi Silvia e Bryan immersi nella ricerca di far cambiare all’altro la propria prospettiva, per un incontro il più condiviso possibile.
Lo spettacolo possiede la rara peculiarità di essere accessibile al pubblico cieco e ipovedente con audio-descrizione poetica live di ciò che accade in scena.

Violetto Bellosguardo (ph: Emma Graziani)
Violetto Bellosguardo (ph: Emma Graziani)

Il nostro sguardo di osservatore privilegiato ha incontrato per la seconda volta, a Ravenna, sia “Settembre non arriverà mai” di Noemi Piva, che “Violetto Bellosguardo” di Vittorio Porcelli: in entrambi i casi i progetti si sono mostrati, nella loro lodevole e autobiografica analisi, in modo diversificato e ricco di nuovi significati. Nel solco di una condivisione con il pubblico, le coreografie di questi due giovanissimi e promettenti artisti hanno il desiderio di manifestare le difficoltà riscontrate dalla loro generazione nel procedere della vita.
Nel progetto di Noemi Piva ciò accade incrociando il gesto e la parola, sottolineando la difficile uscita dall’infanzia verso una maturità agognata e allo stesso tempo temuta. La memoria di quel tempo felice, segnato da eventi tragici come l’alluvione del suo paese o la perdita di persone care, viene proposta con movimenti in cui pianto e riso si intersecano, e durante i quali le parole, oggi proposte con senso compiuto, in precedenza non avevano ancora un significato preciso.
Con la musica dal vivo di Lorenzo Minozzi, che si nutre in modo sempre più assordante degli echi di quei lontani giochi con delle comuni tazzine, e l’occhio esterno di Giovanni Onorato, la performer traspone al pubblico tutta la propria veemente voglia di non voler uscire da quell’età così particolare, che la rendeva, a differenza di quella che sta attraversando, sicura e protetta.

Vittorio Porcelli, in “Violetto Bellosguardo chapter 1”, prosegue il suo progetto metaforico incentrato sulla figura di Violet Beauregarde, la bionda e competitiva campionessa di chewing-gum de “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl.
Completamente vestito di blu, Porcelli propone tutta la sua beffarda e strabordante voglia di vivere attraverso una danza già espressivamente matura, che ha la capacità di trasmettere al pubblico la rabbia di tutta una generazione, costretta a regole che ne mortificano l’immaginario e le possibili scelte.

Geometria del chiasso (ph: Emma Graziani)
Geometria del chiasso (ph: Emma Graziani)

Ci piace infine ricordare anche “Geometria del chiasso” di Camilla Montesi, in scena sempre con Noemi Piva, per un progetto coreografico che nasce dalla curiosità di esplorare il concetto di suono e che influenza costantemente la danza delle due performer in scena, che si muovono su percorsi geometrici colorati disegnati sullo spazio scenico.
Prima creato dal vivo, poi riverberato in modo sempre più ossessivo, il suono del tacco conduce le danze, creando nuove possibilità alla gestualità di Camilla e Noemi che, alla fine, si toglieranno proprio le scarpe per accomiatarsi silenziosamente dal pubblico.

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