El Conde de Torrefiel, Betty Tchomanga e Cristina Kristal Rizzo sperimentano, al festival romano, tre modalità diverse di coinvolgimento del pubblico
Che funzione svolgono, oggi, i festival?
E’ quanto si legge nella presentazione della 21^ edizione di Short Theatre, festival romano del contemporaneo e della performance, dal 2025 sotto la direzione di Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano.
La scelta è quella di dare visibilità ai processi che danno corpo ai “fenomeni artistici”, convivendo con il pubblico l’esperienza di oggetti ibridi, indefiniti, metamorfici, in crescita.
I festival di creazione contemporanea sono contenitori viventi e pulsanti di arte e significato, corpi in azione, pensiero sull’essere e sulla realtà che ci circonda. In un mondo spezzato, tra nuovi colonialismi e odio, egoismi e antropocentrismi, l’arte cerca la sua funzione: promuovere amore e unire lembi di umanità.
Questo si respira con forza all’interno di Short Theatre, tra ricerca e trasformazione.
Nell’afosa domenica del 6 settembre la presenza di ricerca e costruzione è forte.
Ad aprire la giornata l’esperimento drammaturgico di El Conde de Torrefiel nel contenitore definito “Camera”, luogo di esplorazione inaugurato la scorsa edizione del festival, che invita il pubblico a far parte, con la propria presenza, di un momento di creazione.
La compagnia catalana, fondata da Tanya Beyeler e Pablo Gisbert, è nota a livello internazionale per il peculiare lavoro drammaturgico, in cui estetica testuale e visuale convivono con teatro, coreografia, letteratura e arti plastiche.
Nella sala Teatro 1 della Pelanda il pubblico assiste ad una scrittura per la scena particolarmente interessante, che apre a nuove ipotesi espressive, tracciando una possibilità che cerca applicazione in ambito performativo.
Paolo Gisbert presenta il lavoro proposto e racconta di come stiano esplorando gli opposti sensoriali: possiamo fare e sentire, con i sensi, due o più cose diverse nello stesso momento, ad esempio odorare un profumo, guardare un’immagine e toccare con la mano destra una cosa ruvida e con la sinistra una cosa soffice. Ma si possono leggere due cose allo stesso tempo? Due letture contemporanee, come il caldo e il freddo, possono sussistere? Gisbert asserisce che “l’ordine cronologico non ci interessa, è vecchio”.
Su questo interviene Tanya Beyeler, approfondendo il concetto di contemporaneità, tempo – o meglio tempi – e di come questa ricerca li abbia condotti allo studio della fisica quantistica, che contraddice il concetto di linearità del tempo fino a prima utilizzato.
Si parla così di multirealtà e multistrato: il teatro quantistico. Alla domanda su cosa sia il teatro quantistico, Beyeler risponde con un “non lo sappiamo” meravigliosamente immerso nella dimensione sperimentale. Propone così al pubblico un esperimento su un testo nella sua fase iniziale. Parte una musica elettronica evocativa, un proiettore si accende: fondo nero e parole bianche; a destra e sinistra le frasi si susseguono trasportando significati simmetrici, asimmetrici, diversi, simili. Due storie si costruiscono, attraverso scrittura e musica, davanti al pubblico, che sperimenta emozioni contrastanti ma compenetranti, immagini simili si differenziano mantenendo uno strano contatto, un riflesso nella mente degli spettatori. L’esperimento genera una sensazione doppia ma completa, come accade a volte nei sogni, in cui una cosa può essere contemporaneamente un’altra. E il corpo dello spettatore viene permeato da molteplici realtà.
Il lungo applauso premia questo esercizio drammaturgico, che tuttavia, pur essendo permeato di umanità, fa sentire la mancanza della presenza umana, del corpo in scena. Si resta con la domanda di come questo esperimento potrà essere poi traducibile in arte performativa, e allo stesso tempo si mette in discussione la definizione stessa di teatro.

Al Teatro 2 ci aspetta sorridente Dalila Khatir, performer protagonista di “Histoire(s) Décoloniale(s)”, serie coreografica iniziata nel 2023 dall’artista franco-camerunense Betty Tchomanga e concepita come una raccolta di ritratti: ogni episodio affronta la storia coloniale e la sua eredità a partire da percorsi individuali.
La sensazione, entrando in sala, è che quest’artista sia totale “presenza”, corpo e anima talmente grandi da occupare ogni millimetro respirabile, attraversando il pubblico e abbracciandolo spiritualmente.
In questo metaforico abbraccio, la performer parla con il pubblico: come una padrona di casa lo mette a proprio agio, accompagnandolo in uno spazio-tempo altri. Le luci rimangono accese su platea e scena unendole.
Khatir, inizialmente seduta ma mai ferma, dietro ad un tavolo entra ed esce dai personaggi; il presente si mescola al passato, le immagini evocate vengono accompagnate da gesti, voce, suoni, canti. Il ritmo trasforma il racconto in emozione vissuta, di cui il pubblico fa parte con un coinvolgimento anche fisico, partecipando a movimenti e canti.
Attraverso le parole della performer, davanti agli occhi del pubblico passano bambine, donne e ragazze che hanno vissuto il colonialismo francese, assistendo a massacri e ribellandosi a regole sociali discriminatorie, contribuendo così a cambiare la visione del mondo.
Khatir abbatte la quarta parete così come abbatte muri e confini, definizioni e divisioni: “Sono costellazione / sono cosciente / sono confusa – afferma – sono libera”.
In questa sala, pubblico e performer restituiscono forma e senso all’atto teatrale, in una relazione piena di contenuti e pensiero, ma con la leggerezza di un canto corale.
Alla Pelanda, con la prima nazionale di “Sentimental 1” della performer Cristina Kristal Rizzo, si torna, chiudendo un ipotetico percorso circolare, alla domanda iniziale: che funzione svolgono, oggi, i festival?
“Sentimental 1” è un solo coreografico di e con la Rizzo in scena, che la presentazione descrive come “una nuova ricerca che mette al centro la presenza della performer e la sua capacità camaleontica di attraversare piani emotivi e praticare una libertà assoluta delle forme, ricalibrando poeticamente ciò che riverbera a intensità massima tra il sentire e il praticare la propria esposizione”.
In scena oggetti neri, sedie ammassate, abiti, un ventilatore e due amplificatori rivolti verso il pubblico per uno spettacolo che si rivela “doloroso”, quasi una messa alla prova dello spettatore, anche in questo caso coinvolto, ma non direttamente, semmai in modo indiretto per i decibel della traccia techno presente con estrema forza “contro” il pubblico.
La sensazione, in questo caso, è che la relazione tra scena e pubblico sia “violenta”. La performer, in forte contrasto con la musica, alterna lentissimi spostamenti nello spazio a piccole azioni: cambio d’abito, pose, gesti soppesati. La velocità del ritmo musicale si scontra con questa presenza, in cui le “oscillazioni affettive” paiono intrappolate in un corpo che si abbandona a una rigidità subìta o autoindotta.
Le sensazioni provocate sul pubblico sono controverse; il tempo sembra dilatarsi in una ripetizione distopica in cui l’impegno dell’attenzione equivale alla volontà di esserci, per una performance che potrebbe creare repulsione, conflitto, allontanamento attentivo ed emotivo.
“All’interno di questo mare scuro – racconta l’artista – non posso fare altro che esporre il corpo come gesto d’intimità: languidamente proiettato nello spazio secondo una logica prossima al sogno, dove elementi incongrui coesistono e si influenzano reciprocamente”. E invita il pubblico a lasciarsi progressivamente guardare, vedere, vivere all’interno di questo spazio denso, “esposto e irrimediabilmente romantico”.
Tre esperienze molto diverse fra loro, per un festival che è contenitore di vissuti e visioni.
Il pubblico è stato prima coinvolto come soggetto creativo, partecipando alla costruzione di racconto e immagine con El Conde de Torrefiel; è stato poi coinvolto fisicamente ed emotivamente in un abbraccio di speranza, accompagnato da Betty Tchomanga tra storie vissute e musica; infine è stato respinto per essere attratto da Cristina Kristal Rizzo, che ha accostato opposti: da una scena lontana e invadente alla sensazione di voyeurismo per un’intimità sussurrata in mezzo al rumore che circonda e opprime.
