Un angelo fuori posto: “Vizita” di Davide Iodice, un messaggio di speranza e accoglienza

Vizita
Vizita

Una visionaria produzione italo-albanese che esplora la diversità e l’incontro tra mondi lontani

“Vizita”, produzione del Teatro Migjeni e Sardegna Teatro pluripremiata in Albania, è un’opera che tocca le profondità dell’animo umano, affrontando temi universali come l’accoglienza, la diversità e il confronto tra mondi distanti. Ispirato al romanzo visionario “La visita meravigliosa” di H.G. Wells, lo spettacolo (in lingua albanese sovratitolata) si distingue per la sua capacità di unire simbolismo e realtà, incantando lo spettatore con immagini potenti e una riflessione attuale sul nostro rapporto con l’altro.

Diretto da Davide Iodice, vincitore del Premio Ubu 2024, questo lavoro corale che unisce Italia e Albania immerge il pubblico in un paesaggio onirico e struggente, dove i confini tra sogno e realtà si dissolvono sotto le luci caravaggesche di Loic Hamelin e la musica evocativa di Lino Cannavacciuolo. Ospitato al Teatro Fontana di Milano, “Vizita” non è solo una narrazione: è una potente metafora dei nostri tempi, un’analisi del nostro rapporto con il diverso e con l’ignoto.

La trama si svolge in un villaggio sospeso fuori dal tempo. I personaggi sembrano apparizioni. Un angelo, scambiato per un uccello dalle piume iridescenti, cade dal cielo, ferito da un prete cacciatore, intrappolato in un mondo che non lo riconosce. La sua figura, fragile e difettosa, sfida la perfezione divina e diventa simbolo dello straniero, del migrante, di chi porta con sé una storia incomprensibile. Le sue ali rotte e cadenti sono metafora della frattura tra cielo e terra, ma anche di un tentativo di salvezza, in un atto d’amore puro ed essenziale. Emarginato, deriso e prigioniero di un mondo che non lo comprende, l’angelo trova sollievo solo nella musica di un violino, ultimo ponte tra il cielo perduto e la dura realtà umana.

La regia di Iodice costruisce uno spazio onirico: un villaggio in preghiera, banconi di chiesa, un crocifisso senza Cristo. Le atmosfere sono sopite e polverose, con il pane e il vino che richiamano simbolismi eucaristici. Un carosello di personaggi – neonati, soldati, spose, vecchi segnati dalla guerra – si muove come un’umanità di manichini. La vita si ripropone nei suoi rituali e ritmi. Le figure appaiono come ombre, in un’atmosfera notturna e lunare. Il pubblico è immerso in un cielo capovolto.

Il tema dell’angelo, ricorrente nell’arte e nella letteratura, viene trattato con sensibilità contemporanea, mescolando sacralità e fragilità. Iodice, da sempre affascinato da questa figura, ci presenta un angelo che si avvicina più all’umano che al divino. L’angelo non è simbolo di perfezione, ma di speranza, di purezza intatta dal disincanto del mondo. L’ignoranza delle regole umane diventa la sua “diversità”, ma anche la sua forza: è vulnerabile alla crudeltà degli uomini, ma anche più vicino a loro.

Le coreografie, con i personaggi che danzano come ombre, creano una suggestione unica. Gli attori – Vladimir Doda, Julinda Emiri, Nikolin Ferketa, Rita Gjeka Kacarosi, Raimonda Markja, Alexander Prenga, Fritz Selmani, Jozef Shiroka, Merita Smaja, Pjerin Vlashi – sembrano provenire da un altro mondo, sospeso tra cielo e terra, tra realtà e sogno. Avvolti in abiti da sposa o danzando con fazzoletti, le danze inizialmente statiche esplodono in un crescendo di energia e colori smorzati, travolgendo lo spettatore. La lingua albanese, con le sue consonanti forti e le vocali chiare, sprigiona tutta la sua forza emotiva, anche se i sovratitoli, talvolta non sincronizzati, possono distrarre.

Il light design di Loic Hamelin è delicato e suggestivo. Le luci caravaggesche, con contrasti forti e lunghe ombre, amplificano il mistero e il dramma. Ogni raggio sembra parte di un rituale ancestrale, immergendo lo spettatore in una dimensione sacra. La scenografia di Divni Gushta, con le sue strutture mobili che evocano chiesa, casa, aia o prigione, trasforma lo spazio fluidamente, creando momenti di intimità e angoscia. Il villaggio, inizialmente luogo di preghiera, si trasforma in una trappola, con recinti e filo spinato che diventano simbolo di separazione e paura del diverso.

La musica di Cannavacciuolo fonde la tradizione balcanica con ritmi tribali e melodie viscerali. Le corde, le percussioni, l’organo, trasportano il pubblico in una dimensione remota e ancestrale, frangendo le coordinate spazio-temporali. La polifonia balcanica, che richiama anche la Sardegna coproduttrice dello spettacolo, crea un ponte tra passato e presente, tra il mondo naturale e quello spirituale. La musica racconta storie di guerra e pace, amore e solitudine, evocando immagini potenti come il grano o il volo spezzato dell’angelo.

Il tema della diversità emerge con forza in ogni aspetto dello spettacolo. L’angelo, “straniero” per eccellenza, non è solo una metafora religiosa, ma rappresenta il diverso in generale. Le sue ali imperfette e cadenti, la sua natura incompleta, lo rendono simbolo di emarginazione, ma anche di una bellezza che nasce dalla diversità. La sua storia, segnata dal rifiuto, culmina in un sacrificio che riflette il desiderio di redenzione e la durezza di un mondo che non accoglie.

L’ambientazione del racconto (testo di Fabio Pisano) è caratterizzata da forti contrasti emotivi, in cui la cultura locale e l’ambiente sono essenziali per la narrazione. Il villaggio, caotico e affascinante, è un microcosmo che riflette la storia e le tensioni balcaniche. Tra folklore e realtà sociale, il villaggio diventa rifugio per una comunità che resiste al cambiamento, simbolo di speranza e lotta. Le luci accentuano le emozioni dei personaggi, mentre la musica sottolinea la vitalità e la tragedia della cultura balcanica.

Con “Vizita”, Davide Iodice crea un’opera che incanta per la sua bellezza e lascia una riflessione profonda sul nostro rapporto con il diverso. Sogno, poesia, musica e danza si intrecciano in una visione unica, che parla di un mondo segnato dalla paura, ma anche dalla speranza. Un angelo imperfetto, che prefigura un mondo utopico senza guerre né fame, ci ricorda la possibilità di un amore che supera ogni barriera.

VIZITA
da “La Visita Meravigliosa” di H. G. Wells
Testo: Fabio Pisano
Traduzione: Zija Vuka
Adattamento, spazio scenico e regia: Davide Iodice
Musiche originali: Lino Cannavacciuolo
Luci: Loic Hamelin
Costruzioni scenografiche e costumi: Divni Gushta
Assistente alla regia: Jozef Shiroka
Produzione: Teatro Migjeni, Sardegna Teatro
Supporto: Istituto Italiano di Cultura di Tirana
Distribuzione: Danilo Soddu
Con: Vladimir Doda, Julinda Emiri, Nikolin Ferketa, Rita Gjeka Kacarosi, Raimonda Markja, Alexander Prenga, Fritz Selmani, Jozef Shiroka, Merita Smaja, Pjerin Vlashi
Spettacolo vincitore del Festival del Teatro Albanese Moisiu
Miglior spettacolo, miglior musica, miglior scenografia
Premio della stampa “Oslobodenje” al Festival di Sarajevo

Durata: 1h 30’
Applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 28 febbraio 2025

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