Vogliamo tutt’altro: quando la crisi del settore è guidata da logiche di schieramento

Ph: Assemblea Lavorat_spettacolo
Ph: Assemblea Lavorat_spettacolo

Le modalità di valutazione per accedere al Fondo Nazionale dello Spettacolo dal Vivo per il biennio 25-27 hanno fatto esplodere le proteste di tanti nomi del teatro contemporaneo italiano, che ora pensa a come unirsi per far sentire la propria voce

Il 7 luglio scorso si sono connesse più di mille realtà teatrali italiane, in presenza e online, per immaginare e progettare un nuovo sistema teatrale, guidate da Vogliamo tutt’altroAssemblea pubblica aperta a lavorator* dello spettacolo e dell’arte riunita a Roma, un gruppo informale ed eterogeneo radunatosi in un’assemblea spontanea e autoconvocata: quello che inizialmente era uno slogan, è diventato una presa di posizione politica e culturale contro il Governo.

“Vogliamo tutt’altro” ha cominciato a farsi voce di dissenso circa un anno e mezzo fa, a seguito dell’assegnazione della direzione del Teatro di Roma a Luca De Fusco, per poi denunciare lo stato di “decadimento e deterioramento” del sistema culturale, soprattutto a seguito delle esclusioni e delle modalità di valutazione del FNSV 2025-2027 e delle conseguenti dimissioni di parte della commissione.

Le assemblee riunite di Vogliamo tutt’altro (da Roma ai collegamenti video con Santarcangelo, Bari, Cagliari, Bologna, Milano, Sassari, Palermo, Ferrara, Lecce, Dro, Genova e Catania), con una sempre maggior partecipazione di rappresentanti delle istituzioni locali, rivendicano il loro anno e mezzo di lotte, contro un sistema che da anni sembra impedire la crescita culturale, intellettuale e creativa del Paese.

A moderare la giornata l’attore e performer Valerio Sirna, mentre ad aprire l’incontro Ilenia Caleo, collegata dalla Sala Consiliare del Comune di Santarcangelo.
Caleo esprime subito la forte soddisfazione di ritrovarsi in un luogo politico istituzionale, simbolo di un cambiamento in atto, con la politica che può “riunire e riassemblare i corpi”. L’artista rivendica la necessità di “trovare forme di azione comuni” e dipinge lo scenario politico attuale, in cui il “governo di Destra, non liberale, compie dei tagli mirati” alla cultura. “Tagli che violano anche i limiti istituzionali, con il tentativo di colpire un settore per un disegno più ampio. […] Nel quadro di tagli e nomine, c’è il contesto di guerra e di economia di guerra, la corsa al riarmo. Le azioni, attraverso scelte di finanziamenti e tagli, sono mirate e connesse al tempo di guerra e a ciò che sta accadendo in Palestina”.
Caleo afferma con forza la necessità di “parlare a molti, creare pluralismo. La cultura non è un settore d’élite, come vogliono far credere le Destre, non è vero che le persone non partecipano, questa è retorica. Bisogna continuare a fare pressione sulle istituzioni, fare conflitto non fa male alle istituzioni”.

E in un’epoca di bombardamenti quotidiani non può colpire come anche il mondo dell’arte utilizzi il concetto di “conflitto”. Un termine utilizzato nel teatro, il cui significato è unito a quello di vita e movimento: paradossalmente il teatro non può sussistere nella sua forma di racconto, vita messa in scena, senza un “conflitto”, etimologicamente un urto, uno scontro tra due forze. Ma in questo contesto assembleare, con un tragico fondale di guerra e genocidio in corso, il termine appare nella sua forza oppositiva, prima che creativa.

Seguono poi una serie di testimonianze sulla questione del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, che ha visto tante realtà del teatro contemporaneo ricevere punteggi assai ridotti rispetto al passato.

Ma prima facciamo un passo indietro, per evitare di far apparire il FNSV, ex Fondo Unico per lo Spettacolo, quale unica causa dei mali dello spettacolo dal vivo.

Il FUS era stato creato con l’articolo 1 della legge 30 aprile 1985, n. 163, presentata al Parlamento dal Ministro per il Turismo e lo Spettacolo, Lelio Lagorio, e promulgata dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini per fornire sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti in cinema, musica, danza, teatro, circo e spettacolo viaggiante, nonché per la promozione ed il sostegno di manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionale in Italia o all’estero.

Era l’epoca dei grandi enti pubblici, in cui si affidava allo Stato la sicurezza lavorativa, si prometteva assenza di frodi, mancanza di privilegi e valorizzazione dei lavoratori. Gli enti pubblici proliferavano, occupandosi anche di luce, gas, acqua, sanità, scuola, cultura e spettacolo. Era l’epoca dell’ETI, l’Ente Teatrale Italiano, poi soppresso dal decreto-legge n. 78 del 31 maggio 2010, dell’Enpals (l’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo), con la sua aliquota di un singolo contributo del 33%, che sembrava da subito stabilire un divario tra i lavoratori dello spettacolo e tutti gli altri.

La storia ha poi dimostrato che, nonostante gli enti dedicati, il mondo dello spettacolo dal vivo non ha mai avuto grandi vantaggi lavorativi ed economici, complici la corruzione, una meritocrazia non sempre presente, grandi nomi privilegiati e fondi stanziati per il sostegno economico ad artisti e compagnie ogni anno sempre più bassi.
Nonostante ciò, tra gli anni ’70 e ’90, le compagnie di ricerca si erano moltiplicate ed erano cresciute, le possibilità di collaborazione con le istituzioni erano ancora alte, la ricchezza di contenuti variegata, e anche lontana dal pensare comune: tutto indice di pluralismo, qualità e innovazione.

Le critiche al FUS negli anni sono state tantissime, ma forse mai abbastanza unite in un’unica voce. Da anni si lamentavano finanziamenti rivolti sempre ai medesimi soggetti, e che il sistema fosse strutturalmente rigido, incline a valorizzare chi aveva già basi economiche forti, presenti storicamente sul territorio seppur raramente innovativi nella proposta progettuale. Eppure, ormai sembrava essere una “modalità comunemente accettata”, una sorta di “tecnica di sopravvivenza”, abbastanza oleata da alimentare un problema: quello degli “scambi”, il meccanismo attraverso cui i vincitori di finanziamento, al fine di raggiungere il numero di repliche richiesto per l’anno in corso, a volte anche senza cachet e accettando solo la percentuale di biglietteria, ospitavano nei propri spazi spettacoli di altri colleghi vincitori di finanziamento.

Conoscendo la difficoltà di distribuzione degli spettacoli, soprattutto se non commerciali o nazionalpopolari, il meccanismo dello scambio, ufficioso e nel sottobosco delle modalità lavorative usuali, garantiva le repliche necessarie richieste dal Ministero. Questo meccanismo, non sempre meritocratico, basato su amicizie o semplicemente opportunismi, al di là della qualità artistica dello spettacolo scelto, ha però rovinosamente ostacolato, o addirittura bloccato, la diffusione di spettacoli di ricerca di piccole compagnie emergenti, dei giovani, di realtà indipendenti e autoprodotte.
Molte realtà teatrali di innovazione, anche vincitrici di bando, negli ultimi anni si sono opposte a questo meccanismo, privandosi di inevitabili vantaggi, e dichiarando apertamente il loro dissenso rispetto a modalità tipiche dell’Italia delle raccomandazioni di stampo anni ’80, di cui anche il mondo del teatro e della cultura non sono mai stati immuni.

Nel 2013, sotto il Governo Letta, viene modificata la modalità di valutazione dei finanziamenti con il Decreto-Cultura (decreto-legge 8 agosto 2013, n. 91, convertito con legge 7 ottobre 2013, n. 112) e l’erogazione dei contributi per lo spettacolo dal vivo viene disciplinata da un regolamento ministeriale (adottato con Decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo 1º luglio 2014).
Forti le discrepanze tra il mondo dello spettacolo dal vivo finanziato dal Ministero e il “sottobosco” esistente, formato dal teatro indipendente e da piccole realtà territoriali: migliaia di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo invisibili, ma presenti su tutto il territorio.

Negli ultimi 10-15 anni il settore ha subìto diverse riforme e assestamenti, nuove compagnie sono riuscite ad emergere e ad inserirsi con i propri progetti innovativi nel FUS, altre realtà sono nate nel silenzio, tantissime hanno chiuso (solo a Roma, Teatro dell’Orologio, Rialto ecc.).
Ci sono stati numerosi accorpamenti, soprattutto sul piano fiscale e previdenziale. Eliminati gli enti specifici del settore, le artiste e gli artisti si sono trovati letteralmente “sballottati” tra un ufficio incompetente in materia di spettacolo dal vivo e l’altro, senza avere una forma giuridica e un riconoscimento sociale, con un processo di normalizzazione della precarietà e l’assenza di sussidi.
A volte, alcuni gruppi di artisti riuniti hanno manifestato il proprio dissenso per un sistema culturale che continua a valorizzare e dare lavoro spesso agli stessi soggetti, sottolineando l’assenza di una forma giuridica che differenzia il lavoratore dello spettacolo, caratterizzato da intermittenza, dagli altri mestieri. 

La maggior parte dei nodi sono venuti al pettine nel periodo del Covid. E la maggior parte delle rivendicazioni sono state proposte durante gli anni di un fermo obbligato e rovinoso.
Ci sono stati spiragli di ascolto da parte del Governo attraverso una serie di decreti, tentativi di strutturazione dei sussidi e della gestione contrattuale dei lavoratori dello spettacolo. Ma non sufficienti. Tanto che nel gennaio dello scorso anno Il Sole 24 Ore titolava: “Indennità di discontinuità: solo il 15% dei lavoratori dello spettacolo ne avrà diritto”.

E torniamo all’oggi, all’assemblea dei lavoratori dello spettacolo autoconvocatasi a seguito della scelta delle compagnie finanziate dal FNSV per il triennio 2025-2027.
I problemi sembravano preannunciati da una serie di passaggi e di scelte politiche.
Lo hanno raccontato i tre commissari dimissionari, presenti all’Assemblea, che il 18 giugno 2025, durante una seduta per l’assegnazione dei punteggi, hanno lasciato la stanza preannunciando le loro dimissioni.

“Non è la Destra di anni fa, con cui ho anche lavorato benissimo – racconta Angelo Pastore, tra i commissari dimissionari – Si è sentito parlare di anno zero. Non ci siamo dimessi solo per Firenze, ma perché nell’ultimo anno e mezzo non si trovava una mediazione”.
Sulla questione Teatro della Toscana, dal verbale della seduta del 18 giugno si legge che “non sembrano esserci le condizioni per una conferma della Fondazione come Teatro Nazionale”.
I tre commissari Carmelo Grassi, Angelo Pastore e Alberto Cassani dissentono, dichiarandosi contrari all’esclusione della Fondazione dal novero dei Teatri Nazionali. Pastore comunica che, qualora il mancato riconoscimento del Teatro della Toscana quale Teatro Nazionale venga approvato a maggioranza, rassegnerà le proprie dimissioni dall’incarico. Nel verbale si legge: “Il Commissario Grassi concorda con Pastore e, ove prevalga una decisione contraria al riconoscimento di Teatro Nazionale della Fondazione Teatro della Toscana, anche egli rassegnerà le proprie dimissioni dall’incarico di Commissario in ossequio a quanto richiestogli dalla Istituzione che lo ha indicato per questa carica. Prende la parola il Commissario Alberto Cassani, il quale si associa alle posizioni dei commissari Grassi e Pastore, in quanto non condivide in alcun modo le valutazioni del Presidente. Egli chiede al Presidente di prendersi del tempo per valutare un eventuale ripensamento e, inoltre, auspica un significativo segno di responsabilità al fine di raggiungere un compromesso. Qualora ciò non avvenga, il Commissario Cassani comunica che rassegnerà le proprie dimissioni dall’incarico di Commissario. I commissari Cassani, Pastore e Grassi lasciano la stanza”.

Durante l’assemblea Pastore chiarisce la sua posizione: “È necessaria una mobilitazione che lotti per motivi specifici. Ad esempio, per una tempistica adatta alla presentazione dei progetti e alle risposte alle domande. Il settore si deve ricompattare. Tutti insieme: AGIS, indipendenti, tutti”.
Le tempistiche a cui fa riferimento Pastore sono importanti. Per fare un esempio, per la triennalità 2015-2017 il decreto ministeriale era stato emanato il 1° luglio 2014, e l’attivazione delle domande andava dal 3 dicembre 2014 al 31 gennaio 2015.
Per la triennalità 2025-2027 il D.M. è stato pubblicato il 23 dicembre 2024 e l’attivazione delle domande dal 15 gennaio al 14 febbraio 2025. Il responso dell’assegnazione dei fondi è stato comunicato 135 giorni dopo, il 30 giugno 2025, attraverso il decreto del Direttore generale Spettacolo rep. n. 749.
Va da sé che i progetti fossero già avviati, calendarizzati e pubblicizzati. Questo ha comportato un sovraccarico economico di chi ha proseguito il progetto anche senza finanziamento, altrimenti l’annullamento dello stesso ed eventuali licenziamenti. Debiti nella maggior parte dei casi.

Come ha evidenziato la danzatrice e coreografa Annamaria Ajmone: “La danza è un settore fortemente penalizzato. La nostra compagnia è stata esclusa dai finanziamenti e questo ha comportato la perdita immediata di lavoro per molte persone, in primis i dipendenti dell’ufficio, organizzatori, segretari, amministratori, per non parlare dei tecnici. C’è stato un abuso di potere in un clima generale percepito come intimidatorio. Serve il supporto di tutti e tutte”.

Il secondo commissario dimissionato, Carmelo Grassi, evidenzia l’elemento patriarcale della formazione della commissione, confermando l’assenza totale di donne. Mentre Cassani aggiunge ulteriori elementi per comprendere la gravità di quanto accaduto tra le mura del Ministero: “Il Decreto attuato afferma chiaramente che il peso dell’innovazione della proposta artistica doveva essere ridotto. Questo lasciava già presagire la preferenza per un teatro commerciale, quello che riesce ad autofinanziarsi. Non si parla di qualità artistica. La valutazione partiva esclusivamente da dati economici. La maggioranza della commissione, a seguito dei nostri dissensi, ha deciso di procedere ad una votazione. Siamo in una fase delicatissima. Quello che ci attende è peggiore di quello che abbiamo alle spalle. C’è bisogno di un’azione molto forte e larga, che trovi degli alleati in vari ambienti, dagli operatori del settore alla politica. Non sono bastate le nostre dimissioni, non è bastato sostituirci. C’è bisogno di una mobilitazione, una di quelle che non si vedono da un pezzo”.

Tra gli altri interventi, quello del direttore artistico del Festival di Santarcangelo Tomasz Kireńczuk, grande escluso dal FNSV 25-27: “Già dal passaggio dell’acronimo FUS a FNSV si poteva presagire un passaggio ideologico. Il nostro festival non rientra in ciò che viene considerato ‘nazionale’. Il sistema ci vuole dimostrare il suo potere di esclusione attraverso un atto intimidatorio, come per dire che chi non si autocensura finirà allo stesso modo. Si chiede implicitamente agli artisti di autocensurarsi per lavorare. L’autocensura si combatte però con una solidarietà diversa da quella finora dimostrata. Bisogna essere uniti. Ci chiedono, così come Fratelli d’Italia ha più volte ribadito, di dare centrale importanza a tematiche come famiglia e patria, senza pensare che gli artisti già lo fanno, ne parliamo, ma ciò che diciamo non piace a questo governo. Chiediamo inoltre trasparenza, soprattutto nei punteggi dati. La trasparenza è un elemento necessario per ogni Stato democratico. Le modalità di valutazione dei progetti vanno spiegate e dichiarate”.

Il collegamento con Santarcangelo
Il collegamento con Santarcangelo

A queste affermazioni danno sostegno gli interventi successivi (Attilio Nicoli Cristiani del Teatro delle Moire e Danae Festival a Milano, Spazio 13 di Bari e Paola Romano assessora alla cultura del Comune di Bari, Sara Leghissa di Galassia, Piccolo Teatro Patafisico, Margherita Elliot di S’ALA di Sassari…), determinando una forte unità d’intenti e la necessità di una mobilitazione di tutti i partecipanti.

“Siamo più di mille, viene voglia di ragionare su quale forma di lotta vogliamo fare insieme – afferma Alessandra Ferraro di Margine Operativo – Dobbiamo continuare ad avere questa capacità di biodiversità e di difesa di un sistema in cui tutte le “multi-specie” sono importanti; ed intrecciare anche livelli diversi: quello tecnico e giuridico”. L’appello va al mondo dell’informazione, affinché si continui a parlarne pubblicamente, ma anche ai politici degli enti locali: “C’è una responsabilità forte delle Regioni, a cui chiediamo di realizzare azioni concrete”. E dato che sono in corso i festival estivi, l’invito ai colleghi è di prendere parola sul palco raccontando quanto sta succedendo.

L’attrice e performer Chiara Bersani parla a nome di artisti e artiste con disabilità, che vivono una condizione di maggiore difficoltà e vengono ancor più danneggiati dal sistema culturale attuale: “Dal 2023, dal Ministero sono iniziate ad arrivare idee di ricollocarci nei fondi sociali, togliendoci dai fondi tecnici dei lavoratori dello spettacolo. Da cinque anni dialoghiamo con il Ministero per chiedere dei finanziamenti per lavoratori e lavoratrici dello spettacolo disabili, non perché vogliamo differenziarci, ma perché obiettivamente abbiamo spese maggiori da sostenere, e anche per chi ci assume ci sono spese più alte. Chiediamo da anni dei finanziamenti per colmare o sanare questa situazione. Era iniziato a muoversi qualcosa, seppur molto lentamente, ma già alla seconda edizione, quella tuttora in corso, i risultati sono stati molto problematici. Sta accadendo quello che vediamo su scala nazionale: artisti e artiste che avevano punteggi importanti, persone con disabilità in posizione di leadership, con curricula con i numeri per partecipare al bando, si sono trovati esclusi, e sono apparsi soggetti non ben identificati con punteggi importanti. Quest’anno, in base agli accordi che avevamo preso, il finanziamento sarebbe dovuto diventare triennale, allineandoci a quello nazionale, ma ciò non è accaduto, non è uscito alcun bando; sono state mandate molteplici sollecitazioni e il 25 giugno hanno fatto uscire un bando con scadenza 27 luglio, dandoci quindi un mese di tempo per trovare minimo sei date da fare entro dicembre 2025, e da rendicontare entro ottobre. Qualcosa di molto complesso dal punto di vista amministrativo, impossibile da fare. Sei date sono difficili da trovare per chiunque, molto di più per artisti e artiste con disabilità. Ad ogni modo, anche compagnie storiche che hanno sempre dato e prodotto lavoro ad artisti e artiste con disabilità, come Almond Teatro, Animali Celesti e Teatro della Ribalta, si sono trovati con finanziamenti dimezzati”.

Valerio Sirna, nel chiudere l’assemblea, incita ancora una volta alla mobilitazione e all’unione: si deve subito organizzare un’assemblea nazionale in presenza a Roma, grande e unitaria, in contatto con il resto d’Europa. Rivolge poi un appello alle istituzioni, ringraziando quelle presenti: “Stateci accanto, interloquite con noi. C’è bisogno di un cambio di paradigma; c’è bisogno che noi, che facciamo questo lavoro, vi diciamo cosa va trasformato in legge, quali battaglie vanno fatte”.

Le parole di Francesca D’Ippolito del Progetto C.Re.S.Co, coordinamento nazionale che raccoglie e rappresenta oltre 200 tra artisti, professionisti, strutture e festival che utilizzano i nuovi linguaggi della scena, accompagnano la chiusura di questa lunga assemblea: “Quello che è accaduto è frutto del passato e presagisce ciò che avverrà nei prossimi anni. Ogni volta che si nega la voce alla realtà, mancherà ogni forma di democrazia”.
E proprio Cresco oggi alle 13, in diretta streaming dalla Sala Stampa della camera dei Deputati a Roma, analizzerà i dati del sostegno pubblico allo spettacolo dal vivo.

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