Ospiti del festival, tra gli altri, Dafa Puppet Theatre, Fortebraccio Teatro, Daniela Vitale e Dora Macripò
A Rovigo, per cinque giorni, dal 10 al 14 giugno scorso, il teatro è tornato a essere innanzitutto un luogo d’incontro. Non una vetrina, non una semplice successione di spettacoli, ma uno spazio in cui artisti, spettatori, studiosi e operatori hanno condiviso tempo, domande e pratiche.
È questa la sensazione che accompagna la ventiduesima edizione di Opera Prima, festival che continua a distinguersi nel panorama italiano per la capacità di tenere insieme ricerca emergente e memoria, nuove generazioni e maestri, sperimentazione e comunità.
Fin dalla sua rinascita nel 2018, il festival ha assunto una funzione precisa: osservare ciò che si muove ai margini delle grandi circuitazioni e metterlo in dialogo con percorsi artistici consolidati. Non un’operazione nostalgica né una ricerca compulsiva della novità, ma la costruzione di un terreno comune in cui esperienze diverse possano confrontarsi.
L’edizione 2026 ha confermato questa vocazione, disseminando performance ed eventi per la città, fra teatri, piazze, spazi urbani e luoghi informali, restituendo al pubblico l’idea di un festival come esperienza condivisa prima ancora che come cartellone.
Tra le proposte più intense a cui abbiamo assistito si colloca certamente “War Maker” di Dafa Puppet Theatre. Partendo dalla vicenda reale dell’artista Karim Shaheen, Husam Abed, performer palestinese da anni residente a Praga, costruisce un lavoro in cui teatro di figura, racconto autobiografico e dimensione visionaria si intrecciano, restituendo il ritratto di un’esistenza sospesa tra sogno e disillusione. La questione politica non si manifesta qui come dichiarazione ideologica, ma come esperienza umana concreta, inscritta nei corpi e nella memoria.
In scena alcune valigie, aperte di fronte al pubblico, custodiscono poetici mondi miniaturizzati, ingigantiti da una videocamera che li proietta sul fondale per costruire, poco a poco, il viaggio di un protagonista inseguito dalla guerra in ogni posto in cui si è trovato a vivere.
Con “Siamo tutti in pericolo” Claudia Caldarano e Sandro Pivotti, uniti dall’esperienza collettiva dei Gordi, scelgono di portare in scena l’esito di un interessante percorso a due, all’insegna del tragicomico.
Attraverso il confronto tra due amici schiacciati da una sensazione costante di minaccia, lo spettacolo mette in scena fragilità, fallimenti e desiderio di salvezza, cercando nel riso una possibile forma di resistenza. Il rimando immediato è alle performance dei quotidiana.com, in cui ciascuno dei protagonisti appartiene ad un universo emotivo definito. Il cinismo pungente di Pivotti, sdraiato e immobile su un praticabile a fondo palco, entra a gamba tesa nell’ingenua bontà in movimento della Calderano, intenta in una serie di confidenze “impossibili” con il pubblico.
Lo stesso desiderio di interrogare la relazione tra storia individuale e storia collettiva muove “Crossing the River I Dance” di Dora Macripò, con Silvia De Santis e Zoe Zolferino. La performance è una particolare intervista in scena, frutto di una ricerca compiuta presso l’Archivio Diaristico Nazionale dall’autrice dello spettacolo. Il lavoro ha portato la giovane artista a contatto con alcuni diari femminili di qualche decennio fa. Tra questi, quello di Silvia De Santis si è imposto per la particolarità dei temi trattati e della vicenda umana. Da lì la decisione di proporne alcuni passaggi, portando sul palco, per la prima volta, anche l’autrice stessa.
Se il presente è stato rappresentato dai tanti giovani artisti in programma, il dialogo con la storia ha trovato nel Teatro del Lemming uno dei suoi punti più significativi. La presenza della compagnia rodigina, però, non ha avuto il sapore della celebrazione, quanto piuttosto quello della trasmissione, soprattutto generazionale. Proprio in quest’ottica è stato riproposto lo spettacolo manifesto della compagnia, affidato ad un gruppo di giovani in formazione.
L’”Edipo dei Mille”, esperienza per un partecipante alla volta cui dedicheremo un approfondimento successivo, ha confermato la sua straordinaria capacità di mettere al centro la relazione diretta tra spettatore e performer, trasformando quest’ultimo, privato della vista, da osservatore a protagonista di un profondo viaggio emotivo e sensoriale.

Tra i ritorni più attesi al festival, Roberto Latini, presente con la prima nazionale di “D’oro, musiche e voci da fortebraccio”, realizzato insieme a Gianluca Misiti, musicista e co-fondatore di Fortebraccio Teatro, tornato al pianoforte dopo molto tempo.
Più che un concerto o una lettura scenica, il lavoro si configura come una sorta di attraversamento della memoria artistica della compagnia, un dialogo tra parole, musica e tracce di spettacoli passati che hanno lasciato una segno indelebile nella storia dei due artisti, entrambi scalzi per calcare una scena con un’attitudine devozionale.
L’idea di coinvolgere attivamente lo spettatore ha agito da filo rosso, ritrovandosi in molte delle proposte ospitate. È il caso di “Ora Felice” di Qui e Ora Residenza Teatrale, più che uno spettacolo un esperimento sociale attorno al tema della felicità e delle trasformazioni esistenziali. La comica ironia che contraddistingue il gruppo è qui al servizio di una storia di cambio radicale di vita, portata in scena tra i tavolini esterni di un locale.
Non meno partecipativo è “Yes/No” del coreografo statunitense, trapiantato a Berna, Joshua Monten, presentato in prima nazionale. La performance di danza, in scena in due piazze del centro di Rovigo, affronta il tema del consenso attraverso un dispositivo leggero e giocoso, capace di trasformare un concetto tanto complesso in un’esperienza concreta. E al termine della seconda replica i quattro danzatori protagonisti si sono trovati coinvolti in un ballo collettivo insieme al pubblico.

La relazione tra arte e biografia attraversa invece “Untitled #22, landscape for disappearing angels”, convincente lavoro di Daniela Vitale, ispirato all’universo creativo di Francesca Woodman, artista e fotografa americana morta suicida poco più che ventenne. Il dialogo tra le due donne, quella sul palco e quella evocata, genera una trama di riflessi, assenze e apparizioni in cui il confine tra documento e immaginazione si fa sempre più sfumato. L’”eccesso di vita” della Woodman si traduce in un articolato compenetrarsi di fotografie in movimento che la Vitale, sola in scena, attiva anche con l’ausilio di video-proiezioni realizzate ad hoc.
All’interno del contesto festivaliero, c’è stato infine il debutto di “Trevirgolacinque” del collettivo Momec_Memoria in Movimento, progetto partecipativo che sceglie la relazione come materia stessa della performance. Più che produrre rappresentazione, il lavoro tenta di generare presa di posizione, invitando i partecipanti a condividere pubblicamente pensieri e responsabilità rispetto a questioni fondamentali del contemporaneo, come la ribellione contro un sistema economico che sfrutta l’ambiente, l’annullamento della partecipazione diretta e il trovarsi uniti contro le ingiustizie del nostro tempo…

Come da tradizione, Opera Prima non si è limitato agli spettacoli. Gli incontri mattutini con gli artisti, il laboratorio critico “Che cavolo guardi?” guidato da Michele Pascarella, le presentazioni editoriali e i concerti serali hanno contribuito a costruire una dimensione di confronto che raramente si incontra nei festival contemporanei. In particolare, il laboratorio dedicato agli spettatori ha confermato la volontà di considerare il pubblico non come destinatario passivo ma come interlocutore attivo del processo artistico.
In un panorama culturale sempre più orientato alla velocità e alla produzione continua di eventi, Opera Prima continua a rivendicare il valore del tempo condiviso. Non offre risposte definitive né propone una visione unitaria della scena contemporanea. Piuttosto costruisce le condizioni perché linguaggi, generazioni e sensibilità differenti possano incontrarsi. È forse proprio questa disponibilità all’attraversamento, alla complessità e all’ascolto a rappresentare oggi la sua qualità più preziosa.
